I MIGLIORI DISCHI DEL 2018 per il Sourtoe Cocktail Club

i migliori dischi del 2018

i migliori dischi del 2018-live

I migliori dischi del 2018
per il Sourtoe Cocktail Club

Amgala Temple – Invisible Airships
Anna Calvi – 
Hunter
Anna von Hausswolf – Dead Magic
Cloud Nothings – Lass Building Burning
Daughters – You Won’t Get What You Want
Esben and the Witch – Nowhere
Idles – Joy As Act of Resistance
Jjuujjuu – Zionic Muld
Julia Holter – Aviary
Kaanan – Windborne
Loma – Loma
Lonnie Holley – MITH
Mien – Mien
Mythic Sunship – Another Shape of Psychedelic Music
Rolling Blackouts Coastal Fever – Hope Downs
The Beths – Future Me Hates Me
The Liminanas – Shadow People
The Messthetics – The Messthetics
The Soft Moon – Criminal
Weedpecker – III

***

Car Seat Headrest – Twin Fantasy  –  (miglior reinterpretazione)
King Crimson – 
Live in Vienna  –  (miglior concerto live)
The Dawarfs of East Agouza – Rats Don’t Eat Synhesizers  –  (miglior performance)
Ty Segall – Fudge Sandwich  –   (miglior disco di cover)

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Come tutti gli anni vi lascio la playlist (in rigoroso ordine alfabetico), di quelli che per me sono i 20 dischi migliori del 2018, anche se nel contesto generale non ci sono state delle uscite eclatanti. Proprio per questo, nella media, sono andato a pescare nella psichedelia-rock, che sostanzialmente è il mio genere preferito, anche se come sempre, ho cercato di variegate la proposta dentro a stili diversi, dal folk all’industrial, giusto per premiare l’impegno di artisti intelligenti. Non è casuale che le mie scelte vogliono evidenziare autori o band, magari di nicchia, ma con delle ricerche creative interessanti, e in alcuni casi anche innovative. Chiaramente il tutto è come sempre accompagnato dagli ottimi cocktail di questo locale, i quali, oltre all’essenza di aromi e profumi che li contraddistinguono, si accomunano all’album prescelto con la loro valenza metaforica legata al significato delle categorie descritte.

Eccovi servita la lista disco per disco

Amgala Temple ‎– Invisible Airships

Amgala Temple
” 
Invisible Airships “

Lars Horntveth, Gard Nilssen e Amund Maarud compongono un terzetto norvegese che spazia con disinvoltura dentro un heavy-rock psichedelico con sconfinamenti vicino alla tipologia di lunghe jam ibridate di jazz e kraut. Bellissimi d’ascoltare pubblicano questo album dall’impronta seventy  dove tutto il sound si muove dentro a un’evoluzione spiraliforme fino ai giorni nostri. Idealmente, la vista dell’insieme tratteggia un panorama che vuole andare al di là delle consuetudini normalmente percepite, in cui, vecchio e nuovo, illusione e realtà, tracciano le linee guida per una trama essenzialmente godibile.
Lunga vita al vintage.

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Easy Rider
(voglia di libertà)

 

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Anna Calvi – Hunter

Anna Calvi
“Hunter”

Se di Anna ne ho già parlato nelle “pillole”, non si può negare che il suo ritorno è stato eclatante come sempre: fascino, rabbia, erotismo e poesia, accomunati dalla potenza espressiva di quest’artista britannica, in cui, le sfumature di un soul bianco si amalgamo nei ritmi classici del rock’n’roll, così come la lussuria descritta si mostra all’ascoltatore senza nascondersi, anzi,  si fonde e si mostra insieme alla bravura con cui le sue mani si muovono fra le corde della sua chitarra. Irresistibile

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Vampire Kiss
(quell’oscuro oggetto del desiderio)

 

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anna von hausswolff dead magic

Anna von Hausswolf
“Dead Magic”

