PILLOLE DI SALAME – part. 3: musica da paura

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Ma la musica può fare paura? Può creare un fenomeno di annientamento mentale o nello stesso tempo unire lo spirito collettivo? Può disperdere o isolare qualcuno a livello etereo? Può fare davvero paura all’individuo quando le sue melodie si fanno pesanti, o al contrario farlo esaltare e caricarlo di adrenalina? E il “sistema”?  Ha paura della musica quando diventa un rito universale trasformando le coscienze, e soprattuto, quando le unisce in un movimento culturale?  Tutto è possibile, soprattutto quando si vuole disperdere le potenzialità espressive della libertà. Provate a chiedervi perché a un certo punto dentro alla “nazione” hippie e successivamente intorno alla furia iconoclasta del punk è comparsa l’eroina al posto della marijuana o dell’hascisc?

Lo so, lo so, ormai non c’è più un movimento, una scena che caratterizza il nostro presente o una dinamica convergente verso un un punto preciso per evidenziare una certa realtà. E’ tutto in espansione, come dopo un esplosione, o come un sasso buttato nell’acqua. Ma i problema ancora più grosso è che esiste a malapena tutta l’onda d’urto derivato dalle bombe del passato. E’ tutto edulcorato o peggio ancora, ognuno viaggia per conto suo limitando la sua forza propulsiva. Sono tante le minestre riscaldate, e quello veramente originale resta solamente un caso isolato o un oggetto da copiare senza ritegno.
E il 2016 è stato un anno veramente libero? o ci siamo solo spaventati?

 

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c-g-p-melt

CHIPPENDALE – GUSTAFSSON – PUPILLO
“Melt”

Mettete insieme – Brian Chippendale, devastante batterista dei Lightning Bolt padroni di un’avanguardia umoristica ai limiti della follia, insieme a Mats Gustafsson, sassofonista svedese sperimentatore di un avat-noise spietato, e l’italiano Massimo Pupillo, bassista degli Zu e del loro jazzcore delirante e ubriaco di metallo (che vi consiglio d’ascoltare) – per avere fra le mani quello che è rimasto dal loro incontro di due anni fa: dei live e delle session che ne sono seguite. Certo, fondamentalmente la pubblicazione di questo disco, rappresenta una testimonianza di come si può far esplodere tutta la potenzialità intrinseca, appartenente a tre persone già di suo vicine alla pazzia sonora, e proprio per questo insieme si autoriproducono con un crescendo sferzante degno della reazione a catena di molecolare memoria. Ma tutto quello che gli atomi d’idrogeno producono dopo l’innesco di una propulsione nucleare, qui è concentrato in una serie di ritmi forsennati che servono solo da innesco per una libertà creativa senza precedenti. E’ incredibile come tre persone che roteano intorno al loro nucleo, con un’orbita fatta di tracce e di universi paralleli identici solo nella sostanza, ma diversi come genesi produttiva; possano precipitare fondendosi insieme, dando luogo alla deflagrazione sonica del loro scontro. Se resisterete all’onda d’urto che ha prodotto tale incontro, allora sarete testimoni di una nuova trasformazione della materia, perché, se nulla si crea e nulla di distrugge, allora, avrete fra le mani l’origine di un caos degno di proporre un nuovo ordine e un nuovo equilibrio, sempre se riuscirete a rimanere in vita.

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SLICK STEVE AND THE GANGSTER
“On Parade”

Chiedo venia, in realtà questo album dell’italianissimo Slick con i suoi fidi Gagster, è stato pubblicato nel 2015, ma chissenefrega, per una volta si può soprassedere facendolo slittare di un annetto perché ne vale pena. Questa band bresciana sforna un disco al fulmicotone utilizzando una miscela esplosiva di rock’n’blues’n’boogie fusi insieme a un rockabilly portato all’eccesso e variegato di goliardia quanto basta per farci solo divertire. Anche la copertina ne è un esempio lampante: bella quanto basta per farci capire che, questa parata, è sostanzialmente un pretesto per una sfilata di canzoni distorte fino all’eccesso in un numero circense. Probabilmente, il filo che sostiene questo equilibrismo ai limiti della follia, è un’astuta messinscena di questi giocherelloni in vena di proporre con il loro spettacolo di ritmi, una passione innata la quale, non può che contagiarci. Straordinari!

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THE DEVILS
“Sin You Sinners”

Vengono da Napoli: lui con una faccia da falso pretino dallo sguardo indiavolato; lei, suorina in minigonna non troppo da educanda, formano un duo chitarra e batteria, il quale, fonde le sue radici in un garage hard blues molto primitivo e sporcato di quel punk ignorante e grezzo senza remore di sorta. Secchi, diretti, senza troppi fronzoli bisogna proprio ascoltarli o magari andarli a vedere del vivo, così sarete travolti dalla loro eucarestia pagana, dove, l’unica comunione a cui sarete sottoposti, sarà quella d’inghiottire la loro musica fatta di estasi corrotte e stravolgimenti emotivi. Anche il loro travestimento è un piacere per gli occhi così come per le vostre orecchie… amen!

