CHI HA PAURA DEI LIBRI?

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Chi ha paura dei libri? Già… questa domanda potrebbe essere articolata in così tante maniere da produrre molteplici risposte a seconda delle situazioni. Si è vero, il mercato è cambiato, i giovani sono diversi, internet ha preso il sopravvento, sovvertendo il sistema impadronendosi delle strutture, delle analisi sugli avvenimenti ma, soprattutto della verità. Ecco la verità, quella scritta sulle pagine della Storia. Intendiamoci, anche le Case Editrici possono omettere un fatto e girarlo a loro piacimento, però il mondo del web è un far-west senza controllo, in cui il bene e il male sono direttamente proporzionali al loro utilizzo, relegando la carta scritta a un ruolo da comprimaria, ricca di fascino e di nostalgia. Ma allora, chi ha paura dei libri?

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I libri rappresentano a tutti gli effetti il nostro patrimonio culturale, una fonte d’intelligenza da cui attingere per crescere e diventare adulti, soprattutto dentro. Non è casuale che l’incendio della Biblioteca di Alessandria nel 48 d.c. è considerata una delle grandi tragedie dell’umanità, proprio perché andò distrutto tutto lo scibile umano esistente fino a quella data. E dopo? Come venne riscritto? Se ci guardiamo intorno, tutti i regimi, compresi quelli di oggi, come primo atto per manipolare le masse intervengono sulla “cultura”, eliminandola o indebolendola furbescamente, perché, quando si tagliano i fondi per nascondere il suo valore, non è solo una questione economica, ma qualcos’altro di più sottile e meschino.

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Se ci guardiamo intorno, la ricchezza che produce la cultura è qualcosa di veramente immenso, potremmo aggiungere: straordinario. Un qualcosa così vicino e a portata di mano da sorprenderci per la sua facilità d’espressione: un contagio così estremamente benefico da farci diventare più ricchi di chi è ricco veramente, perché la bellezza e il sapere devono essere alla portata di tutti. Guardiamoci intorno, in Italia e in altri paesi stanno sorgendo festival di ogni tipo proprio intorno alle varie dinamiche della cultura; se entriamo in una libreria, incontriamo sempre tanta gente estremamente interessata alle innumerevoli pubblicazioni di ogni genere; le stesse “fiere del libro” attirano ogni volta la curiosità degli appassionati, senza parlare di tutti i restanti eventi che fanno da cornice a un paese, a una città o a un’intera nazione, tipo la “capitale della cultura” con tutto l’indotto che le gira intorno. Ma allora chi ha paura dei libri?

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Dario Olivero su Repubblica ha scritto un bell’articolo su questo tema, iniziandolo con la frase attribuita a Goebbels: “Quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola”; e alla fine lo termina dicendo che proprio la Storia ce lo insegna: “…ogni volta che si manomette la cultura, si sente parlare di pistole”. Ora, se la legittima difesa è un diritto che il cittadino di un paese civile deve avere, come  possiamo difenderci da chi uccide la cultura? Come possiamo farci sentire quando quando un qualcuno vuole rubare, uccidere o mettere a tacere la cultura? La risposta più semplice è: non smettere mai di leggere! Ogni libro è una potenziale difesa da qualsiasi ipotetico tentativo di rubarci l’intelligenza, perché vale la pena di ricordarlo, la cultura non è soltanto svago, intrattenimento o crescita interiore, ma tutta l’identità collettiva che racchiude tutto ciò che va oltre il singolo e appartiene a una comunità, che sia tribù, stato, paese, famiglia o gruppo di persone, amici e non. La cultura siamo noi, non dobbiamo mai dimenticarlo.

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Il problema consiste proprio quando, all’interno di un’identità collettiva, qualcuno vuole omologare la cultura appiattendola con la volgarità, controllandola nella distribuzione, gestendola come un ortaggio qualsiasi uguale a tutti gli altri, come un prodotto da supermercato, appiattendola nei significati e piegandola al suo volere. Ecco che subentra una reazione di chi involontariamente si lascia inglobare, forse inconsapevolmente, e di chi invece reagisce in diversi modi.  Ma è proprio questa reazione che va considerata, perché il vero “resistente” viene marginalizzato, trasformandosi in una sorta di essere diverso: è un po’ come il discutere che la normalità è un concetto di maggioranza, e che la verità di uno solo, non potrà mai essere quella della moltitudine.

