SACRI MONTI – Waiting Room for the Magic Hour

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Quella che potrebbe essere chiamata come la colonna sonora di questa lunghissima estate, l’hanno descritta i Sacri Monti, band californiana di SanDiego i quali, dopo il loro debutto nel 2015, e dopo percorsi itineranti sempre in giro per il mondo, si sono decisi a pubblicare il loro secondo album, inzuppato di hard-rock psichedelico quanto basta per far dimenticare il sudore di queste giornate, o per farselo venire: dipende sempre dal lato in cui si guarda questa esplosione di suoni, e come uno di noi se lo respira.

SacriMonti-1Sacri Monti – foto dal web

San Diego è senz’altro una delle scene più frizzanti degli Stati Uniti per questo tipo di musica, ed è anche il luogo dove la convergenza dei nostri eroi ha trovato il terreno fertile per favorire la loro crescita musicale. Conosciutosi al liceo come sempre accade in queste situazioni, hanno deciso di formare la loro band, anche se non hanno disdegnato partecipazioni in altre formazioni note al pubblico dell’hard-rock: il bassista Anthony Meier ha suonato con i Radio Moscow; il batterista Thomas DiBenedetto con i Joy e gli Harsh Toke; l’organista Evan Webskay con i Sigil of Dragon e i Monarch, mentre i due chitarristi principali: Brenden Dellar e Dylan Donovan si possono considerare gli artefici di questo progetto, anche se l’interscambio e la partecipazione con altri gruppi è un rito e un piacere ludico proprio di quelle parti. Se vogliamo anche il nome della band è venuto fuori per gioco, considerando che l’approssimativa traduzione dal latino di “Montagne Sacre” (diventata poi in Italiano) abbia colpito questi americani che, per una volta, hanno utilizzato il fascino di un nome straniero, ibridato fin che se ne vuole. E se si divertono loro, figuriamoci noi (!)

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Waiting Room For the Magic Hour è un album vibrante e travolgente, che si tuffa a pieni polmoni dentro a coordinate seventies per nulla scontate e accetta il confronto con tutti i paragoni di questo genere senza preoccuparsi di essere derivativo, anzi, si riflette e si rigenera ad ogni riff strabordante. Infatti, l’impatto della prima traccia che da il titolo al disco è subito una bomba diretta, senza attendere la procedura dell’innesco: sezione ritmica e chitarre esplodono senza remissione e senza salvezza e senza un attimo di tregua, come una rete a strascico che porta via tutto e lascia solo polvere al suo passaggio. Fear and Fire, la seconda, inizia dolcemente, quasi per illudere l’ascoltatore ma, come sempre succede, la quiete prima della tempesta è solo un’opera d’immaginazione, perché l’intreccio delle chitarre si fa sempre via via più violento e devastante. La forma del dialogo fra Brenden e Dylan è un continuo saliscendi di  accordi mozzafiato e di ripetuti riff che si accavallano e si sovrappongono in un vortice dove le derive lisergiche creano un flusso fascinoso in cui si è inesorabilmente inghiottiti. E giusto per non farci mancare niente, la terza traccia: Armistice, si accavalla alla seconda in un continuum senza sosta, dove la matrice hard si esalta e si espande per dare il “là” al quarto pezzo, Starlight, in cui la voce di Dellar primeggia per poi passare il testimone agli strumenti che accompagnano il suo canto disperato, in cui rock e psichedelia conquistano la scena, così come il magma infuocato che ne esce brucia tutto ciò che trova al suo passaggio, ma al contrario, qui non si esalta la lentezza, ma una velocità impazzita simile a uno tsunami di fuoco.

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La quinta traccia: Affirmation, è una ballatona fantastica, forse il pezzo più bello dell’album, perché se negli altri pezzi, la melodia era un optional, in questo caso la forma canzone straripa da ogni parte, fino a diventare un canto epico in cui si possono scomodare tutti gli stereotipi del sogno americano e le sue celeberrime autostrade, mentre la sesta traccia, Gone From Grace, accelera il battito fino a diventare una pulsione irrefrenabile, che via via aumenta la velocità, mettendo sul piedistallo il protagonismo delle due chitarre, le quali, senza un attimo di tregua, s’inseguono e si superano in una forma di corsa pazza fino alle soglie dell’annichilamento. La coda space di Wading In Malcesine e il pezzo acustico finale: You Beautiful Demon, sono solo il degno epilogo di un viaggio in mezzo alle fiamme delle loro visioni, perché, dopo aver bruciato milioni chilometri e dopo aver raschiato tutti i barili dell’inferno, si poteva solamente uscire a riveder le stelle.

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20190725_225654Sacri Monti – Live al Lido di Casletto – Rogeno (Lago di Pusiano – CO) Foto Antonio Bì

Questo disco è la consueta dimostrazione che il rock è più vivo che mai, nonostante  non ci sia più l’impeto rivoluzionario dei semi originari, o la voglia d’inventare un sound che travolga l’estasi giovanile della creatività. Evidentemente il rock’n’roll era ed è quella bellissima pazzia che accomuna le generazioni di tutto il mondo: dai 15 agli 80 anni, e ognuno vive la sua felicità. Evidentemente, se nella California di oggi, band come gli Artefact; i Loom; gli Astra; gli Earthless; i Red Octopus o gli Anthroprophh, e i già citati Joy, Radio Moscow e altri, continuano la tradizione che in passato gruppi storici avevano già tracciato, un motivo ci sarà.

Scusate ma dopo tutta questa puzza di zolfo, mi è venuta una gran sete, e giusto per non farvi mancare niente, offro da bere a tutti.
Salute ragazzi !

il Barman del Club

13 thoughts on “SACRI MONTI – Waiting Room for the Magic Hour

    • si, questo sicuramente, come per i restanti momenti in cui il nostro desiderio di svago, o di sentirci vivi per quel tanto che basta per caricarci emotivamente, ha bisogno di un’iniezione piena di colore e di vitamine necessarie alla nostra mente, spesso troppo confusa dalla routine.
      Grazie dell’intervento…

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