NICK CAVE – Ghosteen

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Non è facile esprimersi di fronte al dolore e non è facile giudicarlo a priori, perché la spirale delle emozioni è talmente personale da rimanere dentro se stessi, in una sorta di decantazione in cui nessuno si può avvicinare. Soltanto al tocco delle dita, il freddo esagerato provocherebbe un’ustione. Il problema è il rapporto fra una perdita (in questo caso terribile come la morte di un figlio), e la reazione dell’artista, il quale ha la possibilità di costruire un’opera sempre a metà fra la catarsi interiore e la liberazione dai fantasmi che l’avvolgono in quei precisi momenti, come se uno sfogo necessario si riappropriasse delle direttive interne al circuito della vita, uscendo dall’abisso stesso.
Il buio si sa, è fonte di troppi pensieri che condizionano il cervello, il quale riesce forse involontariamente, a prefigurare ogni forma idealizzata proiettandola dentro e fuori il nostro immaginario, come se misteriosi ologrammi o fonti di energia ci venissero incontro per riappacificare l’anima, rendendoci felici e confusi nello stesso tempo.

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In questo caso il pericolo è un senso narcisistico del dolore, in cui, e lo ripeto: involontariamente, l’artista trovai il terreno fertile dove navigare potendosi esprimere in senso completo, trascendentale, a volte obliquo e a volte diretto, ma sempre in una condizione dove lo spettatore può soltanto assistervi in senso marginale, intimorito e quasi in disparte, come se aleggiasse un senso di preghiera o di meditazione, in cui l’unica alternativa è stare in ginocchio nel silenzio. Ed è proprio questa barriera invisibile che lascia sconcertati, senza nessuna reazione, perché di fronte alla tragedia cosa possiamo dire?

link traccia d’ascolto

Quello che potremmo fare è aggiungere una fonte critica all’opera stessa, perché di opera si tratta, musicale in questo caso, soprattutto pensando alla caratura dell’artista in questione, perché, per un senso di rispetto la moltitudine delle recensioni lo analizza con un’impronta emotiva, quasi con paura, elogiandolo come un’ideale prosecuzione di quello Sckeleton Tree, il quale, coperto di lutto come la sua copertina, era una lunga elegia sulla perdita, mentre questo Ghosteen, pur racchiuso sotto la trance cupa della sua origine, cerca una soluzione più solare che porti a una via d’uscita. Ma siamo sicuri che si sia aperta una porta?

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Sostanzialmente la ricerca di una soglia per poter oltrepassare un confine, è tutto il topos dell’album, il quale si regge sui recitati del narratore che, suo malgrado, non raggiungono mai lo spessore della forma-canzone, ma rimangono circoscritti in un incedere lirico fluttuante, sempre a metà fra la poesia e una forma metrica vicino alla letteratura. Chiaramente, lo “spirito-fanciullo” racchiuso nel neologismo del titolo, si configura come tema e trama nella sua complessità, dividendo l’album in due parti: la prima che prende la parola dal punto di vista dei bambini, e la seconda, dal punto di vista dei genitori. Il resto lo fanno i campionamenti e gli arrangiamenti di Warren Ellis, i quali rappresentano il vero difetto del disco, perché non riescono mai a far emergere il valore creativo del protagonista, anzi, lo imprigionano in un limbo minimale che allontana l’ascoltatore dalle aspettative di un lavoro del genere, come una specie d’implosione. E da questo punto di vista, la qualità paga dazio.

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Probabilmente eravamo abituati a sentire Cave in quell’alternanza di sonorità, che aumentavano la qualità esponenziale delle sue liriche, proprio perché si avvitavano intorno alla concezione di un rock’n’roll potente e viscerale, riuscendo a interagire sia con le melodie e sia con la rabbia: distruggendo e ricostruendo, raccontando comunque. Ghosteen vive da un’altra parte: in un  altro mondo, come se il disegno fiabesco della copertina, annunciasse non tanto il ricordo di un ideale luogo dove ritrovare ciò che si era perduto, ma la speranza che un paradiso possa davvero far convivere agnelli e predatori. Un mondo che i sogni infantili configurano davvero, e se innamorano. In questo caso l’amore è un canto disperato, in cui, un continuo flusso di coscienza, alterna quiete e rassegnazione, speranza e consapevolezza,  illusioni a realtà tragicamente quotidiane, anche se il tappeto sonoro dell’insieme è costruito sopra un aspetto sognante, costituito da una mano tesa verso il mistero della vita e della morte.

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“C’era una volta una canzone / che fremeva per essere cantata / era una canzone a spirale, sul Re del Rock & Roll / In principio il Re era un giovane principe / il principe era il migliore / coi suoi capelli neri ingellati, finì su un palco a Las Vegas / Il Re aveva una Regina / i capelli della Regina erano una scalinata / Lei curava il giardino del castello / e nel giardino piantò un albero / L’albero era una scalinata, alta sedici rami / Sul ramo più alto c’era un nido, il cui canto si spargeva fra le nuvole / Nel nido c’era un uccello / L’uccello aveva un’ala / L’ala aveva una piuma / La piuma girava e il vento cantava / Col tempo il Re morì / Il cuore della Regina si ruppe come un voto / e l’alberò tornò alla terra / insieme al nido e all’uccello / ma la piuma filò verso l’alto, sempre più in alto / girando tutte le rose dei venti /       mentre tu siedi al tavolo della cucina, ascoltando la radio / Ed io ti amo, ti amo, la pace verrà / Un tempo verrà / Verrà un tempo per noi”

Si apre con questa metafora quella che potremmo chiamare la favola del disco, perché tutto l’io narrante cerca il centro del suo cuore, partendo dalla parabola di Elvis Presley come patrimonio collettivo, trasfigurandosi poi, ritornando a se stesso,  nella sua storia di cantante, autore, padre…

“I cavalli lucenti si sono liberati dei campi / sono cavalli d’amore, le criniere infuocate /… / E tutti si nascondono, nessuno fiata / e io sono al tuo fianco, ti tengo per mano / … / E tutti hanno un cuore che tende verso qualcosa / Siamo tutti stanchi di vedere le cose per quel che sono / Un cavallo è solo un cavallo e la sua criniera è infuocata / I campi sono solo campi e non c’è nessun dio / E tutti si nascondono, sono tutti crudeli / E certo non mancano tiranni, né idioti / E la piccola sagoma danzante in fondo al corridoio / È un desiderio che il tempo non può dissolvere / Questo mondo è davanti ai nostri occhi… / Non vuol dire non si possa credere in qualcosa / … / Sì, ci sono cose difficili da spiegare / Ma il mio bambino sta tornando a casa, col prossimo treno”

illusione e realtà che si rincorrono…

Guidammo attraverso la notte, il vento le scompigliava i capelli /  parcheggiammo vicino ad una spiaggia nell’aria fresca della sera / … / Il tuo corpo è un’àncora che non chiede di esser levata / vuole solo occuparsi della tua apparente felicità / … / La tua anima è la mia àncora, che mai vorrei levare / Dormi ora, dormi quanto ti serve / Perché io ti sto aspettando / Sto aspettando il tuo ritorno”

e poi ancora…

“…E tutti noi sorgiamo dalla nostra meraviglia / Non ammetteremmo mai la sconfitta…”

“…Amo il mio bambino e il mio bambino ama me / È immenso e selvaggio ed è profondo come il mare, il mare / E ora il sole affonda nell’acqua, ora, ora / Amo il mio bambino e il mio bambino ama me…”

“…Se potessi eliminare la notte lo farei / e metterei il mondo sottosopra / Non c’è nulla di male nell’amare qualcosa che non puoi tenere fra le mani…”

“…Siamo lucciole intrappolate da un bimbo in un barattolo di vetro / E tutto è distante come le stelle / Io sono qui e tu sei dove sei / … / Siamo parti di questa parte di luce / Non possiamo dormire e temiamo i nostri sogni / … / E giacciamo tra i nostri atomi e io vi dico delle cose / e spero che un giorno capirete / …  / Una stella è solo la memoria di una stella / Siamo lucciole che pulsano debolmente nel buio…”

“…Mi comprerò una casa sulle colline / con una piscina a forma di lacrima e una pistola che uccide / perché dicono che c’è una pantera che gira da queste parti / … / Dicono sia bianca, rara e pronta a danneggiarti in ogni modo / e tutto il giorno controlla il perimetro / ma di notte giace tremante fra le mie braccia / Ed io sto solo aspettando che arrivi il mio giorno / … / Tesoro, i sogni sono la tua parte migliore / Li porto con me nel cuore / … / Tutti stanno perdendo qualcuno / Ed io sto solo aspettando il giorno / Sto solo aspettando che giunga la pace”

Chiaramente tutto il tessuto lirico, pur rimanendo sempre in sospensione, diventa una forma continuamente frenata dall’impossibilità di poter raggiungere uno stadio superiore di elevazione, finendo per essere sempre un corpo che sbatte contro una barriera, anche se fatta d’aria, consapevolmente ma, ripetuta all’infinito sempre a metà fra desiderio e rassegnazione. Cave questo lo sa, e nonostante tutto l’insistenza reiterata è proprio continuamente ripetuta fino all’esasperazione, anche se scritta come una carezza dolce, come il ricordo di un ulteriore parto fra sofferenze, gioie e sangue, insistentemente.

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Tutti conosciamo le qualità poetiche di questo cantautore australiano e c’inchiniamo di fronte al suo dolore, perché lo comprendiamo, ed io posso dire qualcosa perché ho vissuto e visto mia suocera perdere non una, ma due figlie, e posso sottolineare che le sofferenze di una madre sono tropo alte per parlarne. Già, però a questo punto mi viene spontanea una domanda: perché dentro a questi testi non si parla di una madre? Se non in maniera molto trasversale (qua e là), tipo, una regina, una donna, una certa Kisa? Me lo sono chiesto e non mi sono dato una risposta, non conoscendo il vissuto coniugale del nostro protagonista. Resta comunque il fatto che il dolore della madre non emerge affatto, soprattutto nella seconda parte dove dovrebbero interagire i genitori, se non proprio nell’ultima lirica, dove appunto questa Kisa (riferimento alla Gotami della tradizione zen) si rivolge a Buddha per salvare il figlio malato, e Lui le risponde di cercare in ogni casa un seme di senape, ma solo nelle famiglie dove non è morto nessuno, e Lei purtroppo non trova alcuna famiglia senza un lutto alle spalle. La metafora è bellissima, ma al di là di qualsiasi risvolto, la visione complessiva di tutte le visioni è soltanto maschile, e da questo punto di osservazione viene a mancare una parte importante di tutta la storia, soprattutto come partecipazione.

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In passato ho già parlato di questioni di vita e di morte, ed è sempre difficile ritornare su argomenti di questo genere, ripetendoli ulteriormente. Rimane un album, il quale non so quanti lo ascolteranno più volte, o ognuno di noi lo affronterà alla sua maniera con i suoi meccanismi emozionali, con le sue verifiche, con le sue predisposizioni poetiche, con le sue paure e i suoi fantasmi, perché se in passato altri cantautori hanno affrontato il lutto con risultati diversissimi, e penso al Bob Dylan di “Blood In The Tracks”; al Lou Reed di “Magic And Loss”; al Mike Shinoda di “Post Traumatic”; al Manuel Agnelli di casa nostra con “Folfiri e Folfox”; al cupo Luis Vasquez di “Criminal”; all’intenso Phil Everum di “A Crow Looked At Me”; agli AC/DC con “Back In Black”; o per esteso allo struggente Rainer di “Live at the Performance Center” e al David Bowie di “Black Star” (i quali hanno scritto prima e sapendo della loro fine); insomma, ognuno ha la sua maniera per elaborare una perdita, e noi non dobbiamo rimanere indifferenti, nel senso che ognuno avrà i suoi modelli ispirativi da poter giudicare.
Ma se gli artisti di cui sopra, hanno avuto le loro motivazioni emozionali, Nick Cave ha scelto una sua strada, e la percorre dentro a un buio impossibile, dove la luce è proprio quella lucciola rinchiusa nel bicchiere di Fireflies, la penultima traccia di questo suo diciassettesimo lavoro in studio, nella ricerca ossessiva del suo al di là.

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Eppure, che lo vogliamo o no, la morte fa parte della vita, e prima o poi ognuno di noi dovrà affrontarla e/o accettarla con tutte le implicazioni che scomoderanno psicologie, filosofie, esoterismi, credi, parti oscure della mente o tunnel di luce vagheggiati, e altro ancora. Cave, colpito profondamente da queste tragiche dinamiche, le ha elaborate con l’espressività di un artista il quale nella sua esistenza ha visto tante e troppe cose. Ma se prima i suoi vari passaggi: dall’irruenza punk alla trasformazione rock, dal cantautorato intimista alle murder ballads, gli avevano dato lo spazio sufficiente per attingere dalle sue visioni reali, ora, la realtà vuole andare oltre, ma oltre quel confine, non è mai tornato nessuno.

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tutte le immagini sono tratte dal web, mentre i testi completi li troverete sul sito italiano di Nick Cavehttp://www.nickcave.it/discografia.php?idAlbum=30

Ed ora, scusatemi, ma ho bisogno di mettere sul piatto qualcosa di forte, qualcosa che abbia ritmo e vigore, che mi svegli da questo lungo sonno, allontanandomi non solo dagli spettri che potremmo avere intorno, ma anche dalla propensione che la gente si pone di fronte a un calvario personale. Non guardiamo la vita in bianco e nero: la vogliamo a colori!
Stappiamo un whiskey di qualità e brindiamo alla prossima rinascita di quest’artista indiscutibile.

Saluti ragazzi !

il Barman del Club

53 thoughts on “NICK CAVE – Ghosteen

  1. Caro Amico blogger ha scritto un articolo bellissimo, complimenti.
    Amo Nick dagli inizi e ho tutto praticamente di lui e dei Bad Seeds ma i dischi dove il c’è il violinista ho fatto fatica a digerirli.
    È vero che un artista deve cambiare ma senza Mick e Blixa mi hanno preso di meno.
    Questo album lo prenderò a novembre.

  2. Perfettamente d’accordo con te. La sua voce, il suo vissuto sono ancora da brividi, ma l’album proprio non ci sta. La cosa peggiore è proprio la musica e mi meraviglio che Nick l’abbia fatta propria, una litania insopportabile che allontana l’ascolto empatico del testo.
    Spero che Cave reagisca al suo dolore e non si limiti solo ad “aspettare il momento per andare”.

  3. Anche se non so quasi nulla della lingua inglese, la narrazione di Nick (la sua voce, il suo malinconico incedere, la struttura musicale e tutto ciò che ruota attorno al suo personale diario musicale) è sicuramente coinvolgente e non si può rimanere indifferneti al suo messaggio !

    Bel post !
    …Vado sempre di Grappa !
    Ciao !

    • allora scelgo una delle migliori: si chiama “5 Legni”, barricata, della casa produttrice “Villa Rosati”, amabile, giusto per ammorbidire la durezza delle tematiche in questione, e assaporarla dolcemente con la musica…

  4. Un post interessantissimo che va oltre la musica, va diritto alle emozioni e la tua scrittura lo racconta in maniera profonda e partecipe .coinvolgendomi

    grazie
    a me un mirto che, dopotutto è come il nero: sta bene con tutto.

    un caro saluto

  5. buongiorno egregio, tutto ok? ti trovo in gran spolvero.
    come credo di averti già detto, leggerti è come partecipare a un Master.

    non ho la tua competenza in merito quindi mi soffermo su un passaggio molto profondo, ce lo insegna la storia, ogni espressione artistica intinta nel tormento interiore centra l’animo di chi ne usufruisce. A dirla tutta, forse, esprimere il buoi interiore è più complesso rispetto all’esternare emozioni positive. E’ una arena di Nerone collettiva, da sempre.

    • Ciao Ragazzo, è un piacere rivederti e invitarti a bere in questo localaccio. In questo caso, oltre al bicchiere pieno, ce ne sarebbero di cose da discutere sul male di vivere, soprattutto con te che sei laureato in psicologia. Diciamo che il dolore nel mondo dell’Arte è molto più creativo che la gioia, o perlomeno, è l’artista stesso che sublima queste sue emozioni, proprio per esercitare su se stesso una reazione. Il risultato è sempre direttamente proporzionale a quanto costui riesca a uscire dal dolore stesso, per non precipitare in una spirale, a volte narcisistica, che lo invoglia a esercitare continuamente un senso di blocco per chi rimane coinvolto nell’ascoltarlo, o nel leggerlo, o altro ancora. Poi è chiaro, ognuno reagisce alla sua maniera, però se io, noi, dobbiamo alla fine trarne un giudizio, abbiamo il dovere di dire la verità, nel senso se riusciamo davvero a partecipare a quel dolore, o se dobbiamo solamente stare a guardarlo in silenzio.

      • Grazie per il “ragazzo”, lo scorso 9 settembre ne ho compiuti 62, comunque il tuo non è un localaccio, tutt’altro 😉

        I titoli accademici li lascerei attaccati al muro, fanno geometria esistenziale decorativa. I lati oscuri, le problematiche della vita, gli irti e tortuosi percorsi pieni rovi a volte sfociano in verdi radure attraversate da limpidi ruscelli ma comunque ingabbiati in tempeste ingestibili. Affascinanti gli equilibri di Okefenokee (questa passamela). Attrae ciò che impressiona, fa paura, rattrista e ammorba la goliardia. Stimolanti riflessioni emotive, alcuni la chiamano filosofia, io la chiamo verità interiore.
        Se un brano ti porta fuori dal guscio, seppur momentaneamente, significa che ha stimolato in te un percorso riflessivo/emotivo, in fondo noi siamo anche, parzialmente, ciò che sogniamo. Proiezioni perenni su uno schermo intimo, a volte, raramente (come nella musica) condividiamo ma è sempre e comunque un viaggio. La differenza la fa essere turisti o viaggiatori, i primi scattano foto, i secondi si integrano al contesto, lo vivono.

        • auguri per i tuoi 62, in fondo quando s’inizia la terza giovinezza, vuol dire che si aprono orizzonti nuovi, e non è detto che siano verso il tramonto, anzi, io la considero una nuova alba, per tutto quello che si potrebbe fare, pensando a una libertà diversa. Comunque, tornando a noi, è vero che ogni lato del mondo così come i nostri luoghi oscuri, possono affascinare, che siano paludi, foreste lussureggianti o la Cappella Sistina. E tu hai azzeccato quando parli di perfetti equilibri. Probabilmente è vero che ognuno di noi ritrova lo spunto per una sua riflessione, a seconda del contesto e del suo modo di vedere le cose, così come la sua reazione di fronte all’avvenimento. Sostanzialmente condivido quello che dici, nell’accettare o meno un luogo o un’opera d’arte che ci attrae o che ci respinge, ma nello stesso tempo ci ha fatto parlare, e se questo avviene, allora, l’artista ha raggiunto il suo scopo.

          • hai capito tutto mio caro, comunque grazie per il parkour dialettico, io considero la vecchiaia imminente come una anticamera, spero lunghissima, verso quell’inferno che, forse, probabilmente merito ma non mi intimorisce. Intanto continuo a fare sport estremi, come sempre, mi piace giocarmela seriamente, anche di brutto, alternando periodi di stecchetto e palestra a fasi di svacco ludico, non mi drogo, sono astemio e non bevo caffè, però continuo a sentire quell’irresistibile richiamo della foresta, in fondo un po’ mi spiace non dovermi scornare come i cervi reali, gli umani hanno annichilito pure questa gerarchia partorita dalla natura.
            Si cazzeggia ma tu comprendi!

      • Se ne può dire tantissimo, perché Cave si è guadagnato il diritto di essere considerato. Non se lo è guadagnato facendo dischi come questo. Mi spiace dirlo. Ciao.

        • è il destino dei grandi: li vorremmo sempre all’altezza, ma purtroppo non è così, e questo disco lo ha dimostrato. Probabilmente dovrà ancora passare del tempo prima di rivederlo come negli album migliori, o non sarà mai come prima. Io m’aspetto un colpo di coda che gli ridarà la dignità di un tempo, chissà…

          • Poi gli va per un buon manico che personaggi di lungo corso, tra morti e feriti, son rimasti attivi in pochi ed è solo su quei pochi che possiamo ancora concentrarci in modo collettivo quando si manifestano. Per il resto del tempo siamo dispersi ai quattro venti, ognuno con i propri culti, sempre più indipendenti da diretti stimoli esterni (in pratica, se io e te oggi siamo allo stesso modo incazzati perché piovegovernoladro tu che sei vecchio metterai su gli Area e io che sono figo Urban Guerrilla). E così quando c’è un Cave nuovo possiamo ancora parlare di qualcosa che conosciamo tutti (tutti noi, ovvio, gli altri no). In altri tempi, senza tanti complimenti, lo avremmo trattato come abbiamo fatto con tanti mostri sacri negli 80. Adieu.

  6. Ho ascoltato ieri sera nel silenzio le finestre ancora socchiuse si creata un’atmosfera rarefatta ed ero come sore. Di piangere e nello stesso tempo di sentirmi leggera.
    Bellissimo dopo ho riletto quello che hai scritto.

    Buona domenica caro barman aspettiamo ancora un po’ più di un’oretta per alzare i calici di un aperitivo.

    Shera🌼🌷🌻🥃🥃🥃🥃

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