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Ne consegue un isolamento che fa male alla cultura stessa, perché se da una parte quest’autodifesa intellettuale preserva l’autonomia di chi conosce il valore del sapere, da un’altra parte si lascia campo libero a chi voleva proprio questa clandestinità dell’intelligenza per esercitare il suo potere, e il male di potere è la peggiore malattia dell’umanità: a livello morale, uccide chiunque non si adegua. E’ probabile che l’isolamento volontario del resistente è la consapevolezza della sua autonomia, perché oltre un certo confine la si perde dentro a mille compromessi e non si è costretti a fare continuamente delle scelte. Ma siamo sicuri che sia la scelta giusta?

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Se la libertà è partecipazione, perché non si deve insistere per la partecipazione alla cultura e non alla cultura imposta dalle istituzioni?  Purtroppo il mercato di oggi ha trasformato completamente libri, librerie, case editrici e persino i lettori stessi; tutto è commercializzato con un mordi e fuggi continuo senza la preordinata preparazione di una scelta adeguata, come se la logica del profitto senza distinzioni, avesse trasformato gli operatori in un’enorme gatto che si mangia la coda incapace di fermarsi, autodistruggendosi. E’ vero che la partecipazione è l’accettazione di una condivisione fra una cultura legata solamente ai ricavi e a quella legata relativamente alla qualità, ma senza la prima non esisterebbe neanche la seconda: è sempre successo così, perché poi alla fine, è sempre la qualità ad essere ricordata. La confusione di oggi invece ha lasciato campo libero alla comunicazione virtuale del rapido consumo, in cui, se da una parte l’individuo si può perdere dentro a un “click” o a una qualsiasi immagine, trovandosi ma isolandosi nello stesso tempo, da un’altra parte il potere finanziario ha preso completamente il sopravvento.

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Bisogna fermarsi un attimo, bisogna avere la capacità di non farsi inghiottire dentro a questo vortice che sta appiattendo l’identità collettiva di un luogo, per costruire un villaggio globale completamente falsificato, il quale, cambiandosi vestito in ogni momento possibile, parla di biodiversità, solamente per il continuo bisogno di aggiungere qualcosa. Si alternano nello stesso tempo, il senso della provocazione con  un’infinita serie di realtà nate solamente per stupirci nell’immediato e, con la stessa fretta, si passa immediatamente ad altro. Bisogna ritornare ad avere la capacità di scegliere e di ragionare dentro a questa marea di proposte, perché la grande esplosione di internet può essere davvero un veicolo di libertà espressiva nel miglior senso del termine. Tutta la bellezza che ci siamo costruiti dopo le ultime guerre per vivere in un mondo migliore, cercando d’integrare in ogni ceto sociale un ideale di cultura per tutti, fino  al quel momento lasciato solo a pochi eletti, creando la consapevolezza che proprio la cultura era il mezzo necessario per emergere, o perlomeno per crescere in senso attivo, non lo si deve disperdere. Abbiamo delle possibilità enormi: se la nostra crescita era una priorità, ora dobbiamo capire il significato di questa crescita e non lasciarlo nelle mani del potere che la vuole controllare.

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Per fortuna, un po’ come negli “uomini-libro” di Bradbury in Fahrenheit 451, o più recentemente come nel film dei fratelli Hughes “The Book of Eli” (Codice Genesi), ci sarà sempre qualcuno pronto a conservare il senso della memoria tramandato a noi dalle pagine di un libro, e soprattutto, quelle pagine che conservano tutto il passato della nostra storia e della nostra intelligenza. Le prime parole della Bibbia sono: “…in principio era il verbo…”, ricordate?

