CAO YUXI – “Oriens” un buco nero dove perdersi e ritrovarsi

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Io non so se in questi giorni l’Italia sta per entrare in un buco nero senza punto di non ritorno; lascio agli specialisti le speculazioni o le divagazioni sul nostro futuro, e come sempre mi affido all’arte, per lasciarmi alle spalle giorni di parole dove si è sentito di tutto. Metaforicamente tutto ritorna e si presta alla perfezione per qualsiasi immaginazione, ecco che l’installazione dell’artista cinese Cao Yuxi proposta al Today Art Museum di Pechino contiene qualcosa di spettacolare. “Oriens” significa “perla orientale” e rappresenta l’immersione totale della nostra percezione sull’inizio e la fine fine e poi ancora l’inizio della vita, proprio per ricordarci che niente di noi ha termine, come se il moto circolare dell’esistenza fosse racchiuso nell’energia che ci circonda, attraverso il ripetersi di quiete e violenza, paura e mistero, bellezza e poesia.

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ANNIENTAMENTO di Alex Garland

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Quando seppi della trasposizione cinematografica della trilogia dell’ Area X (Annientamento; Autorità; Accettazione) di Jeff VanderMeer, istintivamente ebbi dei dubbi per come si potessero adattare in un’ora e mezza, le complessità di tre libri così particolari e originali, soprattutto pensando alle difficoltà intrinseche e filosofiche sempre ostiche da tradurre in una realtà fantascientifica. Un conto è la letteratura, un conto è la figurazione sul grande schermo. Però, pensando al talento di Alex Garland, già sceneggiatore di film particolari quali “28 giorni dopo e “Sunshine, e regista dello splendido Ex-Machina: una delle più belle pellicole di science-fiction degli ultimi anni, allora, le speranze erano passate al rialzo, consapevole della sua bravura.

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BLACK MIRROR – quarta stagione

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Quando si è fans sfegatati di una serie televisiva come questa, che ritengo una delle più innovative degli ultimi anni, diventa inevitabile parlarne sia in senso critico che in senso immaginifico, proprio per il carico di passione verso una fantascienza intelligente coltivata fin da quando ero un fanciullo: libri e lungometraggi a iosa, per non parlare del genere di telefilm autoconclusivi come questi e di cui ho già parlato nel recensire la prima, la seconda e la terza stagione di Black Mirror.

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ARRIVAL – di Denis Villeneuve

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L’arrivo di una razza extraterrestre sul nostro pianeta ha da sempre affascinato scrittori e registri di ogni genere, facendoli divagare sempre nelle ovvietà che portavano a scontri apocalittici, o a mostri inimmaginabili, o a derive pericolose riconducibili alla nostra stessa natura guerrafondaia, perché in fondo, se la  paura è di finire come noi stessi abbiamo trattato le culture dell’Africa, dell’Australia o peggio ancora, delle Americhe, allora, questa colpa che ci portiamo dentro, ha una radice radicata negli abissi della psiche umana, e non nello spazio profondo. Non è il caso di “Arrival”, straordinaria pellicola del canadese Denis Villeneuve che cerca di superare i classici filoni della fantascienza con un’idea intelligente, carica di filosofia e poesia, pur mantenendo intatta tutta l’adrenalina e la suspense che una trama di questo tipo deve asservire per coinvolgere lo spettatore.

