NADINE SHAH – Holiday Destination

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Quando qualche anno fa scoprii questa interprete britannica, con origini mezze pakistane e mezze norvegesi, mi venne un tuffo al cuore: straordinaria! (dissi). Ebbi la stessa sensazione di quando ascoltai per la prima volta P.J. Harvey. Quella sorta di cantautorato rock innovativo, diverso dai soliti cliché; acido, distorto, sperimentale e nello stesso tempo, ipnotico, adulto, mai banale, denso di contenuti: dal sociale al politico, all’introspezione feroce, per quanto femminile: sensuale, melodica.  Quest’insieme di termini, nonostante gli ossimori, non bastano per descrivere o per far capire l’espressività o la complessità della struttura musicale di questa trentunenne proveniente da Whitburn, sulla costa dell’Inghilterra nordorientale, perché soltanto con un ascolto attento, si riesce a percepire tutta la gamma cromatica di un talento così importante.

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Reduce dalla pubblicazione di due ottimi dischi: “Love Your Dum and Mad” del 2013, e “Fast Food” del 2015, Nadine ritorna sulle scene con questo “Holiday Destination”, affrontando un tema attualissimo e sicuramente molto difficile da interpretare, per non rientrare nei soliti discorsi stereotipati che si sentono da ogni parte: la guerra in Siria e la conseguente agonia dei profughi di questa attuale terra martoriata. Evidentemente essendo figlia di un emigrato pakistano, si è sentita tirata in causa dalle sue origini e dai ricordi che il padre le ha trasmesso; comunque, il suo impegno sociale, già evidente nei suoi lavori precedenti, è una forma essenziale per costruire tutta la struttura della sua creatività, dai testi alla musica, sperimentazione compresa.

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E’ chiaro che la sua urgenza letteraria non si ferma al puro atto di cronaca, ma si insinua in ogni angolo della nostra quotidianità, scarnificando completamente ogni nostro atteggiamento. Non è soltanto il fatto di condannare ogni posizione voyeuristica in relazione alla passività, con cui, la morte in diretta, diventa a tutti gli effetti una sorta di fiction televisiva, ma la relazione stessa fra il nostro modo di commentare e il nostro modo di agire. Non dimentichiamoci che la guerra è veramente una tragedia per chiunque, è gli strascichi derivati dalla sua terra bruciata sono ancora più devastanti di qualsiasi evento naturale, assorbendo tutta la sfera delle conseguenze, sia sociali che politiche. Non è soltanto la paura del diverso che irrompe nel nostro mondo “normale”, o la denigrazione degli strati di un sottoproletariato che a macchie di leopardo si sta riformando, ma tutte le derive nazionalistiche ormai troppo vicine a un’ideologia fascista che ci stanno inculcando, ormai schiavi di lobby economiche prive di ogni scrupolo. Sanno come tenerci a bada, sanno come manovrarci.

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Inoltre, pare che l’ispirazione le sia venuta ascoltando un’intervista a dei turisti sull’isola di Kos, i quali si lamentavano che le loro vacanze erano rovinate dai continui sbarchi degli immigrati, tanto per ritornare ai concetti di prima e al suo passato familiare: “Dove vorresti che andassi? / sono di seconda generazione / non lo sai?”  Inoltre suo fratello: regista e produttore, aveva realizzato un documentario fotografico per l’emittente Al Jazeera, nel campo profughi di Gaziantep sul confine turco-siriano, coinvolgendo lei stessa per la colonna sonora, e incentivandola ad approfondire il problema. Non è casuale che durante un viaggio in America, effettuando le pratiche doganali, era stata prelevata per accertamenti e messa in una stanza “dove tutti avevano la pelle marrone”; quasi a ribadire che i tratti somatici sono anch’essi sinonimo di atteggiamenti xenofobi, altro che terra promessa. Insomma, problematiche non facili da trattare, di cui ha subito molte critiche, anche strumentali.