Senza dubbio questo album è da considerarsi una delle sorprese dell’anno, giusto per evidenziare al mondo la bravura di quest’artista svedese. Anche di lei ne ho già parlato nelle “pillole”: drammatica e oscura, teatrale e innovativa, tenebrosa e vitale, tratteggia un affresco sulla vita e sulla morte dall’evocatività sconcertante. Il suo mondo pulsa di vibrazioni dove l’alternarsi della sua splendida voce con la ridondanza della strumentazione, evidenzia il suo messaggio con un’esplosione emotiva veramente potente. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma all’interno di questa continua e irrefrenabile genesi di suoni.
Si muore e si rinasce, ogni volta.

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Bloody Mary

(idee sanguinarie)

 

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Cloud Nothings – Last Building Burning

Cloud Nothings
“Lass Building Burning”

Questi ragazzi provenienti da Cleveland nell’Ohio capitanati da Dylan Baldi, ci propongono un post-punk con derive hard-core, in cui tutto il caos elettrico della messinscena, in realtà pone le linee guida per un’ossessione sonora dove l’energia riesce a contenersi, per poi dilagare in ogni lato fino a strabordare. Il tutto si concentra, non tanto sulle tematiche giovanili che si evolvono con l’età adulta, ma sulla idealizzazione di un incendio il quale non lascerà scampo a chiunque, uomini e cose. Evidentemente, la misura estetica non rimarrà a setacciare la cenere per cercare disperatamente quel poco di buono lasciato in eredità da questa civiltà, ma soltanto un crogiolo di suoni con tutte le metafore date alle fiamme insieme alle loro idee. Disperato.

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Fernet & Coke
(punto di non ritorno)

 

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Daughters – You Won't Get What You Want

Daughters
“You Won’t Get What You Want”

D’accordo, quando un gruppo riesce a partorire un’apoteosi noise, costruita intorno ai ritmi industrial di un rock malato e imploso dentro se stesso, e nello stesso tempo della distruzione ricostruire a sua volta una trama sonica così lacerata, da farsi piacere per tutta l’amarezza che vuole esprimere, allora, il confine fra la bellezza e la vergogna si annulla in una sorta di metamorfosi nichilista. Eppure, quando la fascinazione di una tragedia è talmente reale da considerarsi attuale, quale sedia dobbiamo scegliere per ascoltare in silenzio questa rappresentazione dell’attualità: “the mercy seat”, risponderebbe un personaggio a noi conosciuto. Poi sarà qualcun altro a ridare un nome all’ordine e al caos. Non c’è limite.

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Invisibile
(velvet gallows – patibolo di velluto)

 

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Esben and the Witch - Nowhere

Esben and the Witch
“Nowhere”

Esiste una cultura alta fra teatro, poesia e letteratura in cui, anche un gruppo dark-rock come questa formazione di Brighton, riesce ad esprimersi nella continua sovrapposizione di stratificazioni melodiche, fra riferimenti narrativi e contesti musicali sempre in evoluzione. Ne esce un bordone di suoni dall’impatto epico e accattivante, giusto il tempo per essere teletrasportati in quel mondo dove nascono le leggende per viverle in prima persona, mentre la voce di Rachel Davies ce le racconta come se fossero preghiere con un incedere liederistico molto evocativo. In fondo, se analizziamo le fiabe così come ce le hanno fatte conoscere,  il loro autentico significato in realtà nasce proprio dalle tragedie quotidiane furbescamente edulcorate, e noi, come da bambini, rimaniamo solamente ad ascoltarle. Struggente.

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Mojito
(un incantesimo)

 

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Idles - Joy As An Act of Resistance

Idles
“Joy As Act of Resistance”

Concepire un album cercando di coinvolgere pittori e illustratori, giusto per creare un happening  fra artisti di vario genere, cercando di visualizzare le tracce e i testi come un evento culturale, la dice lunga sulla presa di posizione politica di Joe Talbot e la sua band, nata nel Bat-Cave Night Club di Bristol con tutta una serie di spettacoli emozionanti. In fondo, se “l’opposizione allo spettacolo non può che produrre lo spettacolo dell’opposizione”, tutto ciò che produce “cultura”, produce “civiltà” intorno a tematiche sociali. Poco importa se l’irruenza punk o post-punk della sua poetica essenziale somiglia a un canto di rivolta, le finalità sono una lunga serie di provocazioni nate per svegliare ognuno di noi dal sonno della ragione.
Cazzi vostri.

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Negroni
(atto di forza)

 

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Jjuujjuu – Zionic Mud

Jjuujjuu
“Zionic Muld”

Dietro questo pseudonimo si nasconde un’icona underground della scena di Los Angeles, ovvero, quel Phil Perrone già conosciuto come organizzatore di festival e open-tour come il Derest Daze o il Moon Block Party, ma sempre pronto a sperimentare nuove linee per nuovi percorso, come in questo caso, in cui, una forma di house-music rincorre una ritmica effervescente miscelata con  space-rock e pop, e una forma di psichedelia ossessiva e coinvolgente. Le soluzioni stilistiche inseguono proprio l’eccitazione che producono fino ad arrivare allo stordimento celebrale e alla dinamica astrale che una volta veniva cercata negli effetti degli allucinogeni, e ora, dentro ad una infinita ubriacatura di note. Delirante.

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Tequila Sunrise
(colpi di sole)

 

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Julia Holter – Aviary

Julia Holter
“Aviary”

Cercare di descrivere in dieci righe uno degli album dell’anno, e soprattutto uno come “Aviary” già accennato nelle “pillole”, non è una cosa facile e proprio per questo dovete fidarvi, perché la caratura di quest’artista californiana struttura un lavoro multiforme e sorprendente. Ogni idea musicale è ribaltata completamente, sezionando un percorso complesso e originalissimo, in cui non esistono linee guida, e se esistono, si avvitano in una forma di pop irregolare e stratificato. Qui non si parla di forma-canzone perché siamo da tutt’altra parte, e nonostante questo, la cronologia degli eventi ci conquista come se esistesse davvero la soglia per iniziare un’avventura dentro le nostre percezioni più nascoste. Affascinante.

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cocktail long island
Long Island Ice Tea
(la classe non è acqua)

 

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Kaanan – Windborne

Kaanan
“Windborne”

Per gli amanti del rock psichedelico questa etichetta danese è come una forma di religione, perché scopre e pubblica tutta una serie di gruppi decisamente fantastici, come questi tre ragazzi norvegesi, i quali, esordiscono con un album inzuppato di atmosfere inacidate. Tutte le tracce attraversano uno space votato a una liturgia orientaleggiante, che si circonda di sulfuree atmosfere senza mai esagerare, eppure, veniamo catturati dalla rete a strascico pesantemente depositata negli abissi della nostra anima, per portare poi a riva, tutte le nostre multiformi sfaccettature che tenevamo nascoste. Se la Mahavishnu Orchestra ha avuto modo di esistere, i Kaanan sono la loro esatta reincarnazione. Senza fine.

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Inversion

Una Birra Media
(finalmente un sorso)

 

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Loma – Loma

Loma
“Loma”

Quando in una tournée s’incontrarono Jonathan Meiburg degli Shearwater con i coniugi Emily Cross e Dan Duszynski, affascinati l’un l’altro dalle rispettive ricerche musicali, decisero di collaborare per concepire un album particolare, motivato dalle idee di ognuno di loro. Ne è uscito questo gioiellino dove un folk impreziosito da tutta una serie di arrangiamenti particolari, si evolve tratteggiando una malinconia latente, quasi onirica direi, in cui la visualizzazione di un’ipotetica gioia interiore, è tenuta quasi nascosta per decidere il momento ideale della sua rinascita. Sono sempre stati d’animo generati dalla crisi e dal suo successivo superamento, ma le soluzioni espressive diventano un’autentica partecipazione fra tutte le emotività che gli strumenti stessi, utilizzati magnificamente, le esprimono come se fossero parte di loro. Originalissimo.

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Gin Fizz
(idee fresche)

 

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Lonnie Holley Mith

Lonnie Holley
“MITH”

La drammatica storia di quest’artista afroamericano l’ho già tratteggiata nelle “pillole”, ma evidentemente è proprio il dolore che genera l’ispirazione e muove le coscienze sviluppando una creatività incontrollata. L’opera completa è proprio la messinscena di tutti gli elementi in cui convergono tutte le espressività del pensiero, perché non è solo la musica a parlare, ma sono tutte la soluzioni creative che gli girano intorno a farla vivere; ecco che un un insieme di blues martoriati e sofferti, insieme a una forma di jazz anarchico e minimale, diventano la trama per un’apoteosi dell’anima, per quanto tragica. Il finale è però sempre la vittoria dell’autore, che si espone e si supera magistralmente.
Capolavoro

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Un Calice di Vino
(per intenditori)

 

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Mien – Mien

Mien
“Mien”

Allora, mettete insieme il cantante del Black Angels, Alex Mass; il tastierista degli Horrors, Tom Furse Cowan; il bassista degli Elephant Stone, Rishi Dhir; il polistrumentista John Mark Lapham degli Earlies; e ne esce questa collaborazione la quale genera una session di elettronica-dub-ambient-kraut da mandarvi in trip. E’ chiaro che spesso l’idea di un supergruppo va vista proprio nell’essenza di amici che si trovano per lasciarsi andare, suonando quello che la mente gli propone al momento: una sorta di allegra combriccola per divertirsi un po’, il cui risultato può essere sempre a metà fra il cazzeggio e l’esplosione creativa dell’insieme di menti artistiche. In questo caso di materiale ce ne in abbondanza per una fumata d’oppio da inebriarvi il cervello, perché ogni tanto, bisogna fuggire dalla realtà… vero!
Lisergico.

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Martini Dry

(agitato non mescolato)

 

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Mythic Sunship – Another Shape Of Psychedelic Music

Mythic Sunship
“Another Shape of Psychedelic Music”

La scena danese psichedelica, per quanto eclettica e straripante, non aveva ancora generato l’apoteosi della sua completezza, con un opera totale come questa. Giunti al quinto album, questi ragazzi di Copenhagen, inseriscono intelligentemente il sax di Soren Skov, giusto per omaggiare Ornette Coleman, anche perché alle loro solite divagazioni soniche pullulanti di lava incandescente, si uniscono le improvvisazioni intelligenti dentro a questo vortice di fuoco. Badate bene, in questo acido calderone esiste una regolarità ritmica che fa da supporto a tutta l’esplosione sonica, nonostante le derive free e le incursioni in un universo noise dalle vibrazioni cosmiche inaudite. E’ come se un buco nero c’inghiottisse nel suo vortice sconosciuto, fatto d’innumerevoli passaggi temporali visualizzando le infinite sfumature cromatiche dell’impossibile.
Se cercavate le coordinate per raggiungere  la genesi del paradiso, le avete trovate.

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Bronx
(tutto d’un fiato)

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Rolling Blackouts Coastal Fever - Hope Downs

Rolling Blackouts Coastal Fever
“Hope Downs”

Quando un gruppo ha tre chitarristi e cantanti, capaci di alternarsi negli spazi espositivi e di passarsi il testimone in un susseguirsi continuo di corse e rincorse per  inseguire il vento, giostrando continuamente fra rock, pop, ritmi e controritmi continui, in un’inarrestabile fuga on the road verso la felicità, allora, non ci rimane niente da aggiungere, bisogna solamente ascoltare queste bellissime melodie che non ti fanno rimanere fermo, ma ti coinvolgono in un rullante moto decisamente accelerato.
Tutte le canzoni sono tratteggiate da una gioiosa frenesia che sfugge da tutte le parti, ti prende per mano e ti trascina in quest’avventura con il sorriso sulle labbra.
Effervescente.

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Horse’s Neck
(così non si uccidono neanche i cavalli)

 

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The Beths - Future Me Hates Me

The Beths
“Future Me Hates Me”

Rimanendo negli ambiti di un pop con una qualità elevata, e schiacciando l’occhiolino verso un punk fruibile e decisamente godibile, ben lontano dalla sua rivolta iniziale, ci troviamo di fronte a questa band di Auckland, in Nuova Zelanda, la quale non disdegna la costruzione di melodie decisamente un po’ ruffiane e un po’ manieriste, proprio intorno al rullante vorticare di chitarre e ritmiche dinamitarde. Non ci si ferma neanche di fronte alla contemplazione della bellezza che ci circonda, perché bisogna bruciare le tappe fino ad arrivare all’esaltazione di questa voglia irrefrenabile e spensierata di scrivere  una canzone: semplice, come vuole un’iconografica rappresentazione della gioventù.
La freschezza abita qui.

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Aperol Spritz
(per tutti i gusti)

 

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The Limiñanas – Shadow People

The Liminanas
“Shadow People”

Questi coniugi francesi hanno superato i confini che dalle Alpi all’Atlantico li trattenevano nei piccoli club della loro terra, proprio perché sono riusciti a generare un sound originale quanto variegato. Psych-rock, synth-pop, echi morriconiani e velvettiani, dub e sperimentazioni ipnotiche infarcite di un groove il quale, passa con disinvoltura attraverso  new wave e trance oniriche. Ma è il gusto estetico che riesce a coniugare tutto questo come se passasse la colonna sonora di un  film da vedere e ascoltare. Se poi aggiungiamo un’infinita serie di ospito dall’indubbio valore, che vanno da Peter Hook dei New Order a Anton Newcombe dei The Brian Jonestown Massacre, fino ad autori transalpini come Bertrand Belin o il polistrumentista Lionel, possiamo capire quanto la riuscita di questo lavoro diventi prezioso.
La mappa del tesoro, non era un’invenzione letteraria.

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Campari Shakerato
(arte minima)

 

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The Messthetics – The Messthetics

The Messthetics
“The Messthetics”

Sotto questa sigla si nasconde la sezione ritmica dei Fugazi: Bendan Canty alla batteria e Joe Lally al basso, i quali, insieme alla chitarra impazzita del jazzista Antony Pirog, hanno dato vita a questa formazione veramente spiazzante. La vena improvvisativa, in questo caso, da vita a tutta una serie di strutture e sovrastrutture musicali, le quali, seguendo la torrenziale esplosione anarcoide del chitarrista, costruiscono un panorama fatto di schizzi sonori pronti ad infuocarsi per poi spegnersi in una quieta deflagrazione. Sembra un gioco di parole, ma mettere insieme un duo dal passato hadcore, con un personaggio variopinto che ha deviato dalle consuetudini della scena jazz, per entrare nella sperimentazioni più disparate: dal rock all’ambient, si rivela veramente un gioco di equilibrismi . Eccezionali.

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Cuba Libre
(idee rivoluzionarie)

 

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The Soft Moon – Criminal

The Soft Moon
“Criminal”

Sembra un gioco d’ironia quello che Luis Vasquez ci vuole trasmettere, dal nome artistico scelto per narrare la sua vita fatta di abusi, droghe ed emarginazioni, ma in realtà siamo da tutt’altra parte. Non è casuale che in questo suo quarto lavoro dall’incedere schizoide, intriso di un elettro-industrial vestito da post-punk, dove convergono noise e shoegaze, si parla di metafore terribili con una serie di storie raccapriccianti, descritte teatralmente come se lo spettatore dovesse integrarsi nell’ambientazione disperata. Non siamo in territori facili, eppure la partecipazione diventa una congiunzione emotiva in cui si viene inghiottiti.
Al male non ci sarà mai fine.

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cocktail abbinato
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Whiskey Sour
(semplicemente aspro)

 

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Weedpecker-III

Weedpecker
“III”

Questa band polacca proveniente da Varsavia ci inebria con un suono fantasioso, il quale, pur echeggiando atmosfere pinkfloydiane dei tempi migliori, intraprende un viaggio psichedelico senza confini, pescando quanto basta da un heavy-rock molto fruibile e coinvolgente. Il risultato è una serie di suite che riconciliano con la vita e con le brutture quotidiane, perché nonostante la verità spesso malata descritta nei dischi sopra citati, ogni tanto abbiamo bisogno di sognare e godere di quella bellezza pura cresciuta insieme al mondo, e in questo caso ce la troviamo davanti con tutto il suo respiro illuminante.
Lo scrigno delle meraviglie, è appena stato aperto.

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Americano
(idee rubate)

 

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miglior reinterpretazione o ristampa

Car Seat Headrest – Twin Fantasy

Car Seat Headrest
“Twin Fantasy”  

Quest’idea di Will Toledo poteva essere inserita a pieno titolo nei migliori dischi dell’anno, ma in realtà è a tutti gli effetti il remake di uno dei suoi lavori più sentiti, realizzato a 19 anni, e in questo caso rivisitato con un pakaging che include l’album originale e quello rivisto dopo circa sei anni di distanza, giusto per sottolineare l’autoproduzione di allora, e quella fatta con la Major di oggi. Il risultato è la concretezza che questo giovane ragazzo è uno dei pochi veri talenti in circolazione nell’affollato mondo musicale di oggi. Se non si brucerà come un novello Rimbaud, ne sentiremo parlare per anni. D’accordo, ve ne ho già parlato nella recensione di inizio 2018, e allora riascoltatelo, ne vale la pena, perché, come diceva la pubblicità: meglio “two” che “one”. In fondo, una double-face e sempre una doppia bellezza.

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cocktail margarita
Margarita
(doppia scelta)

 

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miglior concerto live

 

king crimson live in Vienna

King Crimson
“Live in Vienna”

Qualcuno potrebbe affermare che sono monotono o, monotematico, perché esattamente a dodici mesi di distanza, scegliere ancora un concerto dei King Crimson come  miglior live dell’anno, potrebbe sembrare un esercizio di stile, ma ve lo assicuro, se nel 2017 definii la loro performance un monumento, questa del 2018 è qualcosa che va oltre. Tre CD, due ore e mezza di suoni magnifici, che oltre ai noti cavalli di battaglia, includono tutta una serie di pezzi più recenti suonati con una maestria e una professionalità talmente adulta, da mettere in secondo piano qualsiasi altra esibizione. Non è casuale che dopo aver ascoltato questa musica, per almeno tre giorni non potrete mettere sul piatto nessun altro disco, perché ogni altro ascolto, di qualsiasi altro genere, vi sembrerà talmente banale e scontato da risultare scolastico o dilettantesco. Non c’è niente da fare, questo jazz-rock è diventato uno dei capisaldi della musica in senso generale, il quale sarà ricordato come un punto basilare del ‘900. Gli anni 2000 sono iniziati da appena vent’anni, ma in questo caso, il 3000 non è poi così distante.
Una leggenda.

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Link traccia d’ascolto

 

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Old Fashioned 
(senza tempo)

 

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miglior performance

 

The Dawarfs of East Agouza – Rats Don_t Eat Synthesizers

The Dawarfs of East Agouza
“Rats Don’t Eat Synhesizers”

Dalle parti del Cairo troverete questo quartiere, dove i suoni, hanno ormai preso il sopravvento, trascinando l’ascoltatore in un mondo di ritmi ossessivi ed equilibrati al tempo stesso, e dove, chitarre e percussioni si fermano solo al sorgere del sole. Alan Bishop (bassso acustico); Maurice Louca (percussioni) e Sam Shalabi (chitarra), continuano la loro collaborazione dopo il successo di “Bes”, ampliando la misura delle loro session, in cui, la misura sulfurea di queste versioni strumentali, si arricchisce della variante free, dilagando verso un jazz etnico molto infuocato e coinvolgente. Se qualcuno divagasse affermando che performance così non si vedono tutti i giorni, avrà sicuramente ragione… le fanno di notte.
Sincopato.

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Stinger
(nascondigli segreti)

 

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miglior disco di cover

 

Ty Segall – Fudge Sandwich

Ty Segall
“Fudge Sandwich”

Quando un autore eclettico come questo furetto di Laguna Beach, pubblica dischi a ripetizione e tutti di altissimo livello, con una passione fantastica e una voglia di suonare fuori dal comune, dimostra ampiamente che la propensione per diventare un musicista, spesso qualcuno lo ha proprio nelle spirali del DNA. Lo mette in primo piano questo disco di cover, dove vengono messe in fila scelte intelligenti di classici alternativi del rock che vanno da Lennon a Neil Young, dai Gong ai Funkadelic, dai War allo Spencer Davis Group, e poi ancora, Grateful Dead, Anon Duul II, Rudimentary Peni e Sparks.
Ragazzi, in questo pasto veloce, ce ne quanto basta per abbuffarsi con una serie d’ingredienti che non deluderanno mai, anzi, farete di sicuro il bis.
Godereccio.

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cocktail abbinato

cocktail-daiquiri
Daiquiri
(per chi suona la campana)

 

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cocktail per tuuti i gusti-23

Benissimo, anche per quest’anno appena passato, abbiamo fatto una bella rassegna di album dal notevole impatto emotivo. Poi come sempre succede, i gusti sono gusti, e ognuno di noi, ognuno di voi, potrà scegliere quello più vicino al suo temperamento o alla sua emotività.

cocktails per tutti-20

La cosa più importante è la qualità della vostra vita
e proprio per questo vi auguro un 2019 musicalmente perfetto
Salute !!!

il Barman del Club

cocktail e dischi in vinile

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51 thoughts on “I MIGLIORI DISCHI DEL 2018 per il Sourtoe Cocktail Club

  1. Grande intenditore alcuni UNI UNI li conosco vorrei dire che comincio con un negrone fa freddo Ho mangiato un pezzetto di tramezzino di pranzo che mi è rimasto un po’ a metà.
    Continuerò nei prossimi giorni e tu pronto a servire alla comanda…Barmannn

            • eccomi… allora, l’ingrediente più importante per un Sangria è sempre il vino. Io consiglio sempre due variabili, o un Nero D’Avola se si vuole una miscela forte, o un Lagrein (dell’Alto Adige) se si vuole una miscela più leggera. Ottimi anche il Lambrusco o il Barbera. Per la frutta invece, oltre ai limoni e alle arance (rosse mi raccomando), alle mele e alle pesche, io variegherei il tutto anche con mirtilli, lamponi e anguria. Se poi si vuole dare un tono più esotico, aggiungi pure, mango, ananas, banane e mandarini. Come spezie, solitamente si usano le stecche di cannella (non in polvere mi raccomando) e i chiodi di garofano, senza esagerare per non esasperare tutto il composto. Volendo si potrebbe aggiungere anche della vaniglia. Lasci poi tutto in ammollo per qualche ora in modo da darle quel poco di maceratura necessaria. Poi prima di servire hai due altre possibilità: aggiungere della gazzosa se la festa dev’essere semplice e allegra, oppure del Cointreau o del Brandy, se vuoi alzare il tasso etilico per i tuoi ospiti….. a poi, è chiaro, tanta, e tanta musica !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
              🙂

