NEL 2016 ARRIVERA’ L’UOMO DELLA SABBIA?

l'uomo nero

Ci sono canzoni che in base alla performance dell’interprete cambiano, non tanto il senso stesso del testo, ma proprio la maniera di trasmettere il significato emotivo dell’insieme. È anche vero che lo stile: pop, rock, metal o jazz, influisce moltissimo sulle derivazioni del nostro cervello, per cui, ognuno di noi è portato in primis, a scegliere il genere con cui ci si abbandona di solito, non tanto per sognare o al contrario, per svegliarsi, ma per sentirsi protetto dalle mura amiche dove solitamente si rifugia. Però, bisogna riconoscere che l’explois di un cantante, può far diventare un singolo già di successo in un “opera d’arte”, o perlomeno, immedesimarsi totalmente con la sua connotazione simbolica, da trasformarla in capolavoro.
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L’ULTIMO PASTO DELLO STERMINATORE

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Questo venerdì presso la sede del Gruppo Acàrya di Como alle ore 21, terrò una serata insieme ai miei amici del collettivo “Esilio di sicurezza”, intitolata  L’ULTIMO PASTO DELLO STERMINATORE – Un viaggio visionario dentro a William Burroughs in occasione del centenario della sua nascita. Chiaramente lo scopo della performance vuole andare al di là della figura di questo eccentrico e controverso personaggio, perché attraverso la sua biografia; i suoi scritti; i suoi romanzi spesso illeggibili o perlomeno “particolari” nella loro costruzione o de-costruzione letteraria; le sue interviste; le sue parole, arriveremo all’importante concetto di “parola” e agli attacchi che sta subendo in questo nuovo millennio dall’imperversare di un prodotto chiamato “immagine”, a danno appunto della “parola” scritta. Continua a leggere

QUESTIONI DI VITA E DI MORTE (part. 2)

E’ sempre difficile decidere della vita di un essere vivente, ma quando esiste un accanimento terapeutico non c’è possibilità di scelta. Proprio oggi ho dovuto far sopprimere la mia gatta ormai malata da tempo. Già protagonista di un mio post: http://www.antoniobianchetti.wordpress.com/2013/05/27/lultima-donna/ , ormai da quattordici anni creava quella presenza in una casa in cui, inevitabilmente, ci si affeziona in maniera complice e si viene condizionati dai suoi comportamenti.
E’ fin dall’infanzia che ho sempre avuto gatti in casa e ritengo  abbiano una dignità e una personalità eccezionali: al di là della loro anarchia di non farsi mai comandare, hanno la capacità di essere autonomi e di farsi voler bene nello stesso tempo,  soprattutto quando capiscono che sono in punto di morte: quando vivono all’aperto spariscono e non c’è verso di trovarli, mentre in casa cercano l’angolo più nascosto e inaccessibile per vivere da soli il loro ultimo attaccamento alla vita, senza disturbare, senza farsi compatire. Continua a leggere

LA POTENZA DELL’IMMAGINE – Eugenio Recuenco l’estetica della perversione

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Eugenio Recuenco è uno dei più eccentrici fotografi del nuovo millennio. Nato a Madrid nel 1968 ha scavato nelle perversioni dell’umanità con un simbolismo lacerato, dove si miscelano follia e verità, rassegnazione e incantamento, ipocrisia e provocazione. Un simbolismo che via via diventa un surrealismo incantato davanti alle soglie dell’inferno e intorno all’idea di paradiso.
Dentro a una costruzione dell’immagine spesso urticante, mette a nudo il concetto favolistico di una realtà sempre contraffatta e malata, riverniciata a nuovo solamente per essere proposta da quello che si vede in superficie, mentre sotto esiste tutto un altro mondo che si contorce e che tortura in silenzio le nostre più profonde convinzioni. Ironia e disincantamento  miscelate e spalmate come una vernice indelebile sopra i nostri occhi, per intaccare non solo le nostre cornee, ma i capillari della nostra retina, attraverso la rappresentazione degli incubi peggiori o dei sogni da sempre inventati. Continua a leggere

