DUKE GARWOOD – Garden of Ashes

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Visto che Mark Lanegan non si decide a pubblicare un disco tutto suo; che Nick Cave è lontano dei suoi capolavori che lo rappresentano; che Hugo RaceChris Eckman; Howe Gelb stanno ancora aspettando l’ispirazione giusta per un prossimo album, e che Jesus Acedo o i fratelli Curt e Chris Kirkwood insieme a Derrick Boston, si sono persi nel deserto che hanno decantato per anni; ci pensa Duke Garwood a rappresentare quel sound intriso di blues solitari carichi di polvere e solitudine, di storie individuali che cercano un esilio necessario per non confondersi con la confusione e la violenza  delle metropoli. Non è casuale che il nostro protagonista, partito dal Kent nel sud-est  di Londra, si è lasciato affascinare da queste latitudini particolari, dove il vento  e gli orizzonti riescono a parlare alla gente fino a renderli felici in mezzo a questo silenzio, ed è proprio il silenzio che alla fine si trasforma in voce e in suono, in tessuto narrativo fonte sia di ispirazione, che di annichilamento.

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CAR SEAT HEADREST – Teens of Denial

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Devo fare un passo indietro, per riparlare di questo gioiellino del 2016 che avevo messo nei migliori dischi dell’anno, ma che, liquidato con una scheda veloce, può essere passato inosservato ai più; eppure, è un vero e proprio capolavoro, una di quelle perle appoggiate nell’affollato mondo musicale di oggi e lasciate brillare finché luce vivrà. Purtroppo in questi anni 2000 succede spesso che ottimi album vengano liquidati velocemente per il continuo sovrapporsi di continue proposte, e le case discografiche non investono più come si faceva in passato su nomi o gruppi, tenendoseli stretti e lavorando promozionalmente su di loro. Ormai con la rete non conviene più e il risultato è un abbassamento qualitativo, soprattutto per la mancanza del supporto tecnico di produzione, almeno nei fattori di costruzione di un album vero e proprio. Inizialmente gli artisti si fanno conoscere con lavori autoprodotti, per poi pubblicare una volta venuti alla ribalta con l’etichetta di turno che li vuole lanciare, ma anche in questo caso le nuove scelte di mercato sono legate a un mordi e fuggi continuo, ripetitivo, insistente, vorticoso, che fa bruciare le tappe a chiunque, pronti ad essere sostituiti da un nome successivo, tanto, sia le incisioni approssimative che la relativa pubblicità ha appiattito la proposta generale. Ormai è tutto regolato dai social-network e come tali hanno cambiato la fruizione o il modo di concepire l’ascolto musicale. Non è assolutamente vero che una volta si faceva musica migliore, casomai non esiste più una “scena” che rappresenti un movimento, ma una volta avvenuta una rivoluzione è normale che ci sia la degustazione dell’avvenuta apertura mentale che dura tutt’ora, almeno in quelli che vogliono masticare a colazione musica e qualità.

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THE CLEAN – Getaway

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Delle uscite discografiche di questo inizio d’anno, una che mi ha colpito in maniera interessante, e che vale la pena parlarne, è questa ristampa dei The Clean: gruppo non molto conosciuto, ma nome di spicco della scena neozelandese, la loro nazione d’origine. Già attivi dagli anni ’80, riuscirono ad imporsi con degli album notevoli e che raggiunsero il loro apice con “Vehicle” nel 1990. Seguirono poi altre uscite discografiche fino al  2009 con ottimo “Mister Pop”, tanto per rimarcare la loro innata propensione nel continuare a credere, oltre alla loro voglia creativa, che non esistono età per vivere la musica.
Gruppo di culto dell’indie-rock, sono riusciti a farsi notare in campo mondiale con un sound particolare, il quale miscela Velvet Underground e Violent Femmes, sporcando il loro rock con una psichelelia orecchiabile intrisa di pop quanto basta per alternare melodie e divagazioni chitarristiche, perché, nati da una matrice post-punk, via via si sono evoluti mantenendosi sempre in equilibrio tra le frizzanti esplosioni della giovinezza, e le ballate più ariose della maturità, sempre colorate di quel tocco garage che non guasta mai.

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I MIGLIORI DISCHI DEL 2016 per il Sourtoe Cocktail Club

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Tutti gli anni lo ripeto, come consuetudine, queste sono sostanzialmente le  mie scelte, derivate dai miei acquisti, variegate poi dal mio stato d’animo. Infatti, noterete dei generi musicali diversi, ma che coesistono perché l’emozione profondissima emanata dalle loro tracce, non ha eguali con qualsiasi altra bellezza. Alla fine un genere solo mi stanca, e pur mantenendo un equilibrio di fondo, preferisco alternare coloriture diverse per sentirmi vivo, sempre pronto a soddisfare i miei molteplici stati d’animo.
La musica che viene incisa e buttata sul mercato di questi anni 2000 è di un’enormità produttiva sconsiderata, la quale finisce per confondere le idee degli appassionati e non solo. Io preferisco distillare quelle poche energie creative vere, nate non da una banalità ricorrente o addirittura asfissiante, ma dalle idee autentiche generate dalla passione e dalla voglia di suonare, e in senso più ampio dalla voglia di vivere.
Sentirsi artisti, è anche questo.
Poi come sempre succede, quando l’istinto prende il sopravvento sulla ragione, tante scelte sono frutto di emotività disparate, ma che poi alla fine, riflettendoci sopra, non sono poi così errate dal contesto iniziale e col senno di poi, risultano giuste. Ecco per esempio che per un esperto attento, tra le mie scelte ho escluso il celebratissimo album di Nick Cave: “Skeleton Tree”, di cui mi sono ripromesso di parlarne in un apposito post, e lo farò tra breve. Come invece, d’altro canto, ho inserito all’ultimo momento un disco scoperto tramite il blog di un “malato” come me, proprio all’ultimo momento, e che pubblicamente ringrazio per la sua sapienza. Anche questa è la bellezza della rete.
Concludendo vi lascio la mia lista senza nessuna classifica preordinata: 20 dischi, tutti a pari merito, di cui seguono le schede per ognuno.
Buon ascolto

