ROBERTA DAPUNT – Sincope

roberta dapunt sincope

Quando sentii per la prima volta Roberta Dapunt leggere le sue poesie all’interno di un festival letterario, rimasi colpito immediatamente dallo spessore dei suoi componimenti, a tal punto da farmi sospirare tra me e me: “…finalmente un poeta…” (!)  Si perché, quando ci sono delle aspettative legate a una passione personale e si ascolta una sequela infinita di personaggi molto lontani dalla concezione artistica vera; se all’improvviso appare l’autenticità senza nessuna pretesa di esserlo, con una quieta esplosione di intima bellezza, e di profondità talmente vicino a noi da trasportarci nei suoi abissi, nelle sue solitudini, nei suoi chiarori, nel suo mondo semplice e nello stesso tempo immenso, allora, possiamo senza alcuna remissione dichiarare che la vera poesia esiste davvero.

roberta dapunt

“Sincope” è la sua terza pubblicazione, dopo “La terra più del paradiso e Le beatitudini della malattia, trasformando in un percorso unico fra corpo e anima tutta la sua evoluzione lirica. Non è casuale che le metafore percepite intorno al titolo di quest’ultima silloge, riguardano proprio il suo rapporto fra coscienza e incoscienza, come se l’improvvisa e transitoria perdita di lucidità, si trasformasse in uno svenimento percepito non tanto come totale assenza da ogni cosa, anche solo per un momento, ma in una possibilità di sentirsi parte dei due mondi, totalmente. In realtà, anche se l’origine etimologica di questo termine significa “rottura”, sappiamo che in poesia la caduta di una vocale: sincope appunto, omettendone la pronuncia, è spesso utilizzata per accentuare la melodia del verso, ottenendo così un passaggio metrico più lineare; o anche nel linguaggio musicale, dove s’interrompe un ritmo forte con una pausa detta “ritmo debole”, creando un effetto armonico particolare chiamato per l’occasione suono sincopato. Ecco che se ci immedesimiamo con questi significati e ci concentriamo e ci abbandoniamo al flusso creativo di questa bravissima artista, ci troveremo immersi nel mondo della sua poesia, proprio come un fluido che ci attraversa e ci conduce nei territori della sua ispirazione e della sua sofferenza, tutta legata alla genesi del suo ritmo e del suo alfabeto interiore.

Armen Gasparyan 1
Illustrazione di Armen Gasparyan

Contrariamente alle precedenti raccolte, in cui le tematiche si concentravano sulla realtà contadina dei suoi luoghi (Lei è nata e vive in Val Badia sulle Dolomiti dell’Alto Adige), anche se le dinamiche personali prendevano sempre il sopravvento con le sue storie; in quest’ultima pubblicazione è il verso stesso a diventare protagonista, e non il contrario. Le parole si scoprono madre e figlie al tempo stesso e si immedesimano con la loro creatrice, come se lo scambio simbolico fra l’essere e l’avere, diventasse un’entità unica: corpo e anima che si riconoscono, che si amano e si odiano, che si cercano e si disprezzano, che si guardano e si accettano, ancora una volta fra “istinti” ed “estinti“. Poi è chiaro, i luoghi di queste montagne, con i suoi spazi e i suoi silenzi, fanno e faranno sempre da cornice, da sfondo, da sceneggiatura e da immersione alla sua espressività artistica, come se un’altra comunione unisse ogni forma vivente, ogni pietra, ogni movimento, con l’intimità di chi li ha visti crescere dentro.

Antonello Silveriniillustrazione di Antonello Silverini

Lo scambio simbolico fra esterno e interno è continuo, persone e personaggi, paesi e abitanti, parole e metamorfosi, vita e morte: soprattutto la morte, cantata e sussurrata, descritta e sviscerata senza mai capirla del tutto, ma solo guardata negli occhi, per poi richiuderli e continuare a scrivere. Tutto, dentro a un canto continuo. Ecco che se la base di partenza era il verso e la solitudine; piano piano il villaggio si popola di tutte le sue inquietudini e delle presenze, miscelando chi c’è e chi non c’è più, per convivere insieme a parenti e fantasmi, animali e silenzi. Poi, lo sappiamo tutti, quando l’esistenza ci toglie quello che di più caro abbiamo intorno, che sia un amico, un genitore, o peggio ancora una figlia, allora, la realtà si trasforma insieme alle nebbie e agli orizzonti, fino a cercare un suono nelle realtà più inesprimibili che abbiamo dentro, e darle un senso, compiuto, dal nulla all’assoluto: “…Nel silenzio ho pensato. / Nel silenzio sarà il mio dialogo con l’esterno. / Parlerò rivolgendo voce e vocaboli alla mia condizione interiore / e i miei orecchi presteranno ascolto a ciò che da dentro mi darà risposta. / Non ci saranno suoni, non sentirete vibrazioni, nessun fonema, / poiché il silenzio, esso è lingua di tutte le lingue, / comprensione totale posta sul desiderio di capire / e farsi capire…”

