NERVOUS degli Siskiyou

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Questa recensione dovrebbe essere la retrospettiva dell’ultimo lavoro degli Siskiyou, ensemble canadese di notevole caratura, soprattutto nella cerchia degli appassionati di una musica di culto, relegata in angoli particolari. Non è casuale infatti che i loro due primi album gli hanno costruito attorno un aura particolare, definita “gotica del nord”, per il suo incedere oscuro e minimale, ossessivo e particolare. In realtà il loro stile, impastato di influenze lo-fi con un alternative-folk ambiguo e maniacale, riflette i paesaggi della loro origine e soprattutto la scena musicale che si sta respirando da quelle parti. Se poi consideriamo il fatto che l’etichetta che li produce, è quella Costellation in cui si annoverano personaggi decisamente fuori dagli schemi, scelti appunto per una ricerca diversa dalle consuetudini, possiamo immaginare e capire quali siano i territori esplorati da questi giovani artisti. Ma gli artisti, si sa, sono personaggi strani, volubili, spesso contaminati dal loro vissuto, dalle loro vicende personali, negative o positive; spesso condizionati da altri artisti che li ispirano o li deprimono, e all’interno delle loro esplosioni creative possono essere calmi o nervosi, come il titolo dell’album. Nervous… appunto. Oppure, in senso traslato: ansioso, inquieto, agitato… ogni metafora è possibile. La conseguenza è la sperimentazione e la possibilità di provare a movimentare il sound, innestando nel loro stile di origine, esperienze assorbite nell’ascolto di altri, con la tensione e la drammaticità che preclude un allargamento dei propri orizzonti, senza conoscere l’esito. Se poi aggiungiamo una malattia all’udito che ha colpito il loro leader Colin Huebert, costretto a difendere il suo mondo di suoni dagli attacchi di panico provocati, come reazione, all’ipoacusia che lo opprimeva senza conoscerne la causa, allora, possiamo capire la reazione maturata nella costruzione di una canzone, e per esteso, nelle canzoni successive. Continua a leggere

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LA LINEA DI FONDO di Claudio Grattacaso

la linea di fondo

L’inizio del campionato di calcio e tutto ciò che ne consegue, mi porta a parlare di questo romanzo uscito quest’anno per  Nutrimenti, una nuova casa editrice veramente interessante, soprattutto per il lancio di giovani scrittori che, al loro esordio letterario, lasciano intravedere delle ottime potenzialità per il proseguo del loro “mestiere”, e di cui mi prederò la briga di riparlarne in seguito, perché nel suo catalogo annovera dei titoli veramente interessanti e meritevoli di attenzioni. Il romanzo di cui voglio parlare oggi è intitolato La linea di fondo  di  Claudio Grattacaso. Sostanzialmente è la parabola umana e sportiva di un italianissimo Josè Julian Pagliara (nome cha la madre del protagonista gli diede in onore di Josè Julian Matri Pèrez, leader del movimento dell’indipendenza cubana) soprannominato “Freccia” per le sue qualità atletiche. Un autentico asso del pallone, una promessa entusiasmante per il mondo del football con tutti i requisiti per diventare un giocatore di successo. Il tutto stroncato dal fallaccio di un terzino “spolpacaviglie” che gli rovinerà la carriera, e lo costringerà dalla Serie A a vivacchiare in una squadretta di Serie C, in cui dovrà fare i conti suo malgrado con una brutta storia legata alle scommesse clandestine in cui sono coinvolti tutti: giocatori, allenatori, presidenti; l’altra faccia della medaglia insomma: un mondo marcio fino alle fondamenta dove niente è pulito e dove l’ombra del doping sarà ed è l’assassino silenzioso di molti poveri inconsapevoli appassionati. Chiaramente le vicende sportive s’intreccino con le vicende familiari e personali del nostro eroe, all’interno di un’infinita serie di fallimenti sentimentali, compreso il rapporto complicato con la sua unica figlia.

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TUTTO INIZIA E FINISCE AL KENTUCKY CLUB di Benjamin Alire Sàenz

kentucky club

Nell’ambito delle letture estive, avendo avuto fra le mani in libreria questo volume con un titolo così intrigante (quasi a dire: perché non parliamo dei “locali” amici) e con una trama che invogliava all’acquisto, pensavo davvero di aver scoperto uno scrittore originale e soprattutto “nuovo” il quale, essendo pure poeta (la didascalia dice che è stato vincitore di numerosi premi prestigiosi), poteva interagire in maniera efficace con il contesto violento in questione, e per l’appunto vi propongo il riassunto scritto sull’aletta di copertina:  
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SIAMO DAVVERO DEGLI EROI ?

