IL COSTO DELLA VITA

Dopo la tragedia di ieri a Milano, mi tocca ribloggare per la terza volta un post che scrissi nel settembre del 2013, in occasione dell’uscita del libro di Angelo Ferracuti “Il costo della vita – storia di una tragedia operaia”, perché siamo sempre alle solite: si muore sul lavoro. All’epoca di quella recensione, la tabella dei decessi si fermava al 2011 e mi tocca aggiornarla: 790 nel 2012; 660 nel 2013 (sempre decrescenti, poi l’improvviso rialzo); 1152 nel 2014; 1246 nel 2015; 1018 nel 2016 e 864 a fine novembre 2017 (complice anche la tragedia di Rigopiano). Numeri pazzeschi, ma se andate a leggere quell’articolo vi verranno i brividi, e non mi stancherò mai di ripostarlo, perché non è possibile tutto questo:

Link post del 2013

il-costo-della-vita-angelo-ferracuti

 

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26 thoughts on “IL COSTO DELLA VITA

  1. “Già, mai più… invece, come ogni volta, passata la spinta emotiva della vicenda si continua a morire sul lavoro, e il messaggio è solo un telo stracciato dal vento, il vento che passa e che fa dimenticare a chi non è direttamente coinvolto…”

    Sherabbraccicari

  2. Non esiste più niente…altro che si curezza e\o altro.

    Ma figurati, impegnati come sono nei loro affari elettorali…
    Piuttosto i cittadini che fanno? Lavorano nelle industrie ad alto rischio e pur consapevoli di ammalarsi non ci rinunciano. Non possono…

    Nonostante il rischio per la salute per tutta una città… non chiudono. Non fanno controlli, si muore e non si ferma nulla.

    Per non parlare di quelli che lavorano, forzatamente, in nero…

  3. Certo che non è possibile tutto questo, sottoscrivo il tuo grido. E mentre scrivo sento alla radio che anche ieri notte è morto un ragazzo di diciannove anni, a Rovato, stritolato da un tornio sotto gli occhi del padre…

  4. allora mettere nel conto Rigopiano mi sembra un modo per intorbidare le acque. Anche il caso di Rovato è utile per far cagnara. Certi lavori comportano dei rischi e non c’è che un modo per mettersi in sicurezza: metterci la testa. Ora se l’artigiano che da quando era piccolo sta su certe macchine e a 50 anni un pomeriggio che avrebbe fatto meglio a prendersi mezza giornata e invece si taglia una mano è una cosa e bisogna farsene una ragione. Ma per chi deve controllare è meglio prendersela con la bottega che non ha messo l’ennesima antiporta del cesso piuttosto che mettere il naso dove poi te lo tagliano. Al sud ho visto cose che non sapevo se ridere o piangere e tutta roba che non entrerà nelle statistiche. Anche al nord ormai arriviamo a quei livelli, come ora letteralmente guardando dalla finestra dei sotto-sotto- appaltati che stanno scavando per i telefoni. Oggi non si beve, giusto, che si lavora.

    • Chiaramente per Rigopiano sono classificati morti sul lavoro, non i clienti, ma i lavoratori stessi che hanno perso la vita in quella tragedia… ed erano lavoratori a tutti gli effetti, altro che balle. Poi se vuoi togliere dalla “classifica annuale” 29 vittime, allora ne contiamo 835, che a mio modesti avviso sono sempre un’enormità. Ma è sempre la solita storia, in questo periodo di campagna elettorale si sentono delle tali frescacce, da far accapponare la pelle, ma non si sente nessuno che parli della sicurezza sul lavoro. La legislatura c’è, ma poi chi la controlla? Tu hai ragione quando parli “che hai visto cose che noi umani non possiamo immaginare”, proprio perché guardano se hai messo la porta con le misure giuste, o la tazza del cesso autopulente, dimenticandosi tutto il resto. Giusto comunque far cagnara, soprattutto in un periodo come questo, dove, pur di lavorare, si sta accettando di tutto.
      Oggi non si beve…

      • Certo che erano lavoratori ma le circostanze della morte non sono direttamente connesse con la loro professione.
        Un camionista passa sotto un cavalcavia, il cavalcavia crolla. Certo, morto sul lavoro. Ma moriva uguale se passava di lì per andare a spasso, Il camionista e la sua vita sono melodramma buono per le tv delle lacrime.
        Cerchiamo di distinguere fra:
        morire sul lavoro
        morire per incidente di lavoro
        morire per colpa delle condizioni di lavoro
        altrimenti si finisce che nessuno è senza peccato, tutti colpevoli quindi, al solito, nessuna condanna. E’ solo questo che voglio dire.

        • se te la prendi con le statistiche è un altro discorso, ma sta di fatto che tragedie come quella di Milano non dovrebbero mai accadere. Lo so che è colpa di tutti, ma in certe situazioni come quelle di pulire un pozzo con eventuali rischi di esalazioni, dev’essere obbligatorio indossare i dispositivi di sicurezza. Ci impieghi più tempo; danno fastidio; tanto non succede niente… niente un cazzo! Certe norme sono indispensabili perché nessuno si rende conto del valore della vita umana perduta per un secondo di negligenza

  5. Si legge che meno male il terremoto è arrivato di notte se no i lavoratori morivano nei capannoni che non erano antisismici. Grazie al cazzo, eh, che magari nel loro letto erano al sicuro?
    E quelli che si fanno qualche “taglietto” di vino prima di ripigliare il trattore?
    O una cannetta sul muletto? Tutti numeri che vanno a gonfiare i fascicoli così alla fine non si capisce più niente. E intanto le vere bastardate vanno avanti. E sarà sempre peggio. Sempre più gente dall’aria sperduta, un mese in una ditta, un mese in un’altra, senza mai rendersi conto di dove si trovano -ceerto, fanno i corsi, ma quando sono sul posto gli dicono “fai così e basta!”.
    E tutti i vecchietti -eccomi tra poco- che dovrebbero essere in pensione, con i riflessi che ormai sono quel che sono con quali mirabolante tecnologia li mettiamo in sicurezza? Qua non se ne esce più. Vorrei chiudere dicendo che speriamo non dovrai più mettere questo post ma non faccio il prete. Da parte mia, per quel che conta, ti dico solo che hai fatto bene.

  6. te lo dico da tecnico nella gestione del personale, sulla sicurezza sul lavoro (burocrazia e corsi spesso fatti a onor di firma) sono in molti a mangiarci dalle società di servizi ai sindacati. Lo sanno tutti, ma in Italia si sa che lo sanno tutti e non serve a niente

    • problema grosso… Si è vero, spesso in Italia, si fanno le cose per i tornaconti di molti, ma il vero problema è che ci manca la “cultura” o se vogliamo, un educazione civica la quale a catena si amplifica in tutte le sue ramificazioni. Lo vedo anche nella ditta dove lavoro, proprio sui corsi per la sicurezza: i dipendenti si annoiano considerandoli una perdita di tempo e i datori di lavoro una perdita di denaro. E’ un po’ come le cinture di sicurezza sulle auto: per farle mettere ai vari passeggeri si sono dovuti inventare i punti sulla patente. Come a dire: se siamo un popolo di anarchici, ci vogliono le leggi dure. Non lo so, il dibattito è interessante, ma ci vorrà del tempo…

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