Sharon Sprung 2illustrazione di Sharon Sprung

delle solitudini I

Eppure lo vedo, resistente rimanermi accanto,
il delirio di personalità è una catena di montaggio
tra la condizione di chi è solo e il bisogno di
comunicazione.
È voce persa la mia, che si trasforma in emozione
anche quando non è richiesta.

Curato ciò che appare e lì dietro le incisioni nel volto,
nell’universo dei discorsi e delle parole scritte
la solitudine non è isolamento, non è isolamento
la solitudine,
che potrà anche essere espansione del verso
ma rimane capitolazione dello spirito.

del corpo I

Cresce questo corpo cibandosi dei miei silenzi,
si alimenta, mantiene viva la soma delle mie carni,
l’esterno guardarmi è pietoso rassegnarsi.
Io cerco, io cerco, eretico cercarmi
da un centimetro all’altro della mia pelle
vasto orizzonte so perdono le dita, smarrisco il tatto
e mi perdo.

È dunque vero il desiderio avvenente,
facciata quotidiana ti vedo allo specchio e ti osservo.
Sgraziato rimanere il mio, davanti ad ogni mattino
io cerco un fardello d’incanto
e non trovo che un attimo deforme.

Pensarmi in meglio, idearmi artificio. Crearmi.
Violando disubbidisco e mi ripropongo
e per poco ogni giorno sostituisco l’obeso vedermi
con un esile sognarmi

sharon sprung 4
illustrazione di Sharon Sprung

io sono il tuo luogo

Sono il paradiso, il purgatorio, l’inferno.
Sono il paradiso e l’inferno, la superficie terrestre.
Sono il continente, la città, l’incrocio e la strada,
sono il centro abitato, il numero civico, il corridoio,
la stanza. Sono il letto, la sedia.
Sono la meta, il pellegrinaggio, la solitudine,
la determinazione, la storia, il valore simbolico.
L’aspetto, sono la condizione di vita, la cura.
Sono il recinto, la copertura, la licenza.
Sono la data di nascita, la salute, la malattia, il termine
di tempo, il giudizio, il suo pregiudizio.
Sono l’opera, il corpo.
Sono l’uso profano, il sacro sentire, il convento,
la privazione, il santuario. Sono la parola,
la ferita, la parte dello spazio assegnato.
Sono il merito, la convenienza, il vizio e l’attenzione.
L’opportunità, l’ascolto, sono la ragione, la riflessione.
La miseria, l’argomento, il motivo. Sono la causa.
Sono l’opinione, la prova, la testimonianza.
La verità e la rinuncia. Sono il monte, sono il mare,
il bosco, sono l’abbondanza, il vuoto.
Sono il luogo. Sono, io sono il tuo luogo.

Sharon Sprung 1illustrazione di Sharon Sprung

metamorfosi

Succede che mi trasformo, mi sembra,
in una fantasia di natura morale. Sento
la mia condotta trasformarsi nell’aspetto
che fuori l’abitualmente accanto non scorge,
poiché rimane la mia presenza senza indizi,
la cui realtà non è discussa, nessun sospetto.

Ma i miei sensi, li sento rovinarsi, la mia coscienza
mutare in funzione del malessere.
Io penso di cambiare, mi sembra,
nell’essere estranea al consueto ordine naturale.
Cosicché i confini del mondo li afferro dentro
con i sensi, tra la mente e il cuore, tra le arterie
e la coscienza.
E l’animo diventa un mostro, la narrazione di un orrore,
che solamente io conosco, o meglio dire, riconosco
nella distanza che avviene tra me e gli altri.