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Qualcuno ha detto che gli uomini valgono per quello che hanno in testa non per quello che hanno in tasca, e allora bisogna evitare di invertire la rotta che si era intrapresa dagli anni ’50 un poi, in un momento storico come questo in cui sembra in crisi il concetto di democrazia rappresentativa. Bisogna evitare l’isolamento dell’individuo che produce e produrrà solamente il distacco e la partecipazione dei cittadini dalle funzioni reali del suo compito primario: essere parte attiva di una comunità, e la funzione della cultura consiste nel dare importanza al suo valore che non si può commerciare, anzi, proprio il commercio avrà il suo ritorno economico.   L’economia ha la possibilità di assorbire questo concetto proprio per identificare la bellezza che produce la cultura, e di elevarlo alla massima potenza, perché, quando gli uomini sono valorizzati della loro intelligenza, tutti ne possono beneficiare, sia in ambito familiare, sia in ambito più vasto. Bisogna rimuovere la patina grigia che hanno posato sopra di noi, per riportare alla luce tutti i colori che abbiamo e avevamo intorno.

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tutte le foto sono prese dal web

Quando l’organizzazione di una società capisce e capirà che leggere un libro è un bene da preservare e condividere in ogni abito sociale, e che gli strumenti tecnologici debbano avere una doppia funzione fino a diventare i veri divulgatori del sapere, dove confrontarsi e non distrarsi, questa sarà senz’altro la società ideale in cui vivere senza scomodare facili utopie. Basta poco per essere veramente liberi, basta sfogliare un libro, perché la conquista di questa libertà è stato un percorso faticoso che ci ha portato oltre le soglie di questo nuovo millennio, con la testa alta senza più doverla chinare. Il sapere è una conquista dell’umanità, ed è di tutti.

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E allora chi ha paura dei libri? Spesso siamo noi stessi… Abbiamo dato al concetto di tempo una variabile disordinata che ci ha reso schiavi del suo significato, come se il tempo fosse un valore da non sprecare leggendo un libro, e questa mia considerazione vuole essere un punto di partenza e non una parola finale. E’ proprio da questa conclusione che bisogna ripartire per iniziare un processo di educazione alla lettura, per ritornare ad essere una civiltà. Lo ha detto anche Pasolini: “…quando penso a tutti i libri che mi restano ancora da leggere, allora ho la certezza di essere felice
Che dire ancora, voglio solamente offrirvi da bere, offrirvi da bere con tutto il bene del mondo…. Salute ragazzi !

il Barman del Club

 

51 thoughts on “CHI HA PAURA DEI LIBRI?

  1. Ogni persona che legge è una persona che pensa, questo dobbiamo ricordare.
    (Io quando penso a tutti i libri che mi restano ancora da leggere mi deprimo. Perché so che non riuscirò mai a leggerli tutti.)

  2. Ho paura di chi ha paura dei libri……Anch’io penso spesso a tutti i libri che vorrei leggere e che a molti non potrò attingere. Ma a volte bisogna accontentarsi. Ciao e grazie !! Massimo

  3. Leggendo la tua riflessione, mi è venuto in mente un pensiero di Gianni Rodari che ho letto proprio stamattina, mantre ero andato in libreria a prendere dei libri. Esso diceva “vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”.

    • certo è proprio la questione della nostra libertà che nasce dall’evoluzione del nostro pensiero, più avremo capito il significato della frase di Rodari da te citata, e di questo ti ringrazio, e più avremo nelle nostre mani la bellezza della nostra vita, proprio per non essere sottomessi da nessuno

  4. Ho sempre pensato che per quanto gli esseri umani siano capaci delle cose più nefande, non mi sognerei di invocarne l’estinzione (come a volte vedo fare da qualcuno, al che mi viene da rispondere ok, comincia pure tu, poi vediamo), prima di tutto proprio per questa invenzione pazzesca e meravigliosa che sono le arti. I libri, come altre forme d’arte, probabilmente non esisterebbero senza la precarietà della nostra vita, quella che viene definita la tragedia della condizione umana, e che a volte io vedo anche come la spinta più forte verso la creazione, la ricerca di bellezza. Insomma, i libri (e le altre opere d’arte), oltre a procurare piacere, giustificano la nostra esistenza, ci riscattano, possono guadagnarci, se davvero ne avessimo bisogno, il “perdono” 🙂