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Ecco che la musica irrompe con tutta la sua forza artistica, diventa eclatante quanto basta per essere denuncia e performance al tempo stesso, dove, ogni strumento, si immedesima nel protagonista di ogni storia, identificandosi con i personaggi narrati e al forte tessuto letterario.
Non è facile etichettare il suo sound, ma forse è proprio questo il suo punto di forza. Post-punk; dark; new-wave; influenze jazz; echi industrial; funky ed elettronica; rock e sperimentazione quanto basta per agire all’interno di uno stile personalissimo e coinvolgente. Tutto l’album si racchiude nel concetto artistico legato “all’unità nella varietà e alla varietà nell’unità”, perché sorprende come ogni traccia si evidenzia dalle altre, eppure, tutte insieme formano un intreccio consequenziale, da lasciare stupiti per l’omogeneità con cui tutte queste influenze convegno nel suo nucleo centrale che le ha generate. C’è anche teatralità, voglia di interagire fra chi racconta e chi accompagna il narratore, come se la musica riuscisse a creare delle vere e proprie immagini intorno alle emozioni espresse, ampliate da una voce perfettamente adatta allo scopo: potente e allo stesso tempo sofferta; caustica e allo stesso tempo armonica, molto interpretativa, calda, bellissima.

Nadine Shah

Il lacerato sax di Pete Wareham è un valore aggiunto che arricchisce di sofferenza ulteriore tutto il disco, adatto alle tematiche affrontate, le quali, non si fermano solamente alle vicende appena descritte, perché la guerra genera un’altra guerra fra poveri, e la reazione a catena s’insinua in tutte le case, in maniera silente o arrogante.
Nadine Shah non le manda certo a dire, sputando in faccia senza nessuna remora tutto il suo bagaglio situazionale di una ragazza trentenne, e del suo mutato rapporto con la società che cambia, la Brexit, la classe operaia, la disoccupazione crescente, l’eccessivo protendersi verso elementi sbagliati per distogliere l’attenzione dai problemi reali, però, niente è imposto come una morale da ricordare, si discende nella voragine della sua introspezione personale, lasciando che ognuno di noi individui i punti di collisione, o quelli con cui stringersi la mano, oppure, demolire tutto, ancora una volta.

La canzone politica ha radici antiche, e quella di protesta, pur essendo figlia del ‘900, si riflette nell’animo umano fin da quando l’uomo si accorse delle ingiustizie perpetrate dal potere. Ecco che l’artista utilizza un mezzo espressivo, non tanto per proclamare la propria innocenza, ma perché l’urgenza creativa ha sempre bisogno di uno sfogo per non implodere dentro, e la rabbia si deve trasformare in un  sinonimo di slancio, lontano dalla rassegnazione. In fondo, come diceva un cantautore, al posto dell’indignazione, ci è stata instillata l’ipocrisia della bontà, per una solidarietà fatta su misura, e mettere così a posto le nostre coscienze. Nadine Shah va oltre, perché se nelle interviste ha dichiarato che vuole essere uno “Stevie Wonder politico”, piuttosto che un “Billy Bragg politico”, è perché l’indignazione si deve cucire addosso alla musica come un vestito, e non infilarselo solamente per poi toglierlo alla sera. Ogni tanto è l’arte ad ispirare la politica e non  il contrario. Oltretutto questa musica scivola via insieme a un susseguirsi di ritmi e di variazioni melodiche perfettamente sintonizzate con le idee e le trame esposte, le canzoni riescono a destabilizzarci piacevolmente, provocando quella fascinazione emotiva che un ascoltatore, attento sia alla bellezza che ai contenuti, si sente trasportato nel mondo stesso evocato dalle storie. C’è anche una traccia modulata con il testo del poeta Philip Larkin: “Evil”, quasi a ribadire le connessioni fra impressione ed espressione, fra giudicato e giudicante, fra noi e il destino degli altri. Tutto il resto è piacere, alternato alle domande e alla difficoltà delle risposte: le nostre, perché le sue sono fin troppo chiare.

