BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB – Wrong Creatures

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Quando inaspettatamente ti ritrovi fra le mani un album di una bellezza sconvolgente, la sorpresa è piacevolmente destabilizzante, nel senso che ti assale una gioia interiore così contagiosa, da farti esclamare quanto il rock’n’roll sia veramente una dolce ossessione, o se vogliamo esagerare, l’esplosione dell’amore paragonabile alla forza che genera la vita. Un boato che ti ringiovanisce, ogni volta, come una boccata d’aria dopo una lunghissima apnea, o un sorso d’acqua freschissima nel mezzo della canicola estiva. Non è roba da tutti i giorni ma, quando capita, è sicuramente salutare.
Certo, probabilmente sto esagerando, eppure, in un presente dove l’appiattimento dei valori è diventato la norma, anche un disco al di sopra della media, risulta un prodotto di notevole fattura e come tale, va registrato, col sorriso fra le labbra !

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DAVID BYRNE – American Utopia

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Un tempo la Terra era popolata da giganti, personaggi mitici che da soli scrivevano la storia del mondo e la plasmavano a loro piacimento. Dei e semidei pronti a generare sapienza e creatività da regalare agli umani, quasi a fondersi insieme, creando un ibrido dove, l’arte e la voglia di vivere, erano una sorta di dono millenario simile al fuoco, o alla ruota, o meglio ancora a quell’emozione che avvicinava un mortale alle soglie di un ipotetico paradiso. C’erano anche degli scontri fra titani ma, quest’idee contrapposte generavano a loro volta altra creatività che fecondava infiniti territori inesplorati, come se anche il sangue fosse necessario per concimare un giardino, e non un campo di battaglia. Non so se potremmo chiamarla età dell’oro o kritayuga, o più semplicemente nuovo rinascimento che, periodicamente, ritorna in una sorta di ciclo vitale necessario all’esistenza, ma sta di fatto che questi esseri hanno scritto una mitologia ormai legata ad un’idea d’eternità minima, molto vicina a noi, tanto l’abbiamo vissuta.

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I MIGLIORI DISCHI DEL 2017 per il Sourtoe Cocktail Club

i migliori album del 2017-2-doc

i migliori dischi live del 2017-immagine

I MIGLIORI ALBUM DEL 2017

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – Luciferian Towers
THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here?
ALGIERS – The Underside of Power
ROBERT PLANT – Carry Fire
CHUCK PROPHET – Bobby Fuller Died For Your Sins Out Now
NADINE SHAH – Holiday Destination
LORDE – Melodrama
MELANIE DE BIASIO – Lilies
EMIDIO CLEMENTI / CORRADO NUCCINI – Quattro Quartetti
DA CAPTAIN TRIPS – Adventures in the Upside Down
FLAT WORMS – Flat Worms
LCD SOUNDSYSTEM – American Dream
GROUP DOUEH & CHEVEU – Dakhla Sahara Session
TAMIKREST – Kidal
SAMSARA BLUES EXPERIMENT – One With the Universe
MYTHIC SUNSHIP – Land Between Rivers
ROGER WATERS – Is This the Life We Really Want?
DUKE GARWOOD – Garden of Ashes
LAURA MARLING – Semper Femina
ZIMPEL / ZIOLEK – Zimpel Ziolek

MIGLIORI DISCHI LIVE

GIOBIA – Live Freak Valley
KING CRIMSON – Live in Chicago

MIGLIOR RISTAMPA

GERMAN OAK – Down In The Bunker

MIGLIOR RISTAMPA INEDITA LIVE

JACO PASTORIUS – Truth, Liberty & Soul… Live in NYC

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Anche per il 2017 ho redatto una classifica dei migliori album pubblicati, cercando di raffigurare stili e correnti diversi, nonostante siano sempre i miei gusti personali e i miei ascolti a prendere il sopravvento, ampliando per quest’anno la proposta inserendo i migliori live e la miglior ristampa. Chiaramente, la mia è una classifica trasversale, nel senso che non ho tenuto conto delle proposte della critica ufficiale, o del mercato discografico, perché nonostante ritorni importanti come quello dei The War on Drugs o dei The National si siano inseriti nelle liste annuali, io preferisco proposte meno pop e soprattutto più creative e più alternative, d’altro canto, album sperimentali come quello degli Yowie: “Synchromysticism”, sicuramente eccezionale e interessante, l’ho ritenuto troppo esagerato nella sua evoluzione, perché arrivare alle fine dell’ascolto è stato molto difficoltoso. Sostanzialmente, un disco dev’essere anche un piacere per le orecchie e per l’anima. Non è casuale che il secondo lavoro del britannico King Krule: “The OOZ”, premiato dalle riviste del settore, è stato secondo me sopravvalutato sulla scia del suo bellissimo esordio del 2013, che allora inserii nella mia lista di quell’anno. Ma si sa, i gusti sono sempre diversissimi, e ognuno di noi potrebbe stilare una sua classifica, sindacandola in ogni sua forma. Questa è la mia: tutti sullo stesso piano, senza distinzioni di podio, con gli abbinamenti necessari al mio locale e alla musica diffusa che ascolterete sempre fra queste mura. I miei clienti lo sanno…
Bona lettura e buon ascolto !