Lo spostamento dell’animo negli antri dell’inquietudine,
la migrazione di me dentro me stessa,
in questo ideale dell’insieme che io non riesco.

sylvia ji 1
illustrazione di Sylvia Ji

il dolore e le mosche II

Io che non amo, che invece sono amata,
io che non dico ti amo, che invece sento dirmi ti amo,
io che sanguino forte durante le mestruazioni,
che piango nascosta e non oso cantare.
Io, che frusterei le mie carni per un rosario riuscito,
appendo i miei capelli al gancio
come domani il maiale,
come ieri il vitello,
come carne senza dolore
e le mosche intorno ad aspettare

gli incontri

Il volto, il tuo volto, vi crescono gli anemoni
e m’innamoro di te, creatura così diversa
che nulla sai e non mi vedi. Oppure sì, il tuo sguardo
rivolto al prato ogni volta che so, tu mi vedi.
Sono io quell’erba che continui a fissare?
Quell’erba che pesti, che ti sta davanti, ogni volta
che m’incontri?
Il tuo saluto rivolto a quel verde che tu sai, non ti
risponde.

Ma io. Io voglio in questi momenti esserti ogni erba
e le zolle,
esserti orto, campo e la primavera in mezzo al prato.

Julie Davidson 1
illustrazione di Julie Davidson

delle solitudini III

Incontenibile abbandono che amo
e nell’assenza la condizione di stare nel mondo.
La nausea in questo tempo
del quale considero un merito ogni secondo.
Unico orizzonte la coscienza
e la volontà di eliminarla dal mio sguardo,
perché mi chiede ossessiva e direttamente negli occhi,
sei tu qui ora?   Ora e domani?
Ebbene, io riconosco l’inutilità dello sforzo,
ma riuscissi a difendermi da questa risonanza interiore
che ritorna, che ritorna. E conduce nell’ombra
e mi chiede ancora e ancora, quando scadi donna?
Quando.

Poesie di Roberta Dapunt   (Giulio Einaudi Editore)

Tatiana Parcero 1illustrazione di Tatiana Parcero

Roberta Dapunt ha pubblicato anche una raccolta in “ladino”: la parlata di queste valli, intitolata “Nauz“, con traduzione in tedesco a fronte, poi edita anche in italiano, giusto per valorizzare il triplice idioma linguistico di quest’autrice, che ha dato ai suoi alfabeti un valore altissimo, nonostante siano una delle espressioni più semplici della vita contadina, la quale, insieme alla sua quotidianità, dimostra ancora una volta che la sensibilità e la semplicità rimarranno intatte nell’animo di una persona come una seconda pelle. In fondo, non c’è paragone di fronte alla ricchezza delle proprie radici, soprattutto pensando quando una terra diventa il ritratto di un muoversi insieme, dove, anche i frutti di un orto familiare, diventano il tesoro più prezioso.
“…Ascolto. / Senti il vino, amico mio che non ti conosco? / È ponte dal sapore fisico, sofferenza e piacere all’alito antico. / Sono certa che ti amo questa sera, / la ruvida acerbità della fermentazione, / il travaso delle tue parole. / È sudore afflitto, / splendido vacillare, come di breve morte. / Dammi da bere. Versami. Leviamoci la sete di dosso. / finché saremo redenti, amico mio che non ti conosco. / Arriveremo insieme al bordo del bicchiere, / lì dove cola la triste sete. Stasera in questo tempio…”

Che dire allora: beviamo, beviamo, e brindiamo insieme…

il Barman del Club

13 thoughts on “ROBERTA DAPUNT – Sincope

  1. Il dolore è le mosche mi ha profondamente colpita.
    La tua introduzione ricca di dettagli e richiami.
    Ho guardato su YouTube e ascoltato le poesie.
    Il mio cattivo umore non è migliorato Ma fa meno male.

    Sherabbraccicari 🌹

    • Vedi, il valutate o meno un esperienza artistica, oggigiorno è diventata un esercizio di stile paragonabile all’esasperazione che si vede nel mondo del football, in cui le valutazioni dei calciatori subiscono alti e bassi sconcertanti, spesso senza nessuna logica. Chiaramente, questo paragone irriverente, non vuole essere uno specchio per la poesia, ma sottolinea il fatto che non è facile delimitare dei confini su chi è più o meno bravo. Rimane sempre un’affinita’ emozionale che accomuna idee e pensieri, in cui, ognuno di noi, si sente avvicinato o respinto. Non so se il mercato editoriale della poesia si comporta come quello del pallone, o della musica, ma resta il fatto che certe esperienze vanno al di fuori della semplice interpretazione personale, e sostituiscono la critica letteraria che ormai va dove tira il vento. Personalmente la ritengo vicina a un mio modo di sentire le parole e i luoghi interiori, e mi appaga, senza voler essere celebrativa.

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