ARRIVAL – di Denis Villeneuve

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L’arrivo di una razza extraterrestre sul nostro pianeta ha da sempre affascinato scrittori e registri di ogni genere, facendoli divagare sempre nelle ovvietà che portavano a scontri apocalittici, o a mostri inimmaginabili, o a derive pericolose riconducibili alla nostra stessa natura guerrafondaia, perché in fondo, se la  paura è di finire come noi stessi abbiamo trattato le culture dell’Africa, dell’Australia o peggio ancora, delle Americhe, allora, questa colpa che ci portiamo dentro, ha una radice radicata negli abissi della psiche umana, e non nello spazio profondo. Non è il caso di “Arrival”, straordinaria pellicola del canadese Denis Villeneuve che cerca di superare i classici filoni della fantascienza con un’idea intelligente, carica di filosofia e poesia, pur mantenendo intatta tutta l’adrenalina e la suspense che una trama di questo tipo deve asservire per coinvolgere lo spettatore.

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Dodici navicelle aliene arrivano sulla Terra, dislocandosi in svariate parti del globo, come dei monoliti enormi e incombenti sulle nostre teste, rimanendo sospese senza far capire quali siano le loro intenzioni, ma che ben presto faranno intuire di cercare un contatto per poter comunicare. Vengono allora assoldati una linguista di fama mondiale (interpretata dalla bravissima Emy Adams) e un noto fisico quantistico, i quali avranno l’arduo compito, non tanto di entrare nelle navicelle dei “visitatori” (che faranno), ma soprattutto di riuscire ad instaurare un probabile colloquio per comprendere le reali intenzioni di costoro. Chiaramente questo tentativo viene effettuato anche nelle altri parti del mondo dov’è avvenuto l’atterraggio degli altri oggetti misteriosi, ma è ovvio che il film è incentrato sulla protagonista americana, insegnante universitaria che ha perso una figlia in giovane età per una brutta malattia.
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Il contatto avviene attraverso una parte trasparente che separerà noi e loro, per via delle sostanziali differenze delle due razze, infatti gli extraterrestri vengono raffigurati come degli enormi eptapodi, simili alle nostre piovre, immersi in un liquido simile alla nostra acqua. Tra l’atro, se nessuno lo sapesse, dopo gli umani e i delfini, gli animali che hanno il cervello giù sviluppato per via delle dimensioni della calotta cranica, sono proprio i polpi, ma non si sono evoluti in maniera intelligente per via della loro brevissima vita: un’anno e mezzo circa, massimo due. Chiaramente nel caso di questa fiction trovandosi di fronte ad un essere così diverso da noi, il problema di capirsi, sarà davvero un grosso problema.
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I tentativi però porteranno a qualcosa,  perché l’alfabeto utilizzato dagli alieni, fatto da continui cerchi dalle diverse sfumature, può essere tradotto ma, come sempre succede in casi di culture diversissime fra di loro, anche intelligenti, tutto può essere frainteso.
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Ecco che inizia una trama fatta di rimandi con gli altri “punti di contatto” per verificare l’evoluzione che stanno facendo ulteriori studiosi, ma come sempre succede, se già non ci capiamo fra di noi, come possiamo capirci con una razza di un’altro pianeta o di un’altra dimensione?
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E’ proprio questo il punto  centrale del film: il linguaggio, la comunicazione e il susseguente pensiero, specialmente di questi tempi dove tutto sembra entrato in crisi, e dove la celeberrima neo-lingua di orwelliana memoria, sembra via via prendere il sopravvento per imbarbarire la nostra specie, ormai troppo abituati a digitare tasti e a semplificare i concetti,  anziché scrivere con la mano libera come si è sempre fatto e analizzare i contenuti. D’altronde, se il filosofo tedesco Karl W. von Humboldt diceva che ogni lingua traccia intorno al suo popolo un cerchio, dal quale è possibile uscirne solo passando nel cerchio di un’altra lingua, allora, come potremo comunicare se resteremo ancorati al nostro modo di vedere le cose, senza ampliare lo sguardo? Fondamentalmente il “cerchio” utilizzato dagli alieni rappresenta una metafora affascinante, non tanto perché il modo di parlare può determinare come si pensa, ma perché siamo abituati da sempre a concepire le cose in senso lineare… e se il tempo fosse invece circolare? Non vi è mai capitato di prevedere qualcosa un attimo prima che questa cosa accada? Come se l’avessimo già vissuta? Come se avessimo già vissuto il nostro futuro? E tanto per non essere banali, le classiche domande: chi siamo, da dove veniamo e dove andremo, potranno essere risolte prigionieri delle nostre debolezze?