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ENDLESS BOOGIE – Vibe Killer

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Quando un gruppo decide di scegliere il proprio nome di “battaglia” dal titolo di un bellissimo album di un proprio idolo, allora la dichiarazione d’intenti è talmente lampante da non lasciare dubbi. Ma se John Lee Hooker è un punto di riferimento essenziale per ogni tipo di ispirazione, per questa band di New York probabilmente è qualcosa di più: qualcosa che ti senti nel sangue e non puoi farne a meno, talmente è presente la figura del maestro. Formalmente però è proprio il blues ha diventare una forma di poesia acida e cattiva, distorta, oscura e densa di contenuti nella sua forma recitativa, continuando la tradizione afro-americana che dal delta del Mississippi ha contaminato tutta la tradizione a stelle-e-strisce, dalla Grande Depressione fino ai giorni nostri, nella sua forma parlata. Ed è proprio la parola che diventa protagonista, tanto quanto basta per essere seguita da un insieme di suoni e di ritmi adatti allo scopo: due chitarre perfette nel loro dialogare, un basso a una batteria che non lasciano scampo, e tanta passione, tanto sudore da sputare.

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NADINE SHAH – Holiday Destination

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Quando qualche anno fa scoprii questa interprete britannica, con origini mezze pakistane e mezze norvegesi, mi venne un tuffo al cuore: straordinaria! (dissi). Ebbi la stessa sensazione di quando ascoltai per la prima volta P.J. Harvey. Quella sorta di cantautorato rock innovativo, diverso dai soliti cliché; acido, distorto, sperimentale e nello stesso tempo, ipnotico, adulto, mai banale, denso di contenuti: dal sociale al politico, all’introspezione feroce, per quanto femminile: sensuale, melodica.  Quest’insieme di termini, nonostante gli ossimori, non bastano per descrivere o per far capire l’espressività o la complessità della struttura musicale di questa trentunenne proveniente da Whitburn, sulla costa dell’Inghilterra nordorientale, perché soltanto con un ascolto attento, si riesce a percepire tutta la gamma cromatica di un talento così importante.

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SAMSARA BLUES EXPERIMENT – One With the Universe

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A questo punto è ora di alzare un po’ il volume per ridare vitalità al locale dopo una parentesi poetica, e questa band tedesca fa al  caso nostro. Gli amanti dell’ hard-rock, con influenze psych-kraut, saranno accontentati dalla valanga di suoni proveniente dalla terra teutonica, per ridare dignità a questo genere musicale spesso ancorato nelle sue  consuetudini derivative. E’ chiaro che non è facile trovare dell’originalità dentro a un’apoteosi sonica che non vuole staccarsi dal glorioso passato, eppure, la Samsara Blues Experiment è riuscita ad intraprendere un percorso di soluzioni nuove, degne di essere ascoltate con attenzione nell’era degli anni 2000.

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LAURA MARLING – Semper Femina

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Quando si riesce ad imporsi all’attenzione mondiale con la semplicità del folk e il minimalismo lirico racchiuso in una manciata di canzoni, o se volete, con una serie di lavori davvero sorprendenti, vista la giovane età: 27 anni, 6 album, tutti di pregevole fattura, fra cui gli due ultimi, “Once I Was an Eagle” e “Short Movie”, veramente da incorniciare, allora, vuol dire che siamo di fronte a un personaggio importante, una donna che ha saputo emergere attraverso capacità personali straordinarie dove, testi, rime e una manciata di accordi funzionali alla sua poesia, plasmano l’essenza di un’intelligenza artistica al di fuori della media. “Semper Femina”, prosegue questo percorso musicale fatto di canzoni apparentemente semplici, ma talmente complesse nel suo contenuto metaforico, che la maturità espressa coinvolge un eventuale fruitore ad ascoltare attentamente il messaggio in esse contenuto. I rimandi alle songwriter diventate famose con la controcultura degli anni ’60, diventa in realtà un termine di paragone che evapora appena prosegue la melodia, perché lo spessore qualitativo induce a seguire un’estetica nuova, densa di pathos emotivo e sublime accettazione di quella che sostanzialmente è una lettura di storie accompagnate da una chitarra. Ursula Le Guin diceva che sono esiste culture che non hanno inventato la ruota, ma non sono esistite culture che non narrassero storie, e come tali continueremo ad ascoltarle, così come Laura Marling ci propone le sue.

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