    • certo, in un universo dove convivono materia e antimateria, quiete e violenza, dubbio e certezza, evidentemente la ribellione o l’esistenza o la creatività, o semplicemente la voglia di essere vicini alle nostre più vere emozioni, nasce o nascono proprio dal continuo conflitto dell’essere umano, fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sempre che esista la capacità di sentirsi giudici al sopra delle parti. Noi esistiamo all’interno di un equilibrio dove il bene e il male saranno sempre in contrapposizione fra di loro, e siamo sempre noi che possiamo decidere dove stare

  5. Da quando ti ho conosciuto, qui su WordPress, tramite e grazie alla comune amica Liza, ti ho da subito accolto, carissimo Barman, come mio punto di riferimento culturale non solo per l’aggiornamento e l’approfondimento sullo stato delle tendenze musicali contemporanee, ma anche come squisito appassionato di arte, specie visiva, ma più in generale a tutto tondo e tra i pochi (questo si davvero impopolare) a non aver paura a parlare di poesia altrui (tutti sono bravi a d aprire un blog con i propri scritti lirici, ma pochi lo fanno discettando quelli degli altri) ed oggi, con questo tuo ultimo post davvero monumentale, hai chiosato su un problema che travalica in modo abnorme il senso letterale del titolo, perchè hai affondato le mani nella titubanza e nella pigrizia (leggasi anche “ignavia” a fronte del continuo ritarsi dalla cosa pubblica) di un pubblico di lettori che di fatto sta svendendo la propria libertà di coscienza a fronte del misero guadagno di specchietti e lustrini.

    Ci ho messo un po’ a risponderti, perché sono stato molto toccato dai temi che hai affrontato, specie quelli riguardanti l’omologazione della cultura e della resistenza a tale appiattimento da parte di chi ancora lotta con tutto se stesso contro questo imbarbarimento (che poi, con il senno di poi, quelli che l’Italia conobbe tanto barbari non erano, ma tant’è…): in un turbine di osservazioni luminose e citazioni preziose (non ultime, tra le altre, le foto delle opere di Banksy), comprese quelle letterarie e filmiche (geniale anche la tua idea di usare un film mainstream ma con un grande messaggio come The Book of Eli per far capire cosa si sta mettendo a rischio), hai condotto il lettore del tuo post verso la terribile comprensione di un potere politico (non chiaro, perché non illuminato ed anzi appositamente nell’ombra dei riflettori) che di fatto periodicamente (oserei dire persino ciclicamente) brucia fisicamente o metaforicamente la Biblioteca di Alessandria dell’umanità, intesa non come scibile ma come memoria, che poi, in linguaggio fantasy è il motivo del perché, nella saga sia televisiva che letteraria di The Game of Thrones, il Re della Notte a capo della popolazione di non-morti dell’oltre barriera voleva distruggere il personaggio di Brandon Stark, chiamato semplicemente Bran, parola che in gaelico significa “corvo”, reso paralitico ed immobilizzato su una carrozzella ma capace di volare con il pensiero oltre qualsiasi barriera e soprattutto scelto dalle divinità della natura per essere il depositario della memoria degli uomini.

    Come già in passato io e te ci siamo trovati a discutere, i libri sono una delle testimonianze vive ed attive di ciò che gli uomini hanno detto, fatto e pensato e la loro conservazione e lettura (anche cartacea, perché no, a difesa di chi con il digitale, oltre alla comodità d’uso, vorrebbe anche manipolarne o controllarne il contenuto) diventano imprescindibili per la salvezza di tutti noi come civiltà, senza nazionalisimi, senza barriere e preconcetti, se non quelli di essere ciascuno di noi una boa fisica, una cassaforte di letture e memorie, come tanti server di una rete umana di immagazinamento dati e trasmissione ai posteri: in uno dei romanzi di sci-fi contenporanea di confine, si ipotizza che in un lontanissimo futuro l’umanità, per difendersi dalle aggressioni esterne, militarmente insormontabili, deciderà razionalmente di evolvere la propria struttura fisica in un virus, che non solo conserverà nel suo DNA la memoria culturale e scientifica della nostra razza, ma sarà in grado di infiltrarsi nel corpo degli alieni, mutandoli dall’interno… Questo, per te che puoi capirmi, è un modo ovviamente letterario e come tale iperbolico, di immaginare la resilienza dell’uomo di cui parlo spesso anche nei miei post.