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Già, le debolezze… il tempo… capirsi e non capirsi porterà le altre superpotenze a vedere sempre le cose in senso negativo, senza un approfondimento esaustivo a danno della vera realtà…
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…ed è a questo punto che il film paga dazio a Hollywood e a quell’innato modo americano di concepire l’azione a danno del pensiero, all’idea di business o come si usa dire: da blockbuster, perché secondo loro un determinato pubblico ha bisogno delle solite degenerazioni per pagare un biglietto. Fortunatamente una probabile deriva lascia il posto alla bellezza, perché se questo prodotto si ferma un attimo prima dell’eccellenza, mantiene intatte tutte le meraviglie che si prefiggeva di regalare. Sostanzialmente non è facile condensare in un’ora e mezza un discorso filosofico di così ampio respiro, e soprattutto, riuscire ad integrare il tutto con le esigenze di questi produttori. Proprio per questo, nonostante le abituali progressioni a stelle-e-strisce, e il solito finale che ci vuole regalare una carezza a tutti i costi, questo Arrival abbraccia una scelta intellettuale coraggiosa: interagire con la nostra anima per poterla conoscere attraverso la traccia che ci lascia lungo il tempo.
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Tratto da un racconto di Ted Chiang intitolato “Storie della tua vita” e sceneggiato da Eric Heisserer, con la splendida fotografia di Bradford Young, questo Arrival s’inserisce a pieno titolo in quel filone iniziato con “Icontri ravvicinati del terzo tipo” di Steven Spielberg e poi proseguito con “Contact” di Robert Zemeckis (di cui è debitore), fino alle ultime interessati prove di Neill Blomkamp con “District 9”, e “Gravity” di Alfonso Cuaròn, perché la fantascienza si può concepire come una possibilità unica per raccontarci delle storie vissute sul confine dell’immaginazione, ma talmente vicine a noi da diventare reali.  Denis Villeneuve ha dimostrato con questa pellicola di essere uno dei giovani registi più interessanti dell’ultima generazione, già con le sue prove precedenti, e questa sua intrusione nella science-fiction ci fa ben sperare su quello che sarà il seguito di Blade Runner (diretto da lui) che uscirà nel 2017. Vedremo ! (?)
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Per il momento dobbiamo fermarci a questo lungometraggio che miscela fascino e introspezione mantenendo intatti tutti i crismi dell’action-movies, e nello stesso tempo ci fa parlare con noi stessi, instaurando un linguaggio interiore che non conoscevamo. Fondamentalmente, Denis Villeneuve ci dice che: “…la teoria di Sapir-Whorf, afferma che se si inizia a mi parare una lingua, si inizierà a pensare e sognare con quella lingua. A circa metà del film apprendiamo che “loro” riescono a scrivere una frase simultaneamente con entrambe le mani: conoscono la fine della frase mentre stanno scrivendo il suo inizio, come se il tempo non esistesse. Mentre la protagonista cerca di scrivere nella loro lingua alla sua maniera, le sinapsi del suo cervello iniziano a collegarsi con il linguaggio e il suo modo di pensare mandandola in confusione…” come se l’inizio e la fine fossero una cosa sola, come se il passato e il futuro fossero una cosa sola “…
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In fondo, come diceva Victor Hugo, noi siamo contemporaneamente punti d’arrivo e punti di partenza, e proprio per questo, quando si è in relazione sia con la vita che con  la morte nello stesso momento (ce lo conferma anche il regista), la situazione ci renderebbe più umili, e l’umanità in questo momento, ha bisogno di tanta umiltà per sopravvivere, o perlomeno, per capire. Se un cerchio non ha ne inizio ne fine, siamo noi che dobbiamo comprendere la lingua che ci parla dai lati più nascosti del nostro “io”.
Scusate… ma ora mi è venuta sete !

Il Barman del Club 

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61 thoughts on “ARRIVAL – di Denis Villeneuve

        • allora… se vuoi qualcosa di “fatto bene” dipende sempre dai tuoi gusti ed è sempre una questione di scelta:
          per esempio se ti piacciono i gusti molto secchi
          allora utilizziamo come Gin un MONKEY 47 o un THE DUKE sposati ad una tonica altrettanto diretta, tipo la “Seagrams.
          Oppure se preferisci i gusti morbidi
          dobbiamo andare in Scandinavia e scegliere come Gin un ISFJORD e lo misceliamo con la classica “Schweppes”, molto fruttata.
          Se invece vuoi stare su una via di mezzo
          come Gin ti consiglio lo scozzese CAORUNN che ben si adatta a tutti i palati, insieme alla tonica “Fentimans”, tanto per rimanere alle sue radici storiche.
          Come vedi devi solo scegliere e…
          salute a te !!!

