AMORE MENO ZERO di Stefano Rizzo

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Sull’onda lunga del Nobel a Dylan diventa quasi obbligatorio parlare di questo romanzo di Stefano Rizzo, pubblicato da Mincione Editore, di cui, dal poeta statunitense, più che un debito relativo al titolo stesso, rientra in un gioco di rimandi e di continui intrecci interpretativi, proprio come la canzone stessa: “Love minus zero / No limit”.
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HERON OBLIVION

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La chiusura provvisoria del Sourtoe Cocktail Club mi ha lasciato indietro con le recensioni degli album usciti nel 2016, e proprio per questo cercherò di rimediare con degli articoli in pillole, perché ci sarebbe tanto da discutere si diversi dischi pubblicati quest’anno: buoni e meno buoni. Chiaramente, come sempre, è stata buttata sul mercato tantissima roba, e restringere il campo sulla qualità diventa un esercizio necessario per non perdersi nei labirinti della moltitudine. Cercherò allora di sintetizzare, ma, in altri casi, bisognerà approfondire, soprattutto quando, oltre ad un lavoro pregevole, sarà importante sottolineare le bellezze o le contraddizioni o meglio ancora, le sorprese che possono giungere inaspettate, come il caso degli Heron Oblivion.
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LA PARTITA DI PALLONE – Storie di calcio

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In prossimità della finale dei mondiali di calcio e in questo periodo estivo dove al centro dell’attenzione  c’era appunto una partita di pallone, è giusto consigliare tutta una serie di libri dove si raccontano le storie di questo sport. Esiste comunque un aneddoto interessante per introdurre questo post: fino agli anni novanta l’intellighenzia nostrana rifiutava di abbinare letteratura e sport, quasi fosse un’eresia mettersi a fare l’intellettuale parlando di football, nonostante la presenza di maestri di questo genere; poi, dopo la vittoria dell’Italia, inaspettata, ai mondiali del 1982 e la susseguente organizzazione del nostro paese di questo evento nel 1990, ci fu uno sdoganamento e un’esplosione di libri, storie, pubblicazioni, eventi teatrali, film, multimedialità, poesia. Evidentemente, se fino a quel punto (ripeto solo in Italia), i nostri editori o produttori, ritenessero non producente la pubblicazione di questi libri (a parte qualche giornalista intelligente), da quella data in poi ci fu un’inversione di rotta. Anzi, come spesso succede, si passò da un’esagerazione all’altra: prima poco e poi troppo. Ma tant’è, la vita è piena di queste situazioni, basta solamente saper scegliere. Mi riservo di conseguenza un altro post dove poter parlare di alcuni libri venalmente interessanti sull’argomento, mente oggi,  mi sembra giusto mettere in evidenza due pubblicazioni uscite per l’occasione, ma direi buone anche per una lettura estiva e per chi è appassionato, appunto, di letteratura e sport.

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MUSICA ESTIVA 5 – The Mother Station

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Questo gruppo rappresenta il classico fulmine a ciel sereno: una scarica esplosiva che all’improvviso appare nel mondo della musica e tale rimane per gli anni successivi. Un solo album: Brand New Bag” registrato nel ’94, poi il gruppo si sciolse così come si era formato, casualmente, mettendo insieme quegli elementi che in alcuni momenti della vita s’incontrano nel posto giusto al momento giusto, e che durano per quella frazione di tempo sufficiente per realizzare un capolavoro, anche se poi tutto finisce. Un momento unico in cui la magia di un  ensemble produce quello che per alcuni artisti continua, mentre per altri rimane una vetta mai più raggiungibile, consapevoli di non riuscire a ripetere tali perfezioni, soprattutto quando questi elementi si uniscono per amicizia e poi non riescono più a coesistere. Ma a noi, tutto questo non interessa, anche perché l’aura di culto che circonda questo lavoro, ormai ha superato la reminiscenza o il rimpianto che i nostri eroi si fossero sciolti proprio nel momento in cui potessero spiccare il volo. Rimane incancellabile la bellezza di queste 12 tracce; la potenza e la classe di un rock-soul atipico e passionale, intinto nella tradizione cantautorale americana e rivisitato con una impostazione tanto scarna quanto efficace per l’interpretazione che le danno. Continua a leggere