    Un carissimo saluto, con tutta la stima possibile ed il rispetto per la tua penna.

    • L’idea del romanzo da te citato è una poliedrica metafora su come gli “umani” possono essere (o lo sono sempre stati) vita e morte nello stesso tempo ma, l’importanza della memoria è alla base del significato dell’universo. Mi hai fatto venire in mente le narrazioni moderne di China Miéville; John Scalzi o Hugh Howey, in cui, s’immaginano delle distopie talmente particolari da sorprendere qualsiasi lettore, e alla fine, tutti convergono sulla possibilità di non essere annientati, di resistere fino alla fine per evitare che venga cancellato tutto il nostro sapere. Si risvegliano le coscienze proprio nel momento in cui ci si accorge di poter essere cancellati, e non soltanto come istinto di sopravvivenza. Come sempre i tuoi commenti sono un’ulteriore approfondimento del tema in questione, così come il tuo blog, dove la discussione non si ferma ai convenevoli, ma prosegue in maniera intelligente dando libero arbitrio a tutti come dovrebbe essere, perché alla fine è sempre un arricchimento di ognuno di noi, e per questo ti ringrazio. In fondo, quando ci sono tutte queste persone che interagiscono fra di loro, si evidenzia ancora una volta questo desiderio di collaborare e di creare una condivisione infinita che ci fa crescere, in questa continua voglia di apprendere. Ricordiamoci che l’insieme delle cellule alla fine diventa un corpo fantastico che, tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, è tutto un infidamente organizzato. L’idea del caos può anche essere suggestiva, ma alla fine è sempre l’ordine che vince intorno a noi, e il desiderio di conservare la nostra memoria è qualcosa di immutato, sia sul cartaceo e sia sul digitale. Io forse sono di parte, ma tutto il mondo artistico: libri, musica, film, teatro ed espressività pittorica, ma anche fumetti, multimedialità e oltre, sono un veicolo importante per dare accesso a questa voglia di comunicare per non morire dentro, per continuare a vivere…

      • Che meraviglia, leggere come citi a proposito autori e libri fantastici (tra l’altro siamo tutti ancora in attesa della riduzione in film della cosiddetta Trilogia del Silo di Howey, dopo l’acquisizione dei diritti fatta dalla Fox oggi Disney) che effettivamente convergono sull’importanza assoluta di salvaguardare un’identità umana che sia un’identità culturale… Varietà nell’ordine, democrazia di valori e gender e religioni dentro un vero contratto sociale, una convivenza che sia rispetto e salvaguardia e penso alla “strana scienza” di Vandermeer e poi penso alla trasformazione del materiale narrativo che le majors stanno facendo oggi, abolendo a tavolino il razzismo ed il sessismo dalla storia con le nuove versioni di antichi classici (dal nuovo Dumbo di Tim Burton sono spariti i corvi e l’elefante non si ubriaca più) ed alla tua visione della cultura come un organismo composto di cellule vitali, ognuna con la coscienza del tutto senza esser onnisciente… Potremmo parlare ore tra noi, senza che questo sia un peso ma anzi la leggerezza di sollevare la medesima catena assieme.

        Mi auguro che entrambi si possa continuare a perseguire la stessa strada di condivisione nei nostri rispettivi blog: massima stima, barman, massima stima.