  1. Ho visto il film ma non mi ha entusiasmato.
    Dovessi dirti la verità non lo ricordo nemmeno molto.
    Sono appassionato di fantascienza e, per quanto riguarda i film, Blade Runner rappresenta il capostipite di molti altri.
    In questo film, a un’idea tutto sommato valida, si contrappone una sceneggiatura non molto accattivante.

    Secondo me, manca il mordente che ti fa interagire con la storia.

    Siamo semplici spettatori di un racconto.
    Un film, oltre a raccontare, deve emozionare, deve in qualche modo ‘trasmettere’ il ‘suo linguaggio’.

    Fossi stato un polpo, non avrei perso tutto questo tempo con una entità organica … Per capire …

    Non so, a me ha lasciato abbastanza indifferente anche se, ripeto, l’idea è molto valida.

    La prima, e unica serie di Star Trek, per fare un esempio stupido, era decisamente più coinvolgente, più umana, più accattivante.

    Abbiamo sempre molto bisogno d’esser prima di tutto ‘umani’ e poi forse ‘alieni’ ma da molto lontano.

    Ho un pò il terrore di quello che verrà fuori dal nuovo Blade Runner.

    Spero solo non facciano ‘carta straccia’ come hanno fatto col prequel di Alien Prometheus dove la sceneggiatura prende spunto, in alcune parti, dai serial televisivi che oggi vanno molto di moda.

    Poi volevo aggiungere anche un’altra cosa.
    Ho visto e rivisto molte volte il primo Alien e, la recitazione è impeccabile. Direi teatrale. Cosa che non guasta mai per emozionare. Negli anni seguenti, secondo me, l’arte dell’attore è diventata ‘mestiere’ … Manca qualcosa e non penso d’esser il solo ad essersene accorto.

    Grazie comunque del tuo bel post che ci fa discutere !

    Ciao.
    Stefano.

    • rispetto la tua opinione… Il problema è che di fronte a questo prodotto si fa in fretta a confondersi le idee.
      Anch’io sono preoccupato per il seguito di Blade Runner, così come ho odiato il prequel di Alien, perché è sempre la solita storia: non è tanto la mania dei serial televisivi, ma proprio la povertà di idee nuove che porta a rivangare grandi successi del passato per fare un guadagno sicuro, e via di questo passo. Proprio per questo motivo ho apprezzato questo film, eseguito con un budget limitato, cosa che invece non fatto Nolan con Iterstellar, dirigendo con finanziamenti senza fine, un polpettone sconclusionato.
      E’ vero ci sono delle pecche, soprattutto nel finale, ma fino a tre quarti siamo alla soglia di un capolavoro, soprattutto per le metafore che esprime…
      E’ vero, un polpo non perderebbe tutto quel tempo per incontrare la nostra razza, ma è proprio qui il problema, anzi, l’idea di base…
      Le navicelle aliene si sono posate nelle parti del mondo dove esistono dei linguaggi diversissimi tra di loro: gli Stati Uniti, la Russia, la Cine, i paesi Arabi, il Sud America, come a dire: iniziate a capirvi fra di voi e poi, forse, potrete mettervi in contatto con delle entità che vivono su altri mondi (perché lo stanno facendo, almeno ci tentano… per carità, molto pregevole del punto di vista scientifico). Di conseguenza quando dici che dobbiamo essere prima di tutto “umani” (c’è scritto anche nel primo cartello mostrato a “loro”), sta proprio alla base di questa pellicola: prima dobbiamo diventare “umani”, e poi forse ci capiremo.
      Quando delle culture sono così diverse tra di loro, non è mai facile andare d’accordo, e la storia del mondo sta a dimostrarlo: secoli e secoli di guerre inframezzate da stupide tregue.
      Questo film va letto attentamente, e proprio nell’era dei serial determina delle riflessioni importanti che ci dobbiamo porre. Poi, come ho detto anche nel post, purtroppo paga dazio alla concezione tutta Americana di stendere una sceneggiatura, soprattutto in un film di fantascienza diretto in questo periodo, dove delle pietre miliari, quelle che hai citato tu, sono difficile da riproporre, però (e li cito anch’io) qualcosa di buono in questi ultimi anni è stato fatto, o diretto se preferisci. Non è facile proporre della filosofia oggigiorno all’interno di un film.
      Anch’io preferisco le sceneggiature inglesi, per esempio: “Black Mirror” (ne parlo in un post precedente) finché rimarrà in mano a Charlie Brooker sarà sicuramente un prodotto valido, ma quando andrà in mano agli americani sarà rovinato di sicuro.
      Non so cosa dirti, io penso che più oltre all’emozione questo Arrival ci lascia un messaggio che dobbiamo comprendere, così come avviene nella sua trama, ma, non cambieremo mai e l’utopia che ne esce, forse, rimarrà utopia.
      In fondo, discutere è meglio dei soliti complimenti ovvii