Concludendo potremmo dire che la prossima destinazione delle nostre vacanze, rimane un interrogativo che ci scombussolerà al vita, soltanto nei minuti rimanenti destinati all’ascolto di questo album, poi la nostra vita continuerà come sempre, anche se qualche domanda in più ci rimarrà dentro, mentre fischiettiamo un motivo legato al destino degli altri. Ogni tanto è la musica ad ispirare la quotidianità e non il contrario. Ma questa è musica d’autore, prodotta per uno degli album più interessanti di quest’anno. Capolavoro !

Ora cossa posso offrirvi… beh! penso che arrivati a questo punto ci vorrebbe un bel Whiskey Sour, per alternare le sue variazioni agrodolci.

Buon ascolto

il Barman del Club

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36 thoughts on “NADINE SHAH – Holiday Destination

  1. Caro blogger vorrei che tu ti unissi alla nostra associazione che ha come fine primario vietare l’uso del termine “capolavoro”. Perché se ogni cosa in cui ci imbattiamo (il Tex del mese, la battuta del giorno, il disco della settimana) è un capolavoro allora nessuna lo è.
    Il disco in questione? Sembra interessante, sembra anche avere un suo perché ma sarà dura che si noti in mezzo a tutti i “capolavori”.
    Cordiali saluti.
    p.s.
    Al caro vecchio hippy che scrive “…ormai schiavi di lobby economiche prive di ogni scrupolo. Sanno come tenerci a bada, sanno come manovrarci.” vorrei dire che il vero problema temo sia che non sanno più dove buttarci.

    • Si è vero, le discariche sono piene in ogni dove, ma esistono quelle abusive, o peggio ancora, quelle nascoste per smaltire i rifiuti tossici (vedi voce desaparecidos), ma tant’è, ci sono sempre quelli con la pellaccia dura difficile da nascondere anche in fondo al mare, e forse la Shah è una di queste. Per quanto poi riguarda la parola “capolavoro”, mi vengono in mente molti lavori degli anni ’60 e ’70 che lo sono diventati dopo, per una sorta di background culturale legato al nostro modo di concepire un’innovazione, quasi a ribadire il concetto che un’opera d’arte non è mai un capolavoro, ma lo diventa. Tra l’altro se leggi bene questo blog, la parola “capolavoro” è usata talmente poco, da far emergere la convinzione che in un anno, lavori artistici di questo genere, ne escono 2 o al massimo 3; che poi si perdano nei meandri di questa società affollata, dispiace, perché in altri momenti avrebbero mosso fiumi d’inchiostro. Probabilmente fai parte di quella schiera di persone citate da un articolo di Charles Dantzig, che hanno “paura dei capolavori”, perché in fondo (lo ha ribadito anche lui), prodotti anche al di sopra della media riusciamo a domarli, mentre quelli “molto” al di sopra della media, s’impadroniscono di noi. E visto che sei un fifone, nasconditi da qualche parte, lo ha detto anche Nadine, proprio in questo album………. 🙂 Probabilmente è proprio il coraggio l’abilità migliore di un artista !

      • Non voglio distrarre l’attenzione da Holiday Destination ad una generica discussione sul concetto di capolavoro. Volevo solo dire che la parola capolavoro oggi è sminuita perché usata troppo e spesso a casaccio. Dici che un’opera d’arte non è mai un capolavoro ma lo diventa, lo dico anche io. Anzi, spesso la prospettiva storica ha ribaltato i giudizi dati al momento della presentazione di un’opera. Quanto al domare i prodotti (ok., ho parlato io di Tex ma non volevo andare al rodeo) cosa ci trovi in queste canzoni di così “indomabile”? Le cose possono anche essere belle -e Nadine, (cioè ehm il suo disco) può benissimo esserlo- anche senza diventare “pugni nello stomaco”. A proposito di stomaco: beviamo qualcosa?