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Proprio questi giorni, “sfogliando” il blog interessante di Mr. Incredibile mi sono venuti in mente due libri curiosi che ho letto recentemente e non, e mi sembra giusto parlarne, non tanto per il loro effettivo valore letterario, ma per la metafora che racchiudono e che ci trasmettono.
Il primo:  “TUTTI I MIEI AMICI SONO SUPEREROI” di Andrew Kaufman   (Meridiamo Zero), è un romanzo breve concepito come un fumetto in prosa, una favola moderna che gira intorno a una semplice storia d’amore, dove tutti i personaggi, tutti i suoi protagonisti hanno dei superpoteri. Ma la curiosità è che questi poteri sono l’estensione dei nostri difetti, delle nostre paure, delle nostre aspirazioni, delle nostre utopie;  in un mondo dove avere dei superpoteri non è considerato niente di speciale, quello che è veramente speciale è non averne nemmeno uno. Continua a leggere

2:54 – Colette e Hannah Thurlow

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Colette e Hannah Thurlow sono due sorelle inglesi che solitamente, da bambine, trascorrevano le vacanze a Doolin Point in Irlanda. Inevitabilmente, quei paesaggi mozzafiato, quelle scogliere selvagge e fascinose al tempo stesso devono essere rimaste nella loro memoria fino a quando, una volta cresciute e intrapresa la nuova avventura musicale, le hanno ricreate intorno al sound delle loro chitarre, delle loro atmosfere curiose e intriganti, dei loro testi tetri e narcotici. Definito dalla critica soft-dark, il loro stile si inserisce a pieno diritto nelle sfumature del pop britannico e tutto sommato il loro esordio discografico lascia ben sperare per un prossimo futuro, anche se questo disco è già maturo di suo,  anche fin troppo: mi spiego (!) Le esigenze di un mercato in continua mutazione, costringe gli artisti giovani a modificare certe loro idee rendendole più fruibili, più malleabili, più adattabili ai gusti generalizzati. Ne consegue che alcuni intenti innovativi o sperimentali, sono sostituiti dal produttore di turno a scambio di un contratto sicuro in questi tempi magri: un dare-avere con il conseguente esito di un ibrido che, con un po’ più di coraggio, probabilmente, poteva diventare un piccolo capolavoro. Continua a leggere

MARK LANEGAN BAND – “Blues Funeral”

mark lanegan - blues funeral

Questa lunga retrospettiva musicale sui migliori album che ho acquistato nel 2012, era d’obbligo iniziarla con questo Funeral Blues di Mark Lanegan, un titolo metaforico che sostanzialmente rappresenta lo scorrere di quest’anno che, personalmente, sarà difficile da dimenticare. Per altri invece potrà o potrebbe sembrare un titolo banale ma, il contesto scelto è proprio quella vitalità che la musica infonde a livello emozionale, anche per esorcizzare la morte, soprattutto intorno alle tematiche che  il blues appunto, storicamente contiene e che di pari passo ha seminato e raccontato in tutto il percorso musicale americano. Metafora dicevo, perché in effetti il blues qui è solamente un idioma sporcato dalla voce roca del leader che, pescando  nei suoi contenuti letterari, alla fine entra nei territori di un rock sanguigno e viscerale con la sorpresa dell’utilizzo di molta elettronica. E arriviamo subito al dunque: quando comprai il disco, uscito a febbraio, rimasi colpito dalla bellezza delle melodie ma al tempo stesso un po’ deluso per l’eccessivo lavoro di produzione, quasi a voler rendere il tutto ruffianamente piacione e da classifica, soprattutto per le nuove generazioni. Infatti l’utilizzo dell’elettronica è esagerato e a mio avviso ha impreziosito troppo ogni traccia. Il tempo però, si sa, è galantuomo, e dopo mesi di stagionatura accompagnate dalle esibizioni dal vivo, sicuramente più autentiche,  sporche e dirette, ho incominciato ad apprezzare pienamente questo che sicuramente è a mio avviso, uno degli album dell’anno. Bisogna anche precisare che Blues funeral è uscito dopo ben 8 anni dall’ultima incisione firmata Mark Lanegan Band: quello splendido “Bubblegum” che tanto aveva fatto parlare di sé, nel bene e nel male, ma che, come sempre, aveva portato questo artista di culto verso le vette che meritava. Da allora e come sempre, si è disperso in mille collaborazioni ma nello stesso tempo ha anche sperimentato tutte le alternative del suo duttile e volubile talento: dalle Desert Session   all’organico dei Queen Of The Stone Age, alle esperienze con l’amico Greg Dulli culminate con i progetti Soulsavers, Twilight Singers e Gutter Twins, fino ai tre dischi incisi con la bellissima Isobel Campbell. Di conseguenza era talmente alta l’aspettativa che i primi giudizi, fortunatamente, si sono poi stemperati nella bellezza estrema di queste ballate senza tempo, storie di fantasmi e amori complicati, tanta polvere nelle strade e negli occhi di ognuno di noi, come questo presente che penetra dentro ai vestiti e ci da fastidio e irrita, continuamente, fino alla ribellione, fino alla rassegnazione: “…se le lacrime fossero liquore / mi sarei ubriacato fino a morire…” perché si può reagire da perdenti o da vincenti ma, l’estasi del fuoriclasse, si percepisce anche nella sconfitta o quando per passione, si declamano e si cantano le vicende di mille uomini, anche dalla camera di un ospedale con vista sul porto, per passare poi dagli spazi ristretti della follia quotidiana agli eccessi infiniti degli orizzonti che non lasciano scampo: smarrirsi e ritrovarsi, per poi tornare a sognare.  Continua a leggere