      Ti ringrazio…

  2. Non ho ancora visto il film ma la tua abilità nel recensirlo mi ha fatto venir voglia di correre a vederlo. Poi ti saprò dire al riguardo (anche se non mi posso definire un appassionato di fantascienza….) ciao, Massimo

  3. Una grande coraggiosa idea narrativa rovinata da un finale dove collassano in noia tutti gli sterotipi del mainstream sociale su cui è cosrtuito il film. Bello comunque, di questi tempi. Contento che hai virato sul cinema, sono un antico cultore di science fiction.

    • anch’io lo sono… è il tempo che manca, anche se lo si può trovare (è vero)… speriamo solamente che la qualità non sia continuamente rovinata dalle scelte americane delle ovvietà. Io per esempio ho in mente il finale imposto dal produttore a Don Siegel quando diresse “Invasione degli ultracorpi”, costretto a far finire il protagonista in quell’ufficio di polizia, e non in in mezzo al traffico come voleva lui. Cosa che invece non fece Philip Kaufman quando fece “Terrore dallo spazio profondo” (uno dei pochi remake che mi ha soddisfatto), innanzitutto con quell’urlo che spaventa ancora oggi, ma soprattutto perché ebbe l’idea di iniziare con il protagonista del primo film ancora nel traffico disperato, come se per vent’anni non avesse fatto altro… Straordinario! Purtroppo mancano queste scelte coraggiose… ma arriveranno… si, arriveranno !!!

  4. non amo molto la fantascienza perchè la trovo irreale… ma se ci mettono dentro tutte queste cose che sono tutt’altro che irreali mi coinvolgo… tutte cose che mi colpiscono molto…
    hai fatto una recensione perfetta, con tutti i particolari che devono esserci e mi hai intrigato…
    e ora…. caffè macchiato freddo grazie!

  5. Un film che ho apprezzato parecchio e direi che l’hai raccontato benissimo. La circolarità del tempo entra in gioco (non solo, ma soprattutto) nel rapporto tra madre e figlia, perché sarà nel dialogo con una figlia non ancora nata, e di cui ha già elaborato la prematura scomparsa, che la Adams troverà le intuizioni per decifrare il reale intento degli eptapodi.
    Una pellicola intimista che affronta tematiche tutt’altro che semplici, la comprensione concettuale prima ancora del linguaggio in senso stretto, che in troppi lavori di genere vengono del tutto trascurate, date per scontate o banalizzate. Douglas Adams risolveva la questione con un pesciolino traduttore inserito nel canale uditivo, ma lui era un genio dell’inventiva oltre che un fine umorista. La realtà, se mai si presentasse (e mi auguro davvero che capiti, prima o poi, e di poterne essere spettatore) sarebbe un po’ più complicata 🙂

    • hai perfettamente ragione: io non l’ho raccontato per lasciare un po’ sorpresa a chi vorrebbe vedere il film, ma la bellezza di risolvere un film di fantascienza nell’intimità con tutta una serie di metafore da elaborare, non è certo cosa di tutti i giorni, e in fondo, ogni tipo di linguaggio rappresenta sempre una condizione particolare per elaborare un comportamento.
      Pensa che ogni “navicella” atterrata nelle varie parti del globo, si troverà di fronte altrettanti tipi di alfabeti: l’inglese, l’europeo, il cirillico, gli ideogrammi cinesi, l’abaco, l’africano ecc.. e presumibilmente gli alieni stessi, comunicando fra di loro, cosa potrebbero intuire dei terrestri se in ogni luogo la loro comprensione verrebbe fraintesa o compresa in maniera differente: la confusione? Comunicare con una razza così diversa prima di capirci fra di noi è una meditazione talmente forte da lasciarci spiazzati. Si perché, con la nostra presunzione, avevamo raffigurato ogni tipo di extraterrestre sempre in forme umanoidi, persino il celeberrimo “alien” aveva due braccia e due gambe (qualche tentacolo in più, ma sempre con le sembianze del nostro modo di vederci). Ma se ritroveremo di fronte a una razza intelligente così diversa come ci comporteremmo? E come faremmo a comunicare?

  6. Questa recensione incuriosisce assai 😊 non solo incuriosisce e porta fare riflettere sul tempo, sul linguaggio e la sua simbologia; la comprensione immediata inizio/fino..
    Ti dirò forse preferirei leggere ‘il libro’ più che vedere il film….anche se non so se esista

    Grazie, ottima recensione
    .marta

  7. Facile, quando ci si trova nel tuo splendido e carismatico locale, fare metafore con il buon bere e soprattutto con l’equilibrata preparazione di cocktail, ma effettivamente ciò che colpisce subito nella lettura di questa tua impeccabile recensione è proprio la straordinaria misura, con cui hai saputo porti di fronte al film, aldilà della tua cultura e della tua passione, cogliendo l’aspetto principale dell’opera ovvero l’ingegno quasi eroico con cui un uomo di cinema come Villeneuve riesce praticamente ad ogni suo film a coniugare l’ossimoro del cinema statunitense: arte ed industria.

    Tu mi conosci e sai che amo l’arte, non solo la cosiddetta settima, anche le prime sei e le successive, dalla pittura, al fumetto, alla musica e così di seguito ed amo la libera espressione di chi, potendo, riesce ad esprimersi senza bavagli o costrizioni, ma da sempre l’arte deve scendere  a patti con una committenza, solo che questa cambia al cambiarev dei tempi, delle nazionalità di produzione, della cultura di un popolo, dei suoi miti e dei suoi valori ed è per questo che lo spettatore (il fruitore ultimo) deve oggi essere anche ermeneuta e comprendere, storicizzare, contestualizzare, se vuole (sempre e solo se vuole, perché nulla lo obbliga) capire davvero il valore di ciò che ha di fronte.

    L’arte che si è sviluppata in Italia prima della sua unità politica e della sua piemontisizzazione ha avuto sempre mecenati interessati alla consacrazione eterne del loro dominio se non persino alla semplice propaganda e questo sia che fossero sanguinari dittatori o papi corrotti o solo ricchi potenti che ambivano all’immortalità dipinta, ma questo non ha impedito all’arte di esprimersi, attraverso soggetti stracolmi di arte sacra ed imbevuti di patriottismo di facciata, in tutto il suo massimo splendore e come? Come pittori e scultori rinascimentali sono riusciti a fare ciò, se non attraverso il linguaggio, alla sintassi filmica, al lavoro, alla fatica, ai sotto-testi, a tutto quel parlare tra le righe di una sceneggiatura o di un pentagramma o di una tavolozza,  grazie all’unica forma di libertà possibile ed immaginabile per un artista che non sia completamente autonomo (e non lo è nemmeno chi sia pagato in tutto da un fantomatico ministero dei beni culturali, perché spesso ci sono devoti più realisti dello stesso re, che fanno anche ciò che non si è loro richiesto, solo per gratitudine).

    Piacerebbe a tutti, insomma, poter scolpire solo con il marmo bianco di Carrara, ma se quello che la situazione politica o economica o bellica concede all’artista è solo fango, egli creerà la Pietà con il fango ed essa odorerà di quel fango e malgrado esso (o grazie ad esso) esprimerà ugualmente valori artistici altissimi, ma in un percorso più contorto e confuso.

    C’è della grandezza nei percorsi tortuosi e se ogni anno, nella mia personalissima classifica delle opere filmiche più apprezzate da me, ci sono sempre opere autoriali e certo non facili, altresì trovano sempre spazio anche film più mainstream e commerciali, dove tuttavia l’ignoranza non sia un valore ma un filtro, la violenza non sia un fine, ma un mezzo, la facile risata sia catartica e non l’orgoglio del becero ostentato, perché ciò che distingue l’idiota da chi si traveste da esso è comunque la consapevolezza e come in qualche modo questa venga trasmessa, grazie alla complicità con quegli spettatori  chi per amore dell’arte si fanno carbonari e di nascosto si ribellano.

    Tutto questo per dire che ho visto il film (la pellicola sci-fi dell’anno), il giorno della sua uscita e l’ho amato, tantissimo e nel mio piccolo ho cercato anche di condividere con quanti più amici possibile la necessità di vederlo e di vederlo al cinema, nella potenza del grande schermo e non nel chiuso solipsistico e onanistico di uno schermo da pc o di un salotto familiare da Home Theatre di risulta; ho anche cercato nei giorni successivi le recensioni di chi stimavo ed anche chi detestavo per vedere e confrontare i miei pensieri e posso serenamente dire che la tua è la recensione meglio scritta in assoluto, comprese quelle di blogger che frequento da più tempo e che spero non me ne vogliano per tale preferenza nei tuoi confronti, ma l’amore per la verità mi impone di fare questo distinguo, giacché il tuo pezzo è davvero completo, anche usando le risposte che hai fornito nei commenti, specie quando cercavi con garbo e pazienza di spiegare perché è stupido porsi di fronte a quest’opera monumentale con assolutismi etici privi di senso.

    Parlavo di lavoro e coraggio in questo film, perché se l’idea che è alla base del racconto breve di Ted Chiang (lo scrittore statunitense incredibilmente prolifico, ben noto ai lettori di Urania come me) era già di per sé geniale, va detto subito che la sua riduzione in film non era altrettanto ovvia, perché parlare di linguistica al cinema è certo mettersi nei guai… c’è qualcosa di meno coinvolgente in un blockbsuter della linguistica? Quindi onore al merito del regista ed anche di un’attrice portentosa come Amy Adams, la quale è una delle poche donne capaci di arricchire un personaggio come questo di coloriture materne e sentimentali senza però mai smettere di trasmettere il suo essere comunque e sempre una linguista (unico modo per comprendere la necessaria ed inevitabile alterità di una razza aliena e come tale per lo più indecifrabile).

    Grazie, amico barman, per scrivere anche di questo, di arte, di vita, di tutto.

    • Questo tuo bellissimo commento mi onora notevolmente perché io sono sempre istintivo nei miei stati d’animo. Certo, poi mi documento, cercando soprattutto di capire le ragioni del regista o dell’artista (magari cercando delle sue interviste), per vedere se quello che ho intuito fra le sue righe (note o pellicole come in questo caso), fosse quello che veramente avevo capito. Anche se poi rimango ancorato alla mia prima intuizione.
      Come hai ben scritto, bisogna sapersi bilanciare fra la commercializzazione e la poeticizzazione (non so se è giusta questa parola) di un’opera d’arte. Giustamente hai sottolineato come i mecenati finanziavano gli artisti, ma giustamente erano al loro servizio e così, al giorno d’oggi, soprattutto nel mondo del cinema, i compromessi si devono saper bilanciare in maniera intelligente. Nella fantascienza ancor di più. Proprio per questo motivo “Arrival” riesce a coniugare dei concetti filosofici con l’adrenalina in maniera piacevole, riuscendo nell’intento conclusivo, senza degenerare, sia nelle pieghe hollywoodiane che in quelle finanziarie, centrando il colpo. Se poi a questo aggiungiamo tutto il carico metaforico che ne esce… beh! ragazzi, tanto di cappello. Mi viene in mente il povero Michael Cimino che venne messo da parte dopo quel capolavoro assoluto de “I cancelli del cielo”, proprio perché il fallimento al botteghino lo travolse insieme alla casa produttrice. Eppure era un “capolavoro” (!) Oppure citando il grande Arthur Penn, di cui nessuno, parlato dei suoi lavori, citi “Gli amici di Georgia” (“Four Friends” per intendersi), che personalmente ritengo validissimo, anche se sono opinioni personali. Mentre al contrario si inneggiano a film come “Interstellar” di Nolan, che personalmente come regista stimo tantissimo, ma che sempre a mio modesto avviso, in questo caso e con finanziamenti senza fine, ha assemblato pur asservendo idee quantistiche conosciute, un qualcosa di sconclusionato, sceneggiatura compresa. Ma tant’è…
      Ho divagato un po’ a caso, lo so… ma dico questo perché Villeneuve ben si è amalgamato con questo genere, usando una dose di intelligenza fuori dal comune. Un applauso !!!

      inoltre… visto che mi sei simpatico (lo so, un barman dovrebbe essere imparziale)
      ti offro un cocktail adatto ai filosofi, niente di sfizioso ma, una miscellanea semplice e classica dagli aromi unici…
      lo chiameremo “Shopenhauer”

