Percorsi di poesia contemporanea

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Per il ciclo “Percorsi di poesia contemporanea”, venerdì 31 marzo a Como, presso la sede del Gruppo Letterario Acàrya, al Centro Civico Comunale in Via Grandi 21, si è tenuto un incontro con la poesia di Ivan Fedeli e Gabriella Colletti, i quali hanno presentato i loro rispettivi libri: “Gli occhiali di Sartre” e “L’occhio al papavero”. Questo incontro non è avvenuto con la classica formula critico-autore-lettura, ma, stando intorno ai due protagonisti, si è cercato di creare un’atmosfera colloquiale in cui, la declamazione delle loro composizioni, è stata contemplata da una sorta di dialogo partecipativo con gli spettatori. Inoltre, i due poeti, aprendosi completamente, ci hanno fatto entrare nelle loro liriche attraverso un viaggio quasi psicanalitico, dove, l’introspezione del loro viaggio interiore, è diventato l’elemento stesso con cui confrontarsi.


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La poesia di Ivan Fedeli è un viaggio narrativo affascinante, in cui, tutte le sue storie,  diventano un poema moderno dove rispecchiarsi e dove ritrovarsi completamente. Storie di tutti i giorni: storie di città, storie che ci appartengono, anche nei minimi dettagli, attraverso un itinerario lirico vicino alla forma canzone. Tutti i suoi personaggi appartengono alla nostra quotidianità, perché i suoi incontri li facciamo ogni giorno e come tali, vengono decantati per farceli ammirare, senza la fretta con cui siamo vestiti. Tutti i suoi luoghi (o non luoghi) li percorriamo dall’alba al tramonto, ma lui li sintetizza aprendoli al mondo come le lenti di un osservatore attento, che desidera soffermarsi nei loro particolari esistenziali.
Riconducibile a una poesia di stampo anglosassone, siamo di fronte a un autore che vuole raccontarsi dentro a ogni sua parola, e il tempo gli darà ragione, perché il romanzo dell’anima ha bisogno di una struttura fluida dove potersi immergere per lasciarsi andare.
Ogni giorno leggiamo il giornale o guardiamo le notizie attraverso i video che ci circondano, ma il poeta mette i suoi occhiali come se fossero gli strumenti necessari per osservare oltre, e quando si entra nei territori dell’anima, non si torna più indietro.

jorg
Jorg

(L’età nobile)

Ha vent’anni Marta e la pelle candida,
vorrebbe risposte per sé e sul mondo
mentre sorride allo specchio per dire
sono bella. Si prepara così
alla vita e ci sta limpida come
una mattina al sole. Legge i classici
sul tram appuntando suoni e parole
quasi l’asfalto fosse cosa d’altri,
poi ascolta i bambini, le loro storie
sillabate alle nonne. Ama l’amore
perché lì c’è gloria per tutti pensa
e ride aggiustandosi il ciuffo. Scende
al metrò con l’aria di chi si perde
contando i passi e va meravigliosa
in cerca di tempo. La sente stretta
la città e immagina un giorno ventoso
dove ognuno ha un luogo. Piace tenerla
protetta tra uno sguardo e il caldo tenue
di un tramonto prima che l’afa arrivi,
quel ronzio insistente delle vespe
sui balconi ai piani alti a ricordare
l’addio dei gerani, il loro rosso
smalto che finisce perdendo petali.

Ivan Fedeli

giuliano ferrariGiuliano Ferrari

Siedono pazienti, sembrano nuvole
se non c’è vento. Hanno l’aria di tanta
vita alle spalle: lei ride un po’ stanca,
lo sguardo ancora biondo, le parole
belle sulla fatica che fa il mondo.
Lui borbotta e legge in fretta il giornale
quasi venisse meno il tempo intorno.
Ma stanno tutti in un cenno d’intesa,
e si raccontano i figli, la resa
alle rughe. Rimangono in attesa
di una chiamata buona e di un dio che apra
il cielo al sole più in là, dove passano
i giorni. Chissà domani sospirano
in una carezza, come le mani
dessero confine stabile ai luoghi
e ci fosse una certezza dovunque.
Poi s’abbracciano, nemmeno i vent’anni
tornassero mentre l’estate va
immutabile, ben oltre le case
o il pensiero per le piante in balcone,
che prendano acqua ogni tanto. Si sta bene
comunque giurano con l’intenzione
di non lasciarsi mai e dentro quel mai
affondasse un senso di appartenenza,
l’idea di continuazione indomita,
il rifiuto del limite di specie.

Ivan Fedeli

daniele collia
Daniele Collia

Dicono la primavera magnifica
anche qui. Te ne accorgi dalla calma
degli studenti del Carducci, il loro
passo lento da seconda ora mentre
improvvisano un selfie da postare
nonostante il latino, la versione
saltata. Hanno la forza dei piumini
gialli, l’idea di un tempo invincibile
dalla loro e fanno il verso alle facce
da ufficio, quel modo ordinato dietro
la linea gialla prima di salire.
Pensano non sarà così per noi
invadendo gli spazi in piedi mano
nella mano. Tutto ciclico, tutto
che si ripete sospira un signore
seduto e si vergogna un po’ di cosa
si diventa dopo l’età dei sogni.
Si scende allora e non si sa di chi
è mai il mondo o se basta una fermata
per capire come viene la vita.
Di certo è aprile e a Loreto si cambia.
Gente di corsa, scompare a distanza.

Ivan Fedeli

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Guy Cohen

***_-_***

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Gabriella Colletti invece emerge dalla sua sintesi per disegnare quadri colorati con tutto il suo sentimento di donna. Il sentimento però è tratteggiato con disegni talmente velati che si percepisce come retrogusto, nonostante sia protagonista dell’ispirazione. La sua sensibilità trasforma la poesia in un fiore che non si vede, ma di cui s’intuisce la presenza: profumi, carezze, essenze, nebbie velate; così come al contrario chi non ama i fiori si troverà intorno al suo futuro interiore o al contrario si vedrà allontanato da un mondo che non gli appartiene. Si perché, la poetessa indaga dentro ai cuori di ognuno e riesce a radiografare i pregi e i difetti di ogni angolo di mondo, fino “ai custodi del plenilunio”.
L’occhio al papavero è un omaggio, oltre che all’estro di Odilon Redon, alla visuale che queste visioni simboliste lasciano dentro un’anima così sensibile, da immedesimarsi dentro i quadri di un’intera esistenza. Una modernità che emerge sottraendo versi alla prosa che le appartiene come uno specchio, il quale, riflettendo immagini contrapposte al fluire delle parole, si concretizza per riempire  i vuoti intorno ad esse, come se il silenzio diventasse musica da ascoltare.

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Nel salotto degli spettri

Consunto lacerto di lettera
d’amore, rossa ceralacca stinta,
un pezzo di stagnola scintillante:
archiviati cimeli di gioia.
Arso nell’ attimo il colore
d’encausto che rivestiva il cuore.
Giacciono i ricordi senza padrone
come raminghi claudicanti, presenze
opache nel salotto degli spettri.
Incerto il piede su gambe di ragno,
sul tappeto vetri rotti ed è black-out

Trovarsi al limitare

Trovarsi al limitare delle stelle,
quando la notte si stacca dal giorno.
La misericordia cede al rimpianto,
un fiore bianco: la falce di luna.

Avresti dovuto fruttificare
Melograno, non contemplare.
Non è antefatto la pagina bianca
se il danno è un’ inezia

Gabriella Colletti

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Dire fare dimenticare

Appanna lo schermo del mondo
un velo di lacrime appena.
Scuoti le ali, cicogna impaurita,
prima di riporre i pensieri
nel libro riaperto senza prendere il segno.
Dire fare dimenticare

Il musicista e il vento
a Cattelan

“Si si si…” sibila il vento, cigola il cielo.
Risuona una voce di sciarade
sulla costa silente.

Alla quercia impiccati
bambini di cera,
sulle fronde passeri
studiano la carne finta.
Fiuta il male oscuro
un corvo.

“Si…” sibila il vento, cigola il cielo.
Soffia nell’incavo di un ramo
piccolo flauto di canna,
lampeggia la nota nell’ aria
diapason azzurro, lapislazzulo esploso
rappreso nell’ occhio del corvo

Gabriella Colletti

bambini-schiavi

L’occhio al papavero
a Odilon Redon

Imbratta il pensiero una densità
da concealer. Non si vede l’errore
texture tras-parente, chiaro di luna.

Resistono i petali
gualciti da mani maldestre.
Evocano figure di Pontormo
nei riflessi boreali.

Miete le stelle nella vigna del cielo
falce di luna. Come dono di fata
una protesi anatomica è spuntata
occhio su Atlantide, sul paradiso

Gabriella Colletti

barbara picci
Barbara Picci

le altre immagini non firmate sono prese dal web

La poesia si sa, è un dono che bisogna comprendere, da amare totalmente, da conservare o da ammirare; ma è come una bolla di sapone: basta pochissimo per vederla svanire, come se l’istante che l’ha creata, fosse un intero universo concentrato nella sua eternità.
Sembrano frasi che appartengono soltanto al suo creatore, ma il dono di questi infinitesimi è la nostra materia che, cellula dopo cellula, ha dato origine alla vita. Perché la poesia è vita, e la vita ci appartiene. In fondo, se Gabriella Colletti sceglie un occhio speciale per indagare nella sua introspezione, Ivan Fedeli gli aggiunge come strumento un paio di occhiali, perché anche la realtà più semplice che sfugge intorno a noi, bisogna saperla osservare. Il tempo è percepito come un cerchio dove tutto ritorna e si ricongiunge con noi e con la nostra quotidianità.

il Barman del Club

paolo torella
Paolo Torella

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14 thoughts on “Percorsi di poesia contemporanea

  1. Una formula per la presentazione di libri molto interessante.Trovo che la poesia si presti in modo particolare all’interazione tra autori e (futuri) lettori.
    Ottimo come sempre. 🙂

  2. Proprio un incontro riuscito. Due persone dotate di gran senso della misura nello scrivere quanto nell’intrattenere. Bravi anche nella declamazione. Non è frequente trovare questi elementi insieme. Ne riparleremo. Buona apertura di settimana, Barman.

  3. Molto stimolante il confronto fra due autori così diversi; nella dimensione “lettura” ho fatto mio piuttosto il primo, tuttavia mi rimarrà per sempre la curiosità di come si sia svolto concretamente questo incontro, lontano dalla compassatezza accademica tipica di alcune (molte?) riunioni poetiche.
    Buona settimana

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