ENDLESS BOOGIE – Vibe Killer

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Quando un gruppo decide di scegliere il proprio nome di “battaglia” dal titolo di un bellissimo album di un proprio idolo, allora la dichiarazione d’intenti è talmente lampante da non lasciare dubbi. Ma se John Lee Hooker è un punto di riferimento essenziale per ogni tipo di ispirazione, per questa band di New York probabilmente è qualcosa di più: qualcosa che ti senti nel sangue e non puoi farne a meno, talmente è presente la figura del maestro. Formalmente però è proprio il blues ha diventare una forma di poesia acida e cattiva, distorta, oscura e densa di contenuti nella sua forma recitativa, continuando la tradizione afro-americana che dal delta del Mississippi ha contaminato tutta la tradizione a stelle-e-strisce, dalla Grande Depressione fino ai giorni nostri, nella sua forma parlata. Ed è proprio la parola che diventa protagonista, tanto quanto basta per essere seguita da un insieme di suoni e di ritmi adatti allo scopo: due chitarre perfette nel loro dialogare, un basso a una batteria che non lasciano scampo, e tanta passione, tanto sudore da sputare.

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Gli Endless Boogie giunti alla loro quinta fatica discografica (sesta se contiamo anche la pubblicazione nel 2016 di rare e imperdibili registrazioni live), continuano a raccontarci delle storie tanto buie quanto radicate nella tradizione delle murder-ballads al limite della legalità, con la differenza che queste sono veramente storie di personaggi documentati: personaggi ritenuti infami da alcuni e determinati da altri, ma sicuramente circoscritti in un immaginario che da sempre ha contaminato il mondo della musica. Non è casuale che il protagonista di uno di questi talkin’blues è un certo Aaron Burr (1756 – 1836) vicepresidente degli Stati Uniti nel periodo di Thomas Jefferson. Personaggio molto controverso che partecipò alla rivoluzione d’indipendenza, ma che venne in seguito accusato di alto tradimento per una presunta secessione di alcuni stati dell’ovest. Uccise a duello un suo rivale politico e si ritenne volesse occupare dei territori appartenenti alla Corona Spagnola con quella che venne chiamata la “Burr Cospiracy”. Comunque, indipendentemente alla storia del soggetto in questione, l’ispirazione necessaria è sempre quella che coinvolge a livello creativo un determinato artista, e in questo caso il protagonista è un deterrente formidabile per l’esplosione del furore e della messinscena.
Così come nel disco precedente: “Nothing For The Water”, in cui la figura di Thomas F. Byrnes, capo di dipartimento della polizia di NYC dal 1880 al 1885, meglio conosciuto come “cacciatore di teste” e specializzato negli interrogatori degli stessi, si enfatizza con gli strumenti, i quali, idealmente si sostituiscono a quelli di tortura con cui, questo uomo portò avanti il suo “delicato” mestiere, documentato in un libro autobiografico e sostanzialmente “perverso”, se consideriamo come veniva raggiunto il fine (ottimo materiale per James Ellroy).

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Chiaramente se qualcuno cerca della novità musicali, non le troverà fra queste tracce, perché essenzialmente il loro legame al passato è evidente quanto dichiarato, ma a noi non ce ne frega un cazzo (!) nel senso che le loro esecuzioni sono talmente piene di energia e di viscerale entusiasmo, da contagiarci come l’ipotetico virus disegnato sulla copertina dell’album stesso, e la malattia non lascia scampo, te la ritrovi dentro, inarrestabile, pronto a propagarla in giro come un apostolo devoto. D’altronde, quando si è malati si può anche decidere di non guarire, per crogiolarsi dentro di essa; un po’ come quando ci si ritrova a letto con l’influenza e ti rannicchi sotto le coperte al calduccio, e tutti ti coccolano, tutti ti curano sperando in una tua veloce guarigione (perché ti vogliono al lavoro, e sotto sotto dici: “…ma si, mi riposo e mi ascolto della buona musica…”.