      5 cl. di rye whisky (da cereali misti)
      2 cl. di vermut dry
      una goccia di angostura bitter

      miscelare e servire con ghiaccio, foglie di menta e limone

      Salute a te…

      • Tu lo hai definito divagare, mentre io lo definisco un discettare intelligente, come peraltro è quello che fai sempre ed è anche per questo che è adorabile leggerti: come il testo del tuo articolo, anche la tua risposta al mio commento è un sorvolare leggero dall’alto tutto un insieme di esempi e confronti, in cui mi sono smarrito piacevolmente.
        Mi parli di Cimino, il regista che adoro da sempre e soprattutto del suo capolavoro quel “Heaven’s Gate” per me mai troppo sufficientemente apprezzato…
        Anche la citazione che hai fatto di Nolan è assolutamente calzante, regista che come Villeneuve ha la capacità di sposare il mainstream con l’autoriale, ma ora è tempo che io vado a casa, per provare i cocktail di cui mi hai fornito ricetta ed indicazione e che sono certo troverà il mio gusto, foss’altro per il nomignolo delizioso con cui l’hai appellato!
        Grazie amico

  8. Ho letto tutti i commenti e forse, sono io che non comprendo.
    Non voglio esser polemico, non ne ho le capacità, sono una persona qualunque, che cerca di intuire e capire quello che gli capita intorno.
    Non voglio ribadire ciò che ho scritto più sopra qualche giorno fa, ma rimango dell’idea che qualsiasi cosa si voglia esprimere, (la fantascienza è veramente un osso duro), il messaggio deve entrare per canali diretti. Non so spiegarmi ma, trovo difficoltà a comprendere tutto quello che avete commentato. A me, pare, una pellicola come tante. Sono sicuro di sbagliare, forse proprio perché non vado oltre a certi miei limiti ma, se mi permetti, vorrei fare un parallelo senza senso con la serie televisiva Les Revenants.

    Le serie TV non mi piacciono proprio. Sono delle ‘lungaggini’ senza senso ma, questa fatta dai francesi mi ha intrigato moltissimo.

    Non tanto per la storia in se, ma per quello che nasconde. Le piccolezze umane, i sentimenti nascosti, le voglie impaurite, le stranezze della mente. Assolutamente meravigliosa la trasposizione in ‘pellicola’ di sensazioni ed emozioni centrate da un’ottima sceneggiatura e un ottima recitazione. Non dimenticando ovviamente la colonna sonora dei Mogwai.

    Scusa il mio secondo intervento, ma in qualche modo, essendo appassionato sopratutto di film, sono in continua ricerca di quel ‘quid’ che sembra ormai perso da tempo.

    Un esempio fuori luogo su tutti !
    Via col Vento !

    L’ho visto pensando fosse un gran polpettone, ed invece è veramente un capolavoro !

    A presto.

    … Mi appassionano questi post !

    Grazie.
    Ciao.

    • guarda che non c’è nessun problema, non è detto che se un film piaccia al sottoscritto, debba per forza piacere anche a te. La scala cromatica delle emozioni ha uno spettro di 360° e ognuno di noi vibra di fonte al proprio colore preferito: io preferisco il blu con tutte le sue sfumature, e tu il viola, con tutte le sue variazioni, e magari a un altro: il rosso. Eppure sono tutti dei colori bellissimi che emanano altrettanti pathos pieni di significati e di sconvolgimenti interiori.
      Vedi, le regole del gioco sono soltanto una nomenclatura di caselle ordinate, poi sono i giocatori che vivacizzano con il loro estro e con la loro imprevedibilità, l’ordinamento della partita. C’è l’emotivo, il coraggioso, il prudente, il furbacchione, il metodista, l’intelligente, e via di questo passo, ognuno con il proprio bagaglio d’intuizioni. E il bello è questa asimmetria di personalità: la sorpresa, e nello stesso tempo, la capacità di competere con l’altro. Non so se l’esempio è calzante, ma ognuno di noi viaggia sulle proprie orbite prestabilite, ed è giusto che sia così…
      Grazie a te !