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ULVER
“ATGCLULSSCAP”

e

Questo ensamble di Oslo partito anni fa alla ricerca di un metal alternativo, e proseguito poi  sopra territori sempre vicini ai confini di vari generi, sperimenta con questo album un suono che potremmo definire più progressive o post-rock, sempre in base a delle etichette che si appropriano di questi suoni. In realtà, quello che potrebbe essere anche una divagazione ambient, o un ossessivo drone ripetuto sopra panorami innaturali degni della colonna sonora delle vastità nordiche, prende corpo al suo interno per evolversi via via dentro a strutture musicali in cui l’elettronica la fa da padrone. Vengono in mente i Pink Flyd di Ecos o i Popol Vuh di Aguirre, tutto concentrato in una psichedelica cosmica fatta di piani sovrapposti e di continue riproposizione dell’elemento che le compone, come se l’opera totale concepita per assimilare l’eredità  contenuta nel significato del tempo, fosse un’epica da conservare come un tassello per iniziare a raccontare l’origine della vita.
L’impronuciabilità del titolo è infatti l’acronimo di tutte le stelle dello zodiaco, perché se per gli antichi i due mondi apparentemente distanti come quello delle cose terrene e quello del cielo, erano due universi vicini e distanti nello stesso tempo, ora, il viaggio di ricongiunzione è  iniziato per ritrovare l’elemento primario che li ha generati. Non è casuale che all’interno di una struttura quasi completamente musicale, le uniche parole che sentiamo pronunciare, sono un recitato dal libro dell’Ecclesiaste (o Qoelet) contenuto nella Bibbia ebraica, in cui, un contraddittorio fra il bene e il male, genera la domanda e la riflessione se servono veramente una volta che la morte annullerebbe ogni cosa. Ma è proprio questo il punto: superare ogni vanità che renderebbe ogni retaggio vano, e continuare a credere in una vastità fuori e dentro di noi.

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BOLOGNA VIOLENTA
“Discordia”

Nicola Marzan, polistrumenstista, giunge al suo quinto album con la sigla “Bologna Violenta” percorrendo senza paura  la sua via fatta di dissonanze e accelerazioni devastanti, con pezzi ridotti all’osso e spolpati ancora di più, persino nel minutaggio. Tra l’altro, il percorso evolutivo che dalla sua adolescenza passa dalla musica classica, fino  a un thrash metal, per arrivare a un grindcore deviato fino allo stremo, prende forma nelle performance concept dove il raccontare una storia attraverso il campionamento, con l’inserimento d’immagini appropriate, funzionali allo scopo, ha l’impatto di poter assimilare le sue idee musicali come un’avanguardia sociale e partecipativa. Basta dire che in uno dei suoi lavori precedenti incentrato sui fatti della famosa “Uno Bianca”, proprio di Bologna, creò a Nicola dei forti problemi d’intimidazione, anche pesanti, durante le sue esibizioni dal vivo, questo perché, ritornando al discorso della musica che può fare paura, soprattutto quando sottolinea la verità, porta in evidenza delle problematiche che qualcuno vorrebbe sempre sottacere. Inutile dirlo, un articolo di cronaca ce lo dimentichiamo velocemente, mentre le potenzialità delle canzoni tengono viva e registrano un fatto fissandolo nel tempo. Quando poi la creatività si esalta con dei personaggi per niente svenduti al music business, ma sempre attivi con idee ed evoluzioni in avanti con i tempi, allora non possiamo che ammirare il coraggio, l’intelligenza  e la freschezza di tutto questo. Può essere “discordia”, ma queste pezzi tracciati come un lacerazione devastante, lasciano sempre una serie di risposte a cui dovremmo per forza riflettere.

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MoRkObOt
“GoRgO”

Siamo sempre in Italia e precisamente a Padova, all’interno di un combo decisamente atipico: due bassi e una batteria: solo base ritmica, in continuazione, forsennata, pesantissima, distorta, brutale. Il “gorgo” generato da queste sonorità è un’apocalisse dove metal, punk, sludge, hard-rock e avanguardia si avvicendano ripetutamente in un dinamismo forsennato, fatto di immediatezza stilistica e delirio matematico. Non c’è scampo, se vieni attirato in questo vortice vorrai uscirne subito, perché se non ci riesci rischi seriamente dei guai.
Nato dalla fantasia cinematografica di Eugène Lourié: Gorgo è il mostro della nostra coscienza, il quale, riflette tutti gli abissi di una psiche sempre in mutazione, nonostante il recinto elettrico che ci costruiamo intorno, perché non esistono le protezioni di fronte alla vulnerabilità delle nostre debolezze. Non è casuale che da uno psicodramma del genere si uscirà sicuramente storditi; e la paura, sarà veramente paura. Una musica del genere può solo distruggere.

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THOSE POOR BASTARDS
“Sing  it Ugly”

Velenosi, abrasivi, primitivi… bastardi. Questo gruppo proveniente dal Wisconsin s’inserisce pieno titolo nella schiera del nuovo alternative-country, con un folk sperimentale che, nonostante le inflessioni roots sempre presenti, riesce ad essere originale con tutta una serie di idee semplici. Cantati alterati, chitarre sghembe, ritmi grezzi e abbozzati, bluegrass distorti quanto vasta per attirare l’attenzione verso territori già ampiamente visitati, ma mai abbