JAMBINAI – Onda

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In questi ultimi anni, si è sentito molto spesso parlare di “musica etnica” o di “world music”, come se etichettare un genere fosse necessario a tutti i cosi, dimenticando che anche la nostra, o quella americana, fa parte di un angolo di mondo, e non deve necessariamente essere quella che si è appropriata di termini in cui tutte le altre le girano intorno. D’accordo che bisogna indirizzare l’ascoltatore, e fin qui va bene, ma poi bisogna parlare di musica come parte di noi e delle nostre stesse emozioni, senza distinzioni. Ecco che questo ensemble sudcoreano può introdurre l’argomento proprio a suon di note, facendo parlare gli strumenti, anch’essi originali, ma che fanno parte di quel patrimonio importante dei popoli. Jambinai è il loro nome, i quali, miscelando le sonorità delle loro origini, riescono a trovare un varco per quello che chiameremo più semplicemente folk-apocalittico intinto di post-rock, giusto per essere più sinceri con noi stessi, senza circoscriverli dentro ad ambiti particolari, ed elevandoli insieme allo loro magia per un sound originalissimo.

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La copertina presagisce l’inizio di un viaggio affascinante, il quale non deve per forza immergersi dentro se stessi, anzi, tutto il contrario, perché se il mare che s’intravede dall’alto delle montagne, è la risposta alla ricerca dell’anima, in cui, tutte le onde si prenderanno cura dei nostri pensieri, allora, non sappiamo la sorpresa che ci aspetta. In questo caso, quiete e violenza si alternano con la poesia e la ferocia che ha dato origine alla vita, e proprio da questa evoluzione tutto l’album giganteggia dentro a un’alternanza di ritmi straordinari, riuscendo a sfoderare un insieme di melodie e di fraseggi dalla potenza espressiva micidiale. Potremmo chiamarla Canto della Terra, in cui un’impronta caotica sempre presente nella gestione delle tracce, riesce a forgiare una bellezza sopraffina e elevarsi per congiungere mare e cielo. Tra l’altro anche i cantati riescono a ritagliarsi lo spazio necessario per anticipare brezze e uragani, come se una forma-canzone tutta sua dovesse per forza anticipare l’impeto che la seguirà.

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Tutto il disco è di una bellezza sconvolgente: da pelle d’oca potremmo aggiungere, perché ogni passaggio strumentale ci trascina nel vortice dove eruttano vulcani sempre in attività, per poi lasciare che sia la stessa lava a creare i solchi dove passeranno i successivi fiumi. Come già detto, la distruzione poi aggiusta tutto e la devastazione è soltanto uno dei tanti eventi che hanno portato l’uomo a capire di non avvicinarsi troppo a dio, perché egli stesso è opera dell’universo, come se l’apocalisse facesse parte del proprio battito di ciglia. Questa musica che ogni tanto riecheggia fascini orientali, riesce ad alternare delle reminiscenze classiche con l’hardcore più sfrenato, attraverso crescendi inarrestabili, come se l’uragano che ha preso origine dall’altra parte del mondo con i Godspeed You! Black Emperor, s’incontrasse con la violenza di questi ragazzi con gli occhi a mandorla, per dare un senso alla sfericità di questo pianeta, fino ad incontrare certe melodie dei Massive Attack. Poi tutto rimarrà in equilibrio sulle onde degli oceani, e proprio sul mare sorgerà di nuovo il sole.

link traccia d’ascolto

Possiamo scomodare gruppi come i Dead Can Dance, i Tool, i Mogway, perché attraverso le suggestioni sonore, le voci femminili fluiscono proprio come una sinfonia moderna, sfoderando sensualità a echi di frecciate post-metal che fanno presagire un continuo ripetersi degli eventi, attraverso una sovrapposizione di stratificazioni sonore. C’è poco tempo per riflettere, troppo poco per orientarsi, la successiva mareggiata distruggerà ogni cosa, prima della rinascita.
Onda in coreano significa “arrivare”, “emergere”, come se la somiglianza con la parola occidentale (in questo caso spagnola), fosse proprio una terza onda (questo è il loro terzo lavoro) che presagisse il loro arrivo, giusto il tempo per sminuire tutti i luoghi comuni sulla musica asiatica, idealizzata sempre sulla meditazione, fra yoga ed estraniamento dalla realtà. In questo caso di realtà ce ne fin troppa, nel senso che la violenza della vita si ripercuote sopra tutto e tutti, senza troppe preghiere, senza troppe illusioni.

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tutte le immagini sono prese dal web

Se la prima onda del 2012: “Différance” aveva iniziata a sconvolgere le forze della natura; la seconda: “A Hermitage” del 2016, sembrava non lasciare più scampo a nessuno, e così è arrivata anche la terza, giusto per non farci mancare niente. Ma, qualcosa rimane sempre, come se l’espressività artistica s’impadronisse di tutto ciò che ci circonda per vincere finalmente le forze del male. La vita vincerà sempre così come la bellezza e la meraviglia della musica, perché tutto non avrà mai fine.
Album stupendo, sicuramente uno dei più belli del 2019…

salute ragazzi !

il Barman del Club 

14 thoughts on “JAMBINAI – Onda

  1. Grazie per l’incontro barman, non li conoscevo. Da qualche tempo curo molto alcune musiche etniche: Dakha Brakha (stupefacenti) , Huun Huur Tu (commoventi ) , Mamadou Diabatè
    ( fusione ritmo melodia ) Altai Kai, Jupiter Okwess Etc. Ecco, salgo su una astronave che di volta in volta mi porta su un pianeta bellissimo abitato da gente semplice e pura di cuore e, pensa, senza neppure una sola boccata d’erba o un sorso di burbon.

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