SABA ANGLANA -Ye Katama Hod / The Belly of the City

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Era il 1993, in tempi non sospetti, quando, insieme al Gruppo Letterario Acàrya di Como, organizzammo un ciclo di eventi denominato “LE TRACCE DELL’ARCOBALENO – Le culture che ci vengono incontro”, dove si analizzavano tutti i retroscena artistici derivati dalle masse migratorie che subentravano in paesi altri. Naturalmente partimmo dagli Stati Uniti, nazione madre di tutte gli emigranti, per poi arrivare in Europa e in Italia, sottolineando come, la fusione di culture diverse potesse generare sviluppi sorprendenti, soprattutto legati alle varie espressività creative. La musica in questo caso è sempre un esempio straordinario per evidenziare le ragioni di un melting pot sempre vincente nella miscellanea di stili che esaltano le originalità di un prodotto, e la cantante italo-somala Saba Anglana rappresenta l’incarnazione di queste bellezze e di come, due terre così apparentemente distanti, possano fornire la genesi di un mondo veramente fascinoso.

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Questo incipit è importante perché nel mese di luglio noi del Gruppo Acarya abbiamo collaborato alla riuscita di una serata intitolata “Africa tra musica, poesia e sciamanesimo”, organizzata da Andrea Parodi e l’associazione Pomodorimusic, per la serie “Storie di cortile” in cui abbiamo letto delle poesie di autori africani, proprio durante l’esibizione dal vivo di Saba Anglana, tra l’altro, con la partecipazione straordinaria del cantautore canadese Bocephus King, in un contesto, quello della Corte Patuella a Fecchio di Cantù dove opera anche il pittore Giuseppe Orsenigo. Musica sopra altra musica, arte sopra  ad altra arte, poesia sopra altra poesia, il tutto veramente straordinario.

Saba_Anglana_fotoFoto prese dal web

La cantante nata a Mogadiscio da madre etiope e padre italiano, ha esercitato sugli spettatori una carica ipnotica degna del suo fascino e della sua bravura, coinvolgendo tutti i presenti con una performance da brividi, inserendosi pienamente nel significato del titolo, in cui, le letture, inframezzate fra una serie di canzoni e altre, hanno sorprendentemente creato (anche con delle ottime idee scenografiche), un pathos particolare carico di partecipazione emotiva. Inoltre mentre le luci davano spazio alle ombre della sera, lo spessore della musica e delle poesie lette acquistavano valenze maggiori, proprio per il trasporto che la magia del luogo emanava anche a livello inconscio.
Il repertorio di questa bravissima interprete ha abbracciato tutto il retroterra culturale che, partendo dalle sue origini miste, si è via via contaminato con moltissime influenze. In questo  album dal titolo particolare scritto nel doppio registro linguistico: aramaico e inglese, oltre alla variegatura stilistica, si evidenziano tutte le capacità intuitive e intellettuali, nella ricerca delle contraddizioni di una terra come l’Africa, ricca di stupefacenti bellezze, ma gravata da un bagaglio di storia costruito sopra i misfatti del colonialismo, fra abusi e genocidi, con tutte le sue conseguenze. Chiaramente emerge lo spirito di questo continente immenso, o se vogliamo essere più poetici: la sua anima interiore, come progenie della vita e come spazio dove i suoi molteplici suoni e i suoi innumerevoli colori, rivelano le tracce di un’evoluzione millenaria.

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Il titolo si può tradurre in “la pancia della città” vista come un organismo vivente, giusto per contrapporre in un contrasto lacerante, natura e uomo, con tutte le derive moderne. Non è casuale che l’occidentalizzazione di queste metropoli, ha portato solamente conseguenze sociali profonde, ma nello stesso tempo si è trasformata a sua volta in un organismo dove convivono eccezionali sfaccettature, come se un ventre gravido d’idee partorisse poi una realtà diversa da cui poter partire per un futuro nelle mani delle nuove generazioni, forse le uniche potenzialmente pronte per un cambiamento e lontane dagli stereotipi cui veniamo quotidianamente bombardati

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E’ dal centro della città dove parte tutto, come se Mogadiscio o Addis-Abeba si potessero affiancare senza remore a luoghi più conosciuti come New York, Parigi, Londra o Tokyo. Poi è vero, la germinazione vera passa dalle periferie per un senso spiraliforme che vuole circoscrivere idealmente l’intero pianeta, si amplia, prende vita abbracciando ogni forma artistica come senso di rivincita e soprattutto di confronto, perché parliamoci chiaro, in ogni luogo abitato del mondo da Sidney a Los Angeles, esistono problematiche senza fine le quali cercano un riscatto dalla realtà asfittica che le ha generate.

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Alcuni momenti della performance di Saba Anglana a Fecchio di Cantù

Fondamentalmente, se l’urbanizzazione selvaggia ha dato forma ad una cementificazione senza fine, snaturando lo spazio vitale del luogo, a sua volta è stata la vitalità stessa dei suoi abitanti, la forma migliore per oltrepassare il confine ideale dell’accerchiamento. Niente può fermare la voglia di sentirsi uomini o donne all’interno di un organismo che li può ascoltare: palcoscenico e teatro al tempo stesso. Ecco che le storie prendono forma, acquistano vita, diventano voce narrante per donare a tutti la poesia necessaria per uscire allo scoperto, travalicando l’annullamento.
Ye Katama Hop viaggia proprio dentro le vie di questa nostra città, perché ognuno ha la sua: la sente, l’ama, la deride, la cerca e la odia, la vuole e la dimentica, in un continuo sovrapporsi delle sue esperienze, delle sue mille vite.

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Altri momenti della serata “Africa, tra poesia, musica e sciamanesimo”

Tutto il disco rimane sospeso fra tradizione e modernità, tra presente e memoria. Miscela stili musicali occidentali e africani con la parsimonia e la delicatezza dell’essenziale; sussurrando e gridando tutta la sua visione d’insieme. Il “corno d’Africa” si sa, è da sempre stato un crocevia di melodie dove coesistono flussi mediorientali e ritmi di colore più scuro; ha conservato strumenti antichissimi sposandoli con un’elettrificazione moderna senza alterare la magia che li aveva forgiati, spostandosi continuamente dentro e fuori l’anima della cantante, giusto il tempo per raccontare prima il suo vissuto interiore, e poi quella della realtà.

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Saba Anglana con Bocephus King e il fisarmonicista Fabio Barovero

Gabriel, per esempio (il brano d’apertura) è una preghiera copta/ortodossa costruita sulla scala pentatonica etiope: l’Anchihoye, e cantata in aramaico, dove si chiede all’arcangelo quale sia il proprio destino, attraverso una vicenda personale, presente nella sfera della famiglia della cantante: “Un dolore nel mio ventre / sei tu Gabriel? / sei proprio qui Gabriel? / …e io ti chiedo di parlarmi / domando dove sia il mio destino / …Io mi chiedo da quale suolo sono stata partorita / da dove vengo…”
Il secondo brano: Tariken (La mia storia), è una traccia stupenda che alterna recitati a cantati proprio sui mutamenti della città, e sullo smarrimento di chi non la riconosce: “La pancia della città / si sta ingrossando / …è arrivato il disastro / è arrivato il disastro / tiene tutto questo dentro di sé / come un uomo malato / sento la sofferenza / e vorrei addormentarmi. / Venne il vento / e mi portò via dalla mia terra…/ .  Zarraf invece (il singolo dell’album), è un canto dedicato al ricatto di chi riesce ad emergere con la forza della sua convinzione e dedicato al danzatore (presente nel video) etiope Melaku Belay, proprio perché nato poverissimo nei sobborghi di queste strade, tenacemente aggrappato alla passione della danza, diventa con il tempo famoso a livello internazionale, fino a comprarsi il locale che sostanzialmente era il sogno della sua infanzia, quando iniziò a ballare davanti a i suoi marciapiedi. Cantato in inglese e in aramaico, “Zarraf” è un modo di dire per darsi la forza necessaria a una reazione, sia personale sia collettiva, quasi un grido di guerra per difendere la propria dignità: “La città ha una fiamma / in ogni protesta / la sua pancia è colma di fuoco ora / non vedi come brucia / dai un occhiata a questa opera d’arte / sono invasa da un sangue ardente che ancora mi consuma / mi trasforma / una marea rossa / danzo per stare bene…”

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Africa, fra poesia, musica e sciamanesimo; foto di Antonio Bì