      P.S. “Les Revenants” è un’altro capolavoro…
      https://antoniobianchetti.wordpress.com/2016/01/20/les-revenants-a-volte-ritornano/
      contento che ti piaccia 🙂

  9. Come sempre, dimostri una cura eccelsa, nel valutare gli altrui lavori artistici: siano essi musicali, cinematografici o altro. Non so se vedrò il film, ultimamente vado poco (mea culpa) al cinema, ma di certo non mi sfuggirà appena arriva sui canali televisivi.
    Buon proseguimento di settimana a te.
    ^____^

  10. Il cinema di fantascienza non è il mio genere preferito, anzi! Ho letto tuttavia la tua recensione con molta attenzione. Trovo davvero interessanti le tue riflessioni soprattutto sul linguaggio, la comunicazione, la circolarità del tempo. Forse è da questo concetto che nasce la memoria involontaria di stampo proustiano, la famosa madeleine che è in noi. Si potrebbe studiare la questione…
    Applausi! 🙂

    • Io amo la fantascienza perché (quando è fatta in maniera intelligente) riesce ad aprire gli orizzonti davanti a un’infinita serie di metafore. Proprio per questo, il sopracitato film, non piacerà agli appassionati dell’usa e getta per via del carico filosofico molto intenso che affronta. C’è poca azione per intenderci, ma è talmente alta la suggestione delle tematiche, che riesce nel tentativo di crearti molte domande interiori. Poi è chiaro, se un genere non piace, una persona cercherà le stesse domande in una storia di tutti i giorni, e va bene anche così. Ma in fondo, come diceva una canzone: “l’emozione non voce”, la senti dentro.
      È un grosso piacere averti qui…

  11. Concordo pienamente con le opinioni che hai espresso nella tua recensione. Il film mi è piaciuto tantissimo, nonostante non sia una grande fan della fantascienza, ma il tema qui trattato è molto interessante e viene affrontato in un modo non scontato.

    Recensione fantastica, complimenti!

    • contento che ti sia piaciuto anche se non sei una fan della fantascienza, ma probabilmente è proprio questo il punto: è un film che può piacere a un pubblico più vasto. E’ questo che lo rende interessante.
      Grazie di essere passata di qua: serviti pure da bere !!! 🙂

  12. anche a me non ha colpito moto
    ma sarà che a me non piace la fantascienza
    amo le cose reali
    che posso toccare subito con gli occhi
    😦
    anche se il mistero dello spazio mi affascina ogni volta che poi vedo un film di questo genere,
    per es.
    a mio figlio è piaciuto molto
    ma a lui è piciuto anche interstellar
    e tantissimo…

    a me la storia di lei, la linguista, ha emozionato
    e il ritrovato amore per suo marito
    ma io sono una romanticona

    cmq ora dopo la tua eccellente recensione mi sa che me lo riguardo
    il tema del linguaggio è davvero interessante
    ….
    grazie sempre Antonio
    un abbraccio ❤

  13. Se il linguaggio influenza il nostro pensiero e ci rende ciò che siamo, forse è proprio il linguaggio a rendere difficile la comprensione di un’entità extraterrestre. Perché crediamo che per comprenderci, tra noi o con extraterrestri, dobbiamo per forza comunicare, usare un linguaggio comune o sforzarci di crearlo? E se, all’interno di una logica circolare, noi fossimo già “compresi” così e il nostro compito potrebbe essere solo quello di scardinare dalla nostra mente le parole, le nostre conoscenze?
    E’ il nostro pensiero lineare ad impedirci di comprendere che inizio e fine possono essere la stessa cosa e che, ad esempio, nel momento in cui ti incontro ti ho già lasciato? E se avessimo già incontrato gli extraterrestri e fossero già in noi per cui il nostro compito sia solo quello di metterci in contatto con noi stessi?
    Che dici, la proponiamo una storia del genere a Hollywood? 🙂
    Scusa per queste castronerie, Barman, è colpa della tua recensione (molto bella), del film che poi ho visto (condivido in pieno il tuo giudizio) e di tutta la Belvedere che mi hai gentilmente offerto. Buona giornata.

    • hai invece fatto delle considerazioni molto intelligenti e molto importanti e probabilmente è hai proprio ragione: e se ci fossimo già conosciuti? e se fossimo proprio noi gli extraterrestri che hanno dato origine alla nostra “stirpe”. E’ vero, tocca a noi metterci in contatto con noi stessi, perché se nel momento che un qualcosa inizia ha già finito di esistere, la circolarità del tempo ci permette di creare un presente sempre migliore: continuo, in relazione alle conoscenze derivate da un bagaglio d’intelligenze sempre in evoluzione negli spazi dell’anima.
      Se poi Hollywood voglia prendere in considerazione queste idee, non lo so, qualcosa del genere ha già fatto, ma sono discorsi difficili anche se affascinanti.
      Dai facciamoci una bevuta… Cin cin !!!

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