DA UNA CREPA di Elisa Biagini

la crepa

una pagina è
grande quanto
un sorso,
un
respiro prima
dell’immersione.


la crepa 2

Mi si chiudono
le notti dentro
il palmo,
ti tocco
e sei d’inchiostro

la crepa 3

e la schiena si
crepa, astuccio
di semi
che spingono,
che s’aprono in rami
cespuglio di dita
che mai giunge a toccare,
che taglia l’aria d’unghia.

la crepa 4

Quando l’occhio si oscura
non cercare il calore della
mano che la palpebra abbassa,
scappa la melodia della parola,
la voce che ti sorride coi denti rifatti.

Se la lingua è mondo, e
specchio, trovatici con la pupilla
spalancata, pescaci da quel nero
quell’inchiostro che dica la parola
verticale. Alla sua ombra crescono
domande, si fa spazio
al respiro del pensare.

Non parola orizzontale che sommerge,
ma il bianco dei margini, la pausa che
copre l’assenza tra me e te.

la crepa 5

Se l’asse cede, se la
voce affonda,
c’è qui
nell’aria, la
parola-ramo
che ci tiene.

la crepa 6

Le poesie sono tratte “Da una crepa” di Elisa Biagini (Giulio Einaudi Editore)

Le foto si riferiscono all’installazione della colombiana Doris Salcedo
intitolata “Shibboleth”, presentata alla Tate Modern di Londra nel 2007, all’interno della
Turbine Hall.

Fondamentalmente, è sempre da una piccola crepa che nascono le fratture della nostra quotidianità, quasi a mostrare quel fragile sottosuolo che dovrebbe sostenerci, portando alla luce un’inesorabile realtà. O al contrario, è proprio da un dramma, da un improvviso risveglio, da una ferita, da uno squarcio della realtà che si apre una prospettiva nuova, o un nuovo dialogo dove confrontarsi…

 

38 thoughts on “DA UNA CREPA di Elisa Biagini

    • …è la stessa cosa, si può scrivere in tutte e due le maniere, ma penso che con due “b” sia più giusto, o perlomeno, l’artista l’ha vista così, anche perché si può decodificare con molteplici metafore: sia nella sua difficoltà di pronuncia, che potrebbe significare la frattura fra due persone o due nazioni. Non è casuale che i madrelingua la utilizzano come prova di verifica per capire se una persona è straniera, almeno questo nella tradizione ebraica, ma penso anche nel suo significato anglosassone, o perlomeno, riferendosi all’attitudine di un’appartenenza; questo almeno è quello che dicono i dizionari. Se però entriamo in un discorso legato alla massoneria, allora i suoi risvolti si moltiplicano. In questo caso Doris Salcedo è stata molto intelligente, perché ha scelto un titolo dalle sfaccettature multiple.

      • Ma io non intendevo assolutamente tutto ciò!!
        Ho usato la parola Shibollet – parola meravigliosa e dai molteplici significati – nel suo estensivo senso di “appartenenza, manifestare la propria appartenenza””, nel senso che noi due e l’artista facevamo sapevamo parte dello stesso “popolo” che sapeva pronunciare la difficile parola, che lo straniero non poteva.
        Se ti va, leggi nel mio blog la poesia Shibollet di Celan e mi capirai.
        Comunque volevo dire “Sono dalla tua parte, mio caro” e da quella dell’artista con la sua opera, e dalla parte di tutto ciò che essa racconta.

    • Una crepa ci spaventa perché potrebbe cambiare per sempre la nostra vita. Può uccidere o rivelare quello che si nasconde dentro di noi. Spesso noi viviamo solo in superficie, ma quello che sta dentro gli abissi ci spaventa continuamente, perché rivela il restante 90% che noi credavamo sepolto, invece esiste, inesorabilmente…

      • Ho in mente sempre questa frase che mi è rimasta dentro mentre un giorno mi sono messa a scrivere del croco…
        ed è la prescrizione di Hofmannstahl: «Bisogna nascondere la profondità. Dove? Sulla superficie».
        “Si risale e dal fondo la parola fiorisce di un significato più intimo, di una sua splendente necessità; essa si umanizza e parla al cuore del lettore…” potrebbe essere che l’animo umano risale e dal fondo rifiorisce da quella sua profondità e risalendo ecco che germoglia e le paure per un po’ vengono represse…
        grazie Antonio, io non sono brava ad esprimermi come te 😦
        tu sei sempre profondo
        io invece un po’ più superfici(al)e :)))
        ti abbraccio caro ❤

  1. senza quel 90 % non saremmo quello che siamo, il problema è che non sappiamo quanto e come ci condizioni, specialmente in senso negativo…per questo può essere benvenuta una crepa, che ci lasci intravvedere nel buio interno, che poi magari è luce e ci può aiutare a ripartire con nuova autonomia ed altre energie…
    ti faccio i miei complimenti per l’ottima scelta di un testo assai stimolante abbinato ad immagini belle e significative, un saluto e …bentornato!

    • figurati… Quando Nietzsche scrisse che se non sappiamo guardare dentro l’abisso, sarebbe stato l’abisso a guardare dentro di noi, sapeva evidentemente quanto fossero radicate le nostre paure, perché sostanzialmente se è sempre il cambiamento che ci spaventa, prima ancora dei nostri abissi, prima ancora delle nostre luci…
      Bentornata a te !

  2. Mi piace il concetto di inesorabile realtà che una crepa può portare alla luce, squarciando il velo di un conformismo esasperato, di abitudini confortanti, di luoghi comuni eretti a mausoleo di solide certezze per non dover pensare né mettere in discussione alcunché. E dunque, sempre sia viva una crepa.

  3. La crepa è necessaria per ridarci il senso di impermanenza, per reinfonderci l’urgenza di vivere.
    Come un frutto maturo che si spacca di pienezza e ci mostra il seme, la dolcezza, la morbidezza del dentro.

    In questi miei rari passaggi trovo parole e sensazioni r

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