PILLOLE DI SALAME – part 4: musica da mordere

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Concludiamo questa carrellata di ottimi album pubblicati nel 2016, con quelli da mordere, sia nel bene che nel male, perché ognuno di noi ha la sua reazione di fronte al proprio credo. In fondo, la musica è una comunione vissuta intensamente, come tutta l’eucarestia che precede il rito dell’ascolto: una celebrazione che inizia dal corpo fino al raggiungimento dello spirito. Ma la messa non finisce con il segno della croce, continua imperterrita, in ogni momento della giornata, e non si stanca mai d’incontrare i nostri stati d’animo: li rigenera, li porta al vero miracolo degno di esser ricordato.
Solo una curiosità: il titolo di questa rubrica era riferito a un ricordo della mia adolescenza, in cui, mi è rimasta in mente la sequenza di un film di fantascienza molto ironico, dove, si anticipava l’avvento degli anni 2000 con un cibo sostituito dalle pillole. La trovata stava nel fatto che il protagonista ad un certo punto pronunciava la frase: “oggi ho voglia di qualcosa di nostrano, mi prendo delle pillole di salame”. Non mi ricordo il titolo di questa pellicola ma non importa, non fateci caso, ognuno di noi porta dentro di sé i suoi ricordi nei cassetti della memoria, anche i più stupidi.

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PILLOLE DI SALAME – part. 2: musica per stupire

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La musica qualche volta è anche un gioco di prestigio: non perché possa avere necessariamente un trucco nascosto (anche se qualche volta ce l’ha), ma sostanzialmente perché deve sorprendere e stupire, soprattutto quando è fatta con classe. Rimane dentro all’ascoltatore non tanto un effetto illusionistico, ma la consapevolezza di trovarsi di fronte un professionista coi fiocchi, il quale, oltre ad ammaliarci con la sua arte, crea intorno ad essa un effetto visivo, gustativo, olfattivo e addirittura tattile; si perché, quando le vibrazioni degli strumenti che usa per provocarci un’emozione, sono talmente intrisi della loro anima da sembrare vivi, allora, intorno alle loro note si crea tutto un mondo dove perdersi e ritrovarsi. Poi lo spettacolo finisce, ma la musica rimane: inalterata, viva, fremente  e pulsante, docile al nostro palato, fresca nell’ipotesi di poterla addirittura toccare, pronta per stupirci di nuovo…
Ci sarà stato qualcosa del genere in questo 2016?

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GLI ULTIMI BOTTI: “Big Ups” – “Parquet Courts” – “Earth” – “Rival Sons” – “Hookworms”

Se l’atmosfera delle feste vi da così fastidio, allora potete sfogarvi con uno di questi dischi, usciti quest’anno: hard-core; punk; stoner; hard-rock e psych-shogaze, tanto per rimanere in ebollizione il tempo necessario prima di stappare il classico spumante di fine anno. Come ultimi botti vanno proprio bene…

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BIG  UPS
“Eighteen Hours Of Static”
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SEABROOK POWER PLANT – “1 e 2”

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Lo so! La prima domanda che vi gira per la testa è: “…ma che nome ha questa band ?…” Insomma, è anche vero che i due fratelli che la compongono insieme a Tom Blancarte al basso, si chiamano appunto  Seabrook, e per la precisione: Brandon Seabrook al banjo e Jared Seabrook alla batteria. Ma in realtà il riferimento maggiore è relativo alla famosa Centrale Nucleare di Seabrook nel New Hampshire a nord di Boston e a sud di Portsmoouth; nota alle cronache per l’acerrima opposizione della popolazione locale e per le battaglie degli ambientalisti. Un territorio statunitense questo molto nuclearizzato in cui il regista Manoj Shyamalan ha ambientato il film “E venne il giorno”, dove appunto la natura si ribella all’uomo rilasciando una tossina che innesca un irrefrenabile istinto al suicidio.  A questo punto la disquisizione delle metafore si spreca, perché oltre al riferimento omonimo e oltre a un testo che letteralmente si traduce in Centrale Elettrica Seabrook, in senso traslato si potrebbe riscrivere in: “Motopropulsore Seabrook”, sempre con la doppia valenza significativa.
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MA L’ ITALIA E’ UN PAESE CON UNA CULTURA MUSICALE ? – Recensione del concerto dei Rival Sons ai Magazzini Generali (Milano)

Ora, a questa mia domanda, qualcuno risponderà che l’opera lirica italiana e la tradizione del bel canto ci ha reso famosi all’estero, e che la canzone napoletana è conosciuta in tutto il mondo. Vero… Però ormai l’opera è relegata nei teatri famosi ed è a tutti gli effetti un prodotto elitario, mentre la canzone napoletana va circoscritta al nostro retroterra popolare legato al territorio culturale dove cresce e vive, come altre realtà interessanti tipo la Taranta in puglia o i canti sardi sul genere dei Tenores de Bitti, tanto per citare le prime cose che mi vengono in mente. Ma se uno è appassionato di jazz, blues e rock ? E  vuole solamente ascoltare della buona musica anche se non italiana, solamente per godere di questo piacere ?  Beh… per quanto riguarda il jazz, a parte i festival estivi dove si può ascoltare un po’ di musica buona e qualche locale tipo il Blue Note (anch’esso elitario), i grossi nomi passano per i Teatri, mentre per i meno conosciuti dobbiamo accontentarci dei piccoli club, così come per il blues: piccole realtà che resistono per la passione di gestori intelligenti e che a volte, se non sempre, lavorano in perdita (non è casuale che ne siano rimasti pochissimi). E il rock ? Andiamo male, anzi, molto male; come sempre bisogna accontentarsi dei Palazzetti dello Sport o di Discoteche dove, per un concerto dal vivo, l’acustica è pessima, e dove i fonici hanno fatto e fanno i salti mortali per proporci un suono appena decente. Ma anche di questo ci siamo accontentati, per amore della musica, per ascoltare dal vivo i nostri artisti preferiti, per goderci due ore di libertà assoluta. Insomma, mancano i posti dove ascoltare decentemente il rock, soprattutto in una città come Milano (e dico “Milano”, dove solitamente passano tutti i grandi artisti, la capitale dell’avanguardia; ripeto:  Milano, non uno sperduto paese della bassa padana o un borgo nascosto nell’alta Val Brembana). I posti sono inadeguati, piccoli, pochi. Ma,  ripeto, anche di questo ci siamo accontentati. Però il concerto che ho visto sabato sera, 27 ottobre, ai Magazzini Generali, ha superato il limite… Continua a leggere