Tutto il disco alterna diversi linguaggi, dal somalo all’aramaico, all’inglese, e riesce anche nell’alternarsi dei diversi stili musicali vicini alla tradizione nativa, così come l’introduzione di passaggi più notoriamente europei o vicini alla spontaneità dei blues. Vedi per esempio Markaan Yaraa (quando ero piccola), “…Guardavo le nuvole che si muovevano danzando / qualche volta insieme / qualche volta separate / la volta in cui sparivano / il cielo cambiava improvvisamente / come gli uccelli che migravano per sempre”. Oppure Abebech (fiore che sboccia) che segue la scala pentatonica chiamata “Ambassel” e dedicata alla nonna di Anglana rapita giovanissima da un ascaro somalo, per essere condotta in una terra non sua: “…non basta una manciata di anni per dimenticare quello che hai vissuto / il tempo da solo non può guarire tutte quelle ferite / ma tu hai generato il segreto per poter andare avanti / la pace / l’innocenza…”

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Stesso discorso per le tracce seguenti: Orod (corri); Ma Celin Karo (non posso trattenere) e Tizita (memoria), dove gli spazi squisitamente femminili e personali, vivono e si evolvono con la condizione moderna dell’attualità, nel continuo intrecciarsi della perdita e della rinascita, della spiritualità e della voluttà, della tradizione mistica e della carnalità di un amore totale, fra terra e corpo, fede e paganesimo. Mentre l’ultimo brano Roob (pioggia) costruito sopra un ritmo percussivo, riproduce la vitalità di quella spontaneità improvvisativa legata ai cantastorie, i quali anche in queste latitudini facevano da contorno alle giornate di festa o ai momenti funebri per alleviare il dolore, perché in fondo gli eventi della vita sono tutti da considerare momenti di crescita o più semplicemente dei passaggi naturali dell’esistenza.

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“Se viene la pioggia / ci faremo il bagno nel bel mezzo della strada / Se viene il caldo / dormiremo sotto il cielo / Oggi sono così sorpresa / è scesa così tanta acqua / il cielo si è chiuso / ha fatto fuggire la gente / come il pianto / di un piccolo bimbo / il nostro viso si è bagnato / ma fattelo dire / non avere paura / non puoi opporti al vento / porta la pioggia dove vuole / acqua oppure fuoco / le gioie oppure i problemi…”

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Saba Anglana ha composto i testi e le musiche, mentre gli arrangiamenti e la produzione sono affidati a Fabio Barovero (già membro fondatore del Mau Mau), accompagnato da Federico Marchesano al contrabbasso; Mattia Barbieri alla batteria; Simone Rossetti Bazzaro alla viola e violino; Fasika Hailu al krar; Asrat Bosena al masinqo e Cristian Coccia alla chitarra.

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Il presente ci porta drammaticamente allo scoperto, ci mette quotidianamente alla prova, ci consuma e ci provoca, ci mette gli uni contro gli altri, perché la banalità del populismo porta inevitabilmente alla deriva e niente come l’ignoranza fa “affondare” le coscienze. Io sono convinto che le risposte artistiche sono l’esempio più evidente per superare qualsiasi problema per farci ragionare, per riunirci, altrimenti se in un passato prossimo qualcuno ha avuto il coraggio promulgare quell’ignominia delle “leggi razziali”, il confine fra il dimenticarsi quello che ci conviene e quello che invece vorremmo, è sempre troppo breve. La bellezza della bellezza non è un gioco di parole, ma una libertà che ci appartiene e che dovremmo sempre cercare per vivere tutti vicini a quella meraviglia che dovrebbe essere il gioco delle esistenze. L’arte come risposta alla realtà che volutamente ci viene fatta vedere sempre dove vogliono coloro che non vogliono confrontarsi. Saba Anglana grida Zarraf!!! e mai come oggi una canzone può essere cantata da ognuno di noi.
Salute ragazzi…

il Barman del Club

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Altre foto prese dal web

 

 

 

 

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31 thoughts on “SABA ANGLANA -Ye Katama Hod / The Belly of the City

    • Bisogna dare soprattutto il merito al cantautore di Cantù Andrea Parodi che conosce moltissimi cantanti di spessore. Noi lo aiutiamo quando c’è l’interazione con la poesia.
      Visto poi che si parla di Somalia/Etipopia se reggi l’alcol ti posso servire un Araki o un Katicala, mentre se ti vuoi dissetare, una bella “Tella” o un Caffè del posto servito freddo, farebbero al caso nostro… Buon tutto !

  1. si mi è piaciuta molto anche senza l atmosfera di Villa Ada però non conoscendo questo genere di musica se non molto sommariamente non sono in grado di fare paragoni.

    Mi sono guadagnata da bere adesso che il discorso fila!?

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