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DAVID BOWIE – Blackstar
LEONARD COHEN – You Want It Darker
HERON OBLIVION – Heron Oblivion
KEVIN MORBY – Singing Saw
HAWKWIND – The Machine Stops
LUCINDA WILLIAMS – The Ghost of Highway 20
BLACK MOUNTAIN – IV
PJ HARVEY – The Hope Six Demolition Project
IMARHAN – Imarhan
AGNES OBEL – Citizen of Glass
THE DWARFS OF AGOUZA – Bes
CAVERN OF ANTI-MATER – Void Beats / Invocation Trex
FANTASTIC NEGRITO – The Last Days of 
Okland
IBRAHIM MAALOUF – 10 Ans de Live
CAR SEAT HEADREST – Teens of Denial
MONO – Requiem For Hell
KING CREOSOTE – Astronaut Meets Appleman
THE MIKE ELDRED TRIO – Baptist Town
KADHJA BONET – The Visitor
WORKIN’MAN NOISE UNIT – Play Loud

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PILLOLE DI SALAME – part 4: musica da mordere

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Concludiamo questa carrellata di ottimi album pubblicati nel 2016, con quelli da mordere, sia nel bene che nel male, perché ognuno di noi ha la sua reazione di fronte al proprio credo. In fondo, la musica è una comunione vissuta intensamente, come tutta l’eucarestia che precede il rito dell’ascolto: una celebrazione che inizia dal corpo fino al raggiungimento dello spirito. Ma la messa non finisce con il segno della croce, continua imperterrita, in ogni momento della giornata, e non si stanca mai d’incontrare i nostri stati d’animo: li rigenera, li porta al vero miracolo degno di esser ricordato.
Solo una curiosità: il titolo di questa rubrica era riferito a un ricordo della mia adolescenza, in cui, mi è rimasta in mente la sequenza di un film di fantascienza molto ironico, dove, si anticipava l’avvento degli anni 2000 con un cibo sostituito dalle pillole. La trovata stava nel fatto che il protagonista ad un certo punto pronunciava la frase: “oggi ho voglia di qualcosa di nostrano, mi prendo delle pillole di salame”. Non mi ricordo il titolo di questa pellicola ma non importa, non fateci caso, ognuno di noi porta dentro di sé i suoi ricordi nei cassetti della memoria, anche i più stupidi.

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PILLOLE DI SALAME – part. 3: musica da paura

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Ma la musica può fare paura? Può creare un fenomeno di annientamento mentale o nello stesso tempo unire lo spirito collettivo? Può disperdere o isolare qualcuno a livello etereo? Può fare davvero paura all’individuo quando le sue melodie si fanno pesanti, o al contrario farlo esaltare e caricarlo di adrenalina? E il “sistema”?  Ha paura della musica quando diventa un rito universale trasformando le coscienze, e soprattuto, quando le unisce in un movimento culturale?  Tutto è possibile, soprattutto quando si vuole disperdere le potenzialità espressive della libertà. Provate a chiedervi perché a un certo punto dentro alla “nazione” hippie e successivamente intorno alla furia iconoclasta del punk è comparsa l’eroina al posto della marijuana o dell’hascisc?

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PILLOLE DI SALAME – part. 2: musica per stupire

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La musica qualche volta è anche un gioco di prestigio: non perché possa avere necessariamente un trucco nascosto (anche se qualche volta ce l’ha), ma sostanzialmente perché deve sorprendere e stupire, soprattutto quando è fatta con classe. Rimane dentro all’ascoltatore non tanto un effetto illusionistico, ma la consapevolezza di trovarsi di fronte un professionista coi fiocchi, il quale, oltre ad ammaliarci con la sua arte, crea intorno ad essa un effetto visivo, gustativo, olfattivo e addirittura tattile; si perché, quando le vibrazioni degli strumenti che usa per provocarci un’emozione, sono talmente intrisi della loro anima da sembrare vivi, allora, intorno alle loro note si crea tutto un mondo dove perdersi e ritrovarsi. Poi lo spettacolo finisce, ma la musica rimane: inalterata, viva, fremente  e pulsante, docile al nostro palato, fresca nell’ipotesi di poterla addirittura toccare, pronta per stupirci di nuovo…
Ci sarà stato qualcosa del genere in questo 2016?

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