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BLACK MIRROR – 3 stagione

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Di questa splendida serie televisiva ideata e sceneggiata da Charlie Brooker ve ne ho già parlato: sia della prima stagione che della seconda, autentici capolavori d’intelligenza creativa, autentici specchi della nuova società prossima ventura. Ma se i nuovi specchi dell’era moderna sono quelli dei monitor che ormai circondano la nostra vita, come potremmo regolarci con i nostri sentimenti? Difficile rispondere… ma è proprio inseguendo queste ipotesi, che il critico televisivo inglese, propone degli interrogativi i quali lasciano il segno. La bellezza di questi episodi, sin dagli esordi, è tutta racchiusa nella loro sintesi: tutti autoconclusivi, nello stile dei celeberrimi “ai confini della realtà”, quasi a proseguire quell’eredità importante che ha cambiato per sempre le regole del piccolo schermo legate al colpo di scena finale. Non è casuale che negli anni ’80,  in Inghilterra proseguirono con un’altra serie tradotta in Italia con il titolo “il brivido dell’imprevisto”, in cui, ogni episodio, lasciava sempre lo spettatore con quel senso di smarrimento e di attesa fino all’ultimo minuto: dove si svelava con una sorpresa letale, tutto il gioco della trama. Un po’ come fece prima Alfred Hitchcock in America, e poi, sempre negli Stati Uniti, a varie riprese, fino al 2007, con la messa in onda dei “master of science-fiction”, titolo probabilmente non azzeccato, forse troppo pseudo-documentaristico, perché i bassi ascolti non lasciarono il segno sulla loro programmazione, eppure vi lascio il link del primo episodio intitolato “Una fuga perfetta” perché è assolutamente da vedere, talmente è fatto bene nella sua drammaticità: un capolavoro d’intuizione e suspence, dal risvolto terribilmente psicologico.

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LES REVENANTS – A VOLTE RITORNANO

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Se dovessi decidere in questo momento cosa mi è rimasto in mente dell’anno appena passato a livello di “movie” (visto anche il mio poco tempo nel passare davanti alla televisione), opterei per questo intelligente serial di produzione francese: “Les Revenants”, trasmesso in chiaro su La Effe (canale 50). La traduzione originaria dalla sua lingua madre equivale a “fantasmi” ma, in realtà, è qualcosa di più, perché a livello letterario potremmo tradurlo come “i ritornati” e, in senso più ampio: i ritornati dall’al di là. I “revenants” erano appunto, nella tradizione medioevale, soprattutto contadina o pagana, coloro che ritornavano dalla morte per un risarcimento dovuto, o per una vendetta personale, o semplicemente per ammonire i “vivi” di eventuali sbagli o di un eventuale pericolo. Credenze che si sono sviluppate in tutte le culture dando origine alle varie tipologie di morti viventi, zombi, spettri, oscure figure, fino ad arrivare al vampiro classico che doveva nutrirsi del sangue o della carne di chi era ancora in vita, proprio per continuare la sua”forma di esistenza”. In realtà questa superstizione era radicata nella mente degli uomini fin dalla notte dei tempi, a tal punto che l’occidente cristiano cercò di censurare a tutti i costi questa credenza attribuendola al demonio.

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INTERSTELLAR – di Christopher Nolan

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Christopher Nolan è sostanzialmente un ragazzo fortunato oltre che un talentoso regista; non è casuale che il suo esordio cinematografico avvenuto con Following e successivamente con Memento, lo hanno subito proiettato per l’originalità delle sceneggiature (del fratello Jonathan tra l’altro) nella sfera gravitazionale di Hollywood, inanellando una serie di successi straordinari: InsomniaThe Prestige; la trilogia dove ha riscritto la figura di Batman, realizzando con Il cavaliere oscuro, una delle più interessanti trascrizioni di questo personaggio. Una trascrizione in chiave moderna che, se anche debitore dai fumetti di Frank Miller, si è rivelata basilare per la sua carriera, proseguita poi con il suo film più bello: Inception, dove i meandri del sogno si rivelarono angoli prolifici per ambientare una trama atipica, contorta, a tratti fantasiosa e a tratti ricercata, quasi a far coincidere dentro ad una storia originalissima, noir realtà surreali. L’ossimoro è dovuto perché, ogni sua trascrizione o adattamento, o produzione in senso lato, hanno da sempre sfruttato idee nuove e avvincenti al tempo stesso, viaggiando sempre sul confine indefinito fra l’immaginazione e il quotidiano che la genera.
Per tutto questo e altro ancora, essendo io stesso un appassionato di fantascienza, ho atteso la sua ultima fatica: Interstellar, con un’ansia contagiosa, sicuro di ritrovarmi di fronte all’ennesimo capolavoro e ad un’altra bellezza, tutta da seguire; attesa però delusa dalla visione del film stesso che, secondo il mio parere, presenta numerose forzature all’interno di un percorso non facile d’accordo, il quale, per la struttura completa di una vicenda così intrigante, forse, doveva seguire delle carte “interstellari”, diciamo così tanto per rimanere in tema, più alternative. Continua a leggere