MUSICA ESTIVA 3 – Dave Matthews Band

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Verso la metà degli anni ’90 per questa Band presi una vera e propria “sbandata” (scusate il gioco di parole), non tanto per i loro dischi in studio: troppo saturi di suoni che mal si amalgamavano con i loro concetti musicali, ma per le loro performance dal vivo. In effetti la  “banda” di Dave Matthews è, come si suol dire, una vera e propria “live-band”, perché la dimensione della libertà anarchica espositiva dei suoi membri, è il palcoscenico ideale delle loro canzoni trasformate in jam-session travolgenti, anche se  il timbro sonoro non raggiunge mai le atmosfere acidate di gruppi  estremi legati ad atmosfere sixties o seventies. Proprio per questo motivo l’equilibrio delle melodie miscelato insieme all’improvvisazione del momento, creava un climax musicale di alto livello professionale intorno all’ebrezza e al divertimento del contesto. Continua a leggere

ENRICO RAVA – On the Dance Floor

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Un altro  álbum costruito intorno a un jazz molto fruibile, è questo live di Enrico Rava registrato al Parco della Musica di Roma, dove praticamente reinterpreta le canzoni di Michael Jackson che diventano dei veri e propri standard. Rava è sicuramente uno dei jazzisti italiani più conosciuti all’estero e da moltissimi anni sforna dei bellissimi lavori; per questo motivo mi sono sorpreso quando ho sentito che riadattava i famosissimi pezzi del Ré del Pop, facendosi criticare da una certa stampa specialistica e dagli estimatori di una musica di ricerca, i quali vorrebbero che gli artisti affermati non escano dai territori intrapresi dopo esperimenti votati verso un’avanguardia importante. Io però, penso che un individuo debba ogni tanto divertirsi per provare quei piaceri che esaltino le sue doti interpretative, e come tali, debbano reintegrargli lo spirito con un tour dall’alto tasso di allegria. E’ vero, è un album molto piacione e godevole da qualsiasi parte lo si ascolti, ma proprio per questo non va condannato, anzi, va esaltato per la sua carica di elettricità contagiosa che ti trasmette.
Gli arrangiamenti sono del trombonista Mauro Ottolini, e praticamente si accostano ad una concezione musicale da Big Band, fresca ed esuberante. Fondamentalmente, considerando che questa operazione poteva essere piena di insidie, a mio avviso si è risolta benissimo, entrando all’interno di una dimensione concertistica dove sono sapientemente miscelati funky & soul, intorno all’improvvisazione jazzistica. Alla fine vince la melodia, ma il fine era questo: sostituire a livello polifonico le danze di un personaggio eccentrico quanto discusso (e mi vengono in mente le parole che a suo tempo  Frank Zappa disse in riguardo a Michael Jackson: “…è talmente strambo da far apparire normale perfino me. Passerà certamente alla storia, non tanto per la sua musica o per il suo esibizionismo pacchiano, ma perché sono biodegradabili i chili di plastica che si è iniettato addosso…”). E il punto è proprio questo, riuscire a dare spessore ad una musica ingrassata di plastica, riempiendola di sola classe, amplificata con il giusto rispetto e portata sui palcoscenici nella sua essenza orecchiabile, ma nello stesso tempo classicamente pregevole, per la professionalità di come ci viene proposta.

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BASTA COSI’ di Wislawa Szymborska

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RECIPROCITÀ

Ci sono cataloghi di cataloghi.
Poesie sulle poesie.
Drammi su attori recitati da attori.
Lettera a causa di altre lettere.
Parole per spiegare le parole.
Cervelli intenti a studiare il cervello.
Tristezze contagiose come una risata.
Carte che provengono dal macero di carte.
Sguardi veduti.
Casi declinati secondo i casi.
Fiumi grandi con serio contributo di piccoli.
Boschi ricoperti di bosco fino al ciglio.
Macchine adibite a fabbricare macchine.
Sogni che all’improvviso ci destano dai sogni.
Salute necessaria per tornare in salute.
Tanti scalini a scendere quanti sono a salire.
Occhiali per cercare gli occhiali.
Respiro che inspira ed espira.
E almeno una volta ogni tanto
ci sia l’odio dell’odio.
Perché alla fin fine
c’è l’ignoranza dell’ignoranza
e mani reclutate per lavarsene le mani.

Wislawa Szymborska
da “Basta Così” (Adelphi edizioni)

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Bill Viola: “Ablutions” (2005 – photo Kira Perov)