            • Grazie! in certi casi, io uso l’espressione ”sono commossa’….. Questo è uno dei casi!
              Sei veramente prezioso.
              Appena avrò occasione di prepararla e metterla a punto, brindo in tuo onore e alla tua salute!❤💫💫💫💫💫💫💋

  2. Sto ascoltando e mi sono permesso di fare come fai nei post, invece che mettere il video della canzone ho messo Link traccia d’ascolto, il post è più leggero. Grazie per l’idea.

  3. Interessante lista di artisti . Ho letto tutti i tuoi commenti, ma ho intenzione di ascoltare i brani postati con molta calma, per poi trovare quelli che mi trasmettono più emozioni. In questo periodo sono interessato ad esplorare nuovi suoni (anche se mi accade sempre più di rado !) quindi è il momento adatto in quanto anche i nuovi dischi dei miei generi preferiti saranno pubblicati soltanto il prossimo mese. Ottimo lavoro !

    • anch’io ho ascoltato per molti anni il genere di musica che tu prediligi (e recensisci molto bene), ma siccome preferisco essere poliedrico, mi piace spaziare intorno a molti livelli creativi, Poi come sempre si ascolta in base al proprio momento emotivo. Posso consigliarti quelli con variazioni psichedeliche che non sono per niente male.
      Grazie come sempre di essere passato da queste parti (!)

      • Mi piacerebbe molto essere più disponibile nell’ accogliere ed apprezzare i molti generi musicali ma per mia testardaggine poi finisco sempre per ascoltare la stessa musica. Non che ne sia contrariato , tutt’altro, ma a volte per esempio metto un disco di jazz dopo molto tempo e trovo che questo mi rilassa ma se ne ascolto un altro inizia a tediarmi, stesso discorso per i generi che solitamente ascolto molto poco o per nulla. Non mi accade invece per il blues ,il rock americano, il soul , il gospel ed il genere Americana. Anzi mi galvanizza, a volte riscopro i brividi nell’ascoltare un brano ( è sempre più raro, ormai siamo assuefatti dai suoni…) quindi è il mio ego a fare la cernita e scartare un disco piuttosto che un altro….. non so che fare se non accettare questo mio limite. Però a volte capita di ribellarsi a questa situazione e divento propositivo…salvo poi ricadere nella solita musica che apprezzo maggiormente. Ti sembrerò uno squilibrato (ed in parte forse hai ragione! 😉 ) ma finora on ho trovato soluzioni…..

        • non siamo squilibrati, siamo un po’ malati di una musica di qualità diversa da quella che propongono nel nostro paese. Il genere “Americana”, come lo chiamano, è sempre di un impatto notevole, soprattutto quando è suonato da dio. Io per anni ho sbavato per il Southern-rock quasi come fosse una religione, e puntualmente ci ritorno cercando di scoprire nuovi gruppi. Sono anche amico di Andrea Parodi di Cantù. il quale fra il Buscadero-Day e i live “All’Unaetrentacinquecirca”, organizza serate molto interessanti fra rock e blues con professionisti di rilievo, con concerti notevoli. Comunque l’importante ed essere felici con se stessi e con quello che ci piace, per vivere, almeno, quell’ora di beatitudine eccezionale.
          Con stima !

          • Mi fa piacere che sei amico di Andrea Parodi. Io lo conosco personalmente ma non lo posso reputare un amico in quanto non ci siamo mai frequentati ma ho condiviso tantissime serate con musicisti americani e non a Cantù, a Pusiano ed a Calamoresca, sopra Piombino dove ho visto concerti in estate al Gattarossa che cominciavano al tramonto che posso considerare indimenticabili. La stima è ovviamente reciproca. Ciao Grande!

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