  2. Grazie, come al solito, della “dritta” caro Barman del club e come spesso accade si tratta di artisti che non conosco affatto. Per quel poco che ho ascoltato deduco che non fa parte dei vari generi che ascolto ma penso che dovrò approfondire per allargare i miei orizzonti musicali. La voce di questa cantante è molto particolare e poi c’è quel sax che quando si insinua sottopelle ti rimane dentro…

  3. Ecco un esempio di come la musica possa trascinare le coscienze e vestirsi in abito da sera. Credo che le sette note abbiano un’importante caratteristica, in comune con molte altre forme d’arte e/o artigianato: la duttilità. La capacità di muoversi in contesti totalmente differenti, tanto in abito da sera quanto in maglietta e jeans, in costume da bagno e in completo d’alta montagna. Non ci sono limiti, alle forme di comunicazione. E la musica è anche, e soprattutto, questo.
    😉

    • il look è spesso un sinonimo di appartenenza, anche generazionale, e la musica è un veicolo eccezionale per la promozione di qualsiasi evento culturale: gli hippy, i punk, i dark, i metallari e tutta fenomenologia dell’hip hop, sono legati indissolubilmente anche al modo di vestirsi, soprattutto quando avviene in modo genuino, spontaneo… Non è casuale che la sua comunicazione, così come i messaggi espressi, passino anche dal vestito, che in questi casi ribalta la citazione del famoso “monaco”, Se poi la tua affermazione vuole andare al di là del semplice fattore estetico, ma si circoscrive solamente alle tematiche narrate, è chiaro che la musica è veramente emozionale in tutti i sensi, proprio per il suo impatto immediato, e nei casi di alta qualità, anche molto espressivo in tutti i sensi.
      Grazie del tuo bell’intervento !

  4. Bellissima recensione la sto ascoltando in loop da un mesetto a questa parte. Al primo ascolto (al contrario di quando accaduato con Emel Mathlouthi scoperta contemporaneamente) , l’ho trovata noiosa e come tale l’ho bollata, mettendola da parte. Poi ho ascoltato Fast Food, e qualcosa è definitivamente scattato con lei e per lei (per inciso, continuo a preferire FF al qui presente Holiday Destination che peraltro ho assolutamente rivalutato… musicalmente e dal punto di vista lirico, altrettanto valido). Lei è in gambissima, avercene…. voce molto particolare e personale. Di fatto, alla fine, nel novero dei dieci dischi preferiti del 2017 ci sta di sicuro, alla fin fine.
    p.s. si trova qualcosa online relativamente a quel documentario del fratello? ho provato a cercarlo, ma finora con scarsi risultati. Grazie

    • io l’ho scoperta con Fast Food, ma forse è meglio Love Your Dum and Mad, mentre quest’ultimo si colloca un’attimo dopo i primi due suoi lavori. E’ sicuramente un’artista da tener d’occhio per il futuro, perché abbiamo bisogno di novità che escano al di fuori della consuetudine. Per quanto riguarda il docufilm del fratello ad una prima ricerca, anch’io non l’ho trovato, ma sinceramente non l’ho cercato con insistenza. Al limite se dovessi rintracciarlo te lo farò sapere, ma penso che negli archivi di Al Jazeera (se si possono consultare) dovrebbe esserci.
      Grazie di essere passato in queso Bar…

      • Grazie a te.. e complimenti per il blog. Molto ben curato, ed una autentica fonte di informazioni (musicali e non) che trasudano passione e competenza. Credo passerò spesso da codesto bar …. (ho giustappunto commentato la classifica 2017 🙂

      • Salve barman,
        solo per dirti che il documentario alla fine l’ho trovato (proprio tra gli archivi di Al Jazeera, grazie della dritta). Se sei interessato ti posto il link – o te lo mando via mail, se preferisci visto che è un dichiarato off topic –
        Intanto vado a servirmi da bere ..
        Luca

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