        • è vero, potremmo parlare per ore di libri e film di ogni genere, giusto per ricalcare la perfetta simbiosi tra parola e immagine, così perfettamente integrata nella nostra società, da condurci nel meraviglioso spazio dell’immaginazione condivisa. Tra l’altro, quando ci si accorge che intorno a noi esistono tantissimi artisti pronti a riproporre le loro idee, e nello stesso tempo tantissimi fruitori che le condividono fino al punto da immedesimarsi in esse (tu nel primo intervento ha citato l’ormai celeberrima saga “The Games of Thrones” e il polverone suscitato dalle scelte dell’ultima stagione, giuste o sbagliate che fossero, ma che fanno capire quanto il seguito dei fans sia totale, e questo anche per altri serial). Questo per far capire quanto ci sia il bisogno di interconnettersi gli uni con gli altri.
          Dall’antica Grecia fino al Risorgimento l’Arte era al centro della società e poi con la rivoluzione industriale, il centro è stato preso dalla scienza, spostando gli artisti ai margini di essa, facendoli diventare degli eroi anarchici. Ma ora, dopo la rivoluzione di internet, scienza e arte si sono riunite fino ad essere un’unica funzione, sia percettiva, sia economica e sia di qualità, coniugando profitto e valore creativo. Bisogna cercare il giusto approccio a questi valori per non disperderli nell’infinito universo virtuale, ma questo nostro colloquio è la dimostrazione di quanto noi tutti abbiamo la voglia di farlo in maniera intelligente, perché ne abbiamo bisogno.
          Tranquillo, quando esistono queste dinamiche così belle, non possiamo che essere solidali…
          Salute amico, un giusto brindisi non fa male, anzi !!! 🙂

          • Parole splendide, anzi direi persino musicali, perché se mai la verità avesse un suono, quella delle tue osservazioni sul ruolo della scienza e dell’arte e su questo nuovo Rinascimento portato dalla fruizione condivisa, beh, quella sarebbe alora una splendida melodia…

            Con in testa l’idea di questo web semantico, foriero potenzialmente di terribili sciocchezze ma anche ultimo baluardo di libertà, ti saluto e brindo con te, mentre, per l’ennesima volta sto riguardando in TV la parabola autodistruttiva di un uomo, come narrato nel bellissimo bianco e nero del Raging Bull di Paul Schrader e Martin Scorsese, sorseggiando un fantastico Porto…

            Alla salute, amico mio.

  6. ricordi quando berlusconi fece il suo messaggio “L’Italia è il paese che amo…” per annunciare che sarebbe sceso in politica? Dietro di lui c’era una finta libreria coi dorsi di finti libri: triste metafora di quello che l’Italia era diventata. Un paese vuoto di idee e d’umanità perché vuoto di cultura. In genere i buoni libri (c’è anche tanta merda dentro molti di essi) rappresentano il patrimonio culturale dell’umanità o di un popolo, Più recentemente, Alessandria è lontana nel tempo e nello spazio, penso al rogo della biblioteca di Sarajevo. In realtà la tragedia vera è che non si legge più, per quanto si scriva moltissimo. Soluzione? Facciano alle elementari come faceva il mio maestro negli anni Sessanta. A mezzogiorno terminava le lezioni e, durante l’ultima mezz’ora, ci leggeva a puntate romanzi di Capuana, Verga, I ragazzi della via Pal. L’amore per i libri mi nacque allora. Grazie Barman per questa puntuale riflessione, il tempo è da cioccolata calda.

    • hai colto nel segno: bisogna educare alla lettura da ragazzini; anch’io ho avuto questa iniziazione e mi è rimasta dentro, non è casuale che continuo a comprare ogni tipo di rivista specializzata, dalla musica alla poesia, dall’espressione artistica al cinema, perché mi è rimasto dentro quell’amore di avere fra le mani qualcosa di cartaceo da sfogliare e rileggere. Poi è vero lo si può fare anche sul supporto digitale: hai un’offerta enorme, ma l’educazione che si ha avuto fino ai vent’anni ti rimane addosso come un vestito, anzi, come una seconda pelle, e chi gestisce le sorti del futuro lo sa e agisce nel bene o nel male a seconda come vuole indirizzare le opinioni che gli porteranno beneficio. Ma il bene di un popolo deve essere nelle mani di tutti e non di pochi.
      Cioccolata… ? Io ho bisogno qualcosa di forte ! 🙂

    • il cambiamento fa sempre paura, giusto per rimarcare l’attitudine abitudinaria delle persone. Poi, come sempre succede, avviene che le stesse persone inneggiano a un cambiamento senza voler cambiare niente. E’ la cultura stessa a proporre idee nuove, o perlomeno le cerca, poi come sempre succede se disturbi il vicino sarà lui stesso a lamentarsi di colui che lo “disturba”, e via di questo passo fino a piani più alti del condominio