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La musica ! In fondo questo album è semplicissimo: una serie continua di recitati con la band che fa il sottofondo (e che sottofondo!!!) a quella che potremmo chiamare “lettura”, perché non è un cantato: voce roca, un po’ sgraziata, simile a quella di un Tom Waits semi-sobrio (si perché, se fosse ubriaco del tutto, sentiremo solo dei grugniti), o di un John Lee Hooker tendenzialmente incazzato. Le coordinate sono queste, e mentre nei dischi precedenti i ritmi incalzanti e le poderose jam chitarristiche spaziavano dall’hard-rock a tutto il condensato di southern-space-psichedelia-e-variazioni-blues, questa volta l’atmosfera è piacevolmente più tranquilla, mentre le improvvisazioni soniche seguono il leader Paul Major nelle sue affabulazioni cromatiche.

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I paragoni si sprecano, dal celeberrimo Lee a Captain Beefheart, da Iggy Pop agli ZZ Top,
da Lou Reed ai Blue Cheer; ma come sempre i paragoni non sono mai adeguati, perché l’appartenenza a un suono non è mai proprietà di nessuno: ognuno è appartenente a un enorme mosaico, il quale riempie le personalità di ogni singolo interprete, fino a identificarsi in uno stile unico e diventare personaggio. Ma questi sono interpreti straordinari; musicisti con  la “M” maiuscola, perché se la chitarre di Paul Major, Jesper Eklow e Matt Sweeney, il basso di Marc Razo, la batteria di Harry Druzd, nel corso degli anni sono diventai delle icone, neanche troppo di nicchia per tutti gli appassionati di un revival elettrico di boogie-hard-blues, penso che la fama raggiunta sia meritata e già stracciatamente rappresentata con il loro disco migliore: “Long Island”: altro album straordinario.

Cos’altro aggiungere… ironicamente potremmo divertirci cercando di tradurre il significato del titolo: “Vibe Killer”…… “La vibrazione assassina?” (troppo horror); “l’omicidio delle vibrazioni?” (troppo noir); “Uccidete le vibrazioni!?” (troppo fiction); “Intrigo di vibrazioni?” (troppo spy-story); “L’assassino che usava le vibrazioni?” (troppo celebrale); “L’assassino vibrante?” (troppo hard); “Colui che molesta con un vibratore?” (troppo porno-soft); “La leggenda del maniaco che usava un vibratore?” (troppo Frank Zappa); “La vibrazione deve morire?” ( troppo mistery); “Assassini e vibrazioni?” (troppo glamour); “Un semplice rompicoglione?” (troppo commedy); “Guastafeste?” (può darsi), insomma… questo disco non uccide affatto le vibrazioni, ma le fa proprie per auto identificarsi in esse, come se l’iconografia che attraversa un immaginario tipicamente americano, celebrasse tutti modi di dire per esaltare quella simbiosi fra il suo strumento e la susseguente riuscita del suono. Un protagonista e loro, che se ne appropriano la parte: identità sopra altra identità.

Gli Endless Boogie continuano quella tradizione che ha deciso di non morire, anzi, vuole e vogliono sopravvivere sicuri che maltrattando le loro chitarre con il mestiere che gli è proprio, sia non tanto la soluzione migliore, ma l’apoteosi di un’energia vitale che ognuno di noi ha dentro, pronta per esplodere di emozioni, pronta ad esplodere con una sequenza infinita di Tequila Bum Bum… “Guastafeste?” Fossero tutti così !!!
Salute ragazzi !

il Barman del Club

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18 thoughts on “ENDLESS BOOGIE – Vibe Killer

  1. Ottima scelta ! Tra l’altro non sapevo avessero pubblicato un nuovo album.
    “Long Island” era nella mia wishlist tempo fa ma poi per qualche motivo non l’ho più preso però posseggo un loro disco di dieci anni fa intitolato “Focus Level”. I paragoni sono azzeccati ! grazie per avermeli riportati a mente ! vai di tequila (meglio liscia o meglio ancora il mezcal ) Hola Amigo !!!

  2. Passare da te mi stimola sempre due profonde riflessioni: la prima è che contribuisci ad allargare i miei ristretti confini musicali, la seconda è che al tempo stesso mi sento piccolo piccolo.
    😛

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