QUESTIONI DI VITA / QUESTIONI DI MORTE

Innanzitutto scusate il ritardo, ma un problema al PC, mi ha impedito di postare articoli o altro in questo periodo, che a tutti gli efetti e’ diventato un periodo di riflessione sulla vita e sulla morte. E proprio in questo periodo, che potrei definirlo uno dei piu’ brutti della mia vita, mi sono imbattuto in un interessante articolo sulla rivista musicale MUCCHIO SELVAGGIO a firma di Claudia Durastanti, dal titolo: fuori dal blu e dentro il nero, per la rubrica IL PASTO NUDO – Avanzi di cultura pop, presente nel numero del maggio scorso, n. 694. Ebbene in questo articolo si analizzava la scrittura di un romanziere che aveva subito un lutto recente, e la conseguente trasposizione dello stesso attraverso la sua successiva letteratura. L’ articolo si apriva introducendo il fatto che se questo scrittore non pubblicava niente sull’ accaduto, i lettori, indirizzati da una certa critica, avrebbero stabilito che il suo ultimo romanzo sarebbe stata la metafora della catastrofe o dell’ incidente che lo aveva  colpito. Se invece decidera’ di scriverne, e se il conseguente romanzo non sara’ baciato dalla Grande Scrittura, allora lo stesso verra’ tacciato di letteratura lacrimevole. E prendeva ad esame la scrittrice Joan Didion che aveva incentrato i suoi ultimi due lavori sulle morti del marito e della figlia, avvenute nello spazio di un anno. E faceva sempre riferimento alla critica, la quale affermava che il lettore non soffriva con la Didion ma, la guardava soffrire, differenza sostanziale sull’ esito globale dei romanzi in questione, e precisamente L’ anno del pensiero magico  e  Blue Night. Claudia Durastanti dice testualmente: la morte in narrativa e’ sempre pretestuosa e narcisistica, ma e’ sempre anche universale e necessaria. Una morte e’ una morte, e il pubblico decida cosa farne. Il resto e’ piu’ o meno cattiva letteratura (…) e conclude (…) se questa volta le pistole non centrano il bersaglio come dovrebbero, non e’ colpa sua (della scrittrice): e’ il lutto in se’ che e’ imbarazzante o immodesto quando non ti riguarda. Poi un giorno questo dolore sara’ tuo e allora, prevedibilmente, Blue Night per un’ ora o per un mese diventera’ il libro piu’ importante che sia mai atato scritto. e a quel punto stabilire chi sia piu’ narcisita fra te e l’ autore, sara’ molto difficile, se non impossibile.  L’ autrice di questo articolo non ha tutti i torti, anche se, come sottolinea, la grande letteratura fondamentalmente e’ sempre grande, sara’ poi il lettore ha scegliere quella che piu’ gli e’ consona in quel momento (io, tra l’ altro Joan Didion non la conoscevo nemmeno, ma non e’ questo il punto). Il punto finale e’ che se in questo momento io sto scrivendo su questioni di vita e questioni di morte, posso interagire e/o allo stesso tempo allontanare le persone che sono o non sono sulla mia lunghezza d’ onda. Fondamentalmente chi non ha nessun contratto con gli editori vive la sua liberta’ e la sua dimensione artistica, in maniera consapevole. e sara’ altrettanto consapevole di offrire emozioni sue per chi vuole interagire. Per questo ho deciso di sdoppiarmi: chi vorra’ continuare a leggere poesie su mia moglie appena scomparsa e sui suoi risvolti, apriro’ una pagina Facebook, mentre per questo blog continueranno gli articoli soliti e insoliti.
Concludo questo lungo scritto prendendo spunto da un’ intervista al cantautore americano Howe Gelb (sempre sul MUCCHIO di maggio) dove afferma che ogni fine e’ un inizio e viceversa. Ci sono tante piccole apocalissi personali sulle quali ogni volta il mondo muore un po’. Quando scompare una persona cara, ma anche quando finisce un amore, o una band si scioglie, o magari cambi citta’ o paese e devi reinventarti un’ esistenza. Comunque di una cosa sono sicuro: quando il mondo finira’, sara’ a ritmo di musica (a dire il vero lui usa la parola cumbia, un tipo di musica colombiana che probabilmente l’ha intrippato in questo periodo). Di conseguenza se il mondo deve finire a ritmo di musica, allora parleremo di musica (chiaramente senza dimenticare il resto).
Che vi devo dire… a presto.