  7. Beh, dopo questa pregevole conversazione mi sa che ho poco da aggiungere. Solo alcune cose: interessante argomento e bella come sempre la tua scrittura; la connessione tempo e libro/lettura è il problema della civiltà di oggi che corre, corre e deve correre sempre di più (in tutti i sensi) e leggere un libro è diventata azione rara e spesso “rivoluzionaria”; non c’è niente da fare, l’abitudine alla lettera si acquisisce da bambini per imitazione (vedere mamma e papà che leggono) e per curiosità razionale e/o affettiva (l’adulto che ti aiuta ad appassionarti ad una storia e un libro diventa così un “tesoro” da scoprire ogni volta) .. dunque è dall’infanzia che bisogna partire, a casa e/o alle scuole dell’infanzia; altro punto: oggi la cultura non viene valorizzata, non rientra nelle competenze prioritarie, spesso risulta pure minacciosa e dunque il libro evitato .. tema lungo da affrontare, Barman, ma interessante. Grazie per le riflessioni.

    • E’ proprio vero tutto quello che hai scritto: il rapporto adulto-bambino è essenziale per dare inizio alla genesi giusta, anzi, nonostante l’intromissione esagerata, per non dire totale della multimedialità di oggi, dev’essere proprio il genitore e poi la scuola a equilibrare le due cose, sopratutto pensando ad una cosa importante: in rete si tende a sintetizzare un concetto rendendolo fin troppo semplice, quello che invece in un libro si porta alla sua massima estensione, approfondendolo in tutte le sue variabili. Questo è un punto cardine: l’individuo, dopo aver assimilato un’idea in maniera veloce, dovrebbe poi, dopo aver capito il forte interesse che ha verso quell’argomento, sviscerarlo con una lettura più profonda e non solo di superficie. E’ un po’ come quello che succede con un giornale quotidiano: c’è chi legge solamente i titoli, e quello che invece si legge tutto l’articolo; e questa propensione va fatta nascere da piccoli. Poi è vero, è sempre una questione di personalità. Tema lungo da affrontare… Grazie a te dell’intervento (!)

  8. Bellissima riflessione Barman. Qualcuno – forse Norberto Bobbio se non erro – ebbe a dire.. “la vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa” parole che sottoscrivo in pieno. La lettura apre le porte alle mente, a sviluppare fantasia e pensiero critico. Cerco con immane difficoltà di farlo entrare nella zucca di mia figlia che come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei delle superiori spende le sue giornate sullo smartphone/tablet di turno…. una battaglia (quasi) persa in partenza. Ma vale la pena di lottare per quel ‘quasi’, ne resto fermamente convinto. Buona giornata (e letture/ascolti etc. 😉

  9. Se, dovendo fuggire, potessi portare con me un solo oggetto, sono certa che prenderei un libro… Per la precisione, Il maestro e Margerita. E niente… passavo da queste parti, ho adorato il tuo post e ho voluto lasciare la mia impronta. Alla prossima, barman! 🙂

  10. Ciaooooo.me lo stavo perdendo. Senza libri non si vive.Non si vive bene. Poi quando leggiamo quelle cose che sappiamo e sentiamo e sulla carta sono perfettamente espresse….e dici ecco!!!! Grappa al miele, grazie😉💋⭐⭐⭐⭐

  11. Alle fiere del Libro magari ci vanno, cosi come alle mostre d’arte, ma poi i libri li comprano? Li leggono? No.
    Molti editori italiani hanno ripiegato sugli ebook perchè non riescono ad affrontare più le spese di stampa perchè in Italia di libri se ne vendono pochi e tutti dello stesso genere quasi.
    Purtroppo quando si entra in libreria non c’è la folla. Sia nei paesi che in città io non ci trovo mai nessuno. Hanno persino eliminato le serate letterarie e i gruppi di lettura perchè la gente non ci andava.
    Il panorama culturale italiano è tristissimo. Ma non è colpa dei fondi che mancano ma dei gusti delle persone. Spesso ai musei vanno solo studenti in gita costretti. Vanno di più le sagre col cibodi strada che le mostre. È un dato di fatto.
    A chi devono far paura i libri? Neanche autori impegnati come Saviano e De Luca spaventano nessuno. La popolazione è assorbita da ben altre cose ( calcio, sesso online e cibo). Quindi la cultura è considerata ormai un surplus e molte case son prive di libri e di quadri. 🙁

    • …che tristezza. Il problema generalizzato è proprio questo, eppure, c’è gente, magari una minoranza, che lotta ancora per uno spazio letterario o artistico, e che continua ancora a credere nel valore di un libro. E’ vero, si legge pochissimo e ci si fa influenzare da video e quant’altro. Chiaramente il mio titolo aveva una metafora più ampia, nel senso che se lo Stato mette a tacere la crescita culturale dell’intero paese, allora, ci avviciniamo a scenari vicini al 1984 di Orwell, per non dire che ci siamo già arrivati. Forse io faccio parte di quella generazione che crede ancora in questi valori e spera vivamente nella sua rinascita.

  12. Chi ha paura dei libri? Chi non vuole che ci prendiamo del tempo per noi stessi. Un tempo che non si chiama solitudine, o studio, ma che mi piace chiamare conoscenza. Un tempo non condivisibile (perché siamo nell’era della condivisione a tutti i costi). Un tempo che ha una misura tutta sua, diversa per ogni libro, e non per il numero di pagine, di righe lette, capitoli. Un tempo che va oltre quello che viviamo adesso. Un tempo dilatato, lento o veloce, che segue il ritmo e le stagioni che scorrono sotto i nostri occhi, oggi, ieri, negli anni 50, nel futuro prossimo venturo dell’anno 12mila. Perché c’è ancora chi ti risponde che non ha tempo di leggere. E forse, almeno in parte, ha davvero ragione. Perché mille altre attrattive catturano i nostri occhi, vetrine e negozi virtuali, dove non solo si vedono e comperano prodotti, ma anche amicizie e nuovi modi di stare insieme. Talmente immediati da sublimarsi in un click. Mi piace e non mi piace non funzionano con cento pagine. Ma nemmeno con dieci. Perché quando un libro ci piace o non ci piace potremmo parlarne per ore.

    Leggere (e scrivere) è potere. Quando i bambini imparano a leggere noi adulti non possiamo più nascondere nulla. Hanno in mano il codice decrittato con cui fino al giorno prima potevamo essere paragonati a degli stregoni, ma ora hanno tutti gli ingredienti della pozione magica. Inizieranno con poche e semplici pagine e poi chissà…è compito nostro educarli, prima di tutto facendo apprezzare il tempo della lettura.

    Viviamo un tempo strano, soprattutto per chi non è nato digitale. Le lettere si imbucavano in caselle di metallo rosse che in qualche caso riportavano la scritta “Per la città” e “per tutte le altre destinazioni”. E dopo averla scritta, dovevi uscire di casa, comperare il francobollo e infilare la missiva in quella fessura magica che l’avrebbe condotta, con tempi ignoti, all’indirizzo che avevamo scritto con cura. Niente @, al massimo un bel c/o.

    Scusa barman, ci ho preso la mano e sto rischiando di andare fuori tema.

    E’ un post bellissimo e non avrebbe bisogno di commenti. Tutti quelli che ho letto sono altrettanto interessanti, alcun dei post nel post.
    Imbuco anche il mio.
    Arriva subito…

    Arrivato!

    Ciao
    Silvia

    • è proprio questo il punto: sembra che non abbiamo più tempo. Non è casuale che se siamo noi ad avere paura dei libri, come potremmo difenderci da noi stessi? Jim Morrison diceva che rifiutarsi di amare per paura di soffrire, è come rifiutarsi di vivere per paura di morire. Ma se amare e vivere sono le fondamenta della nostra esistenza, quell’ora in cui possiamo dedicarci alla lettura, rappresenta lo spazio fra una storia e un’altra, per crescere ulteriormente insieme alla nostra cultura. Ora siamo di fronte a un cambiamento radicale, e non so se siamo capaci di prevedere il nostro futuro, perché sarà proprio lui a prevalere su di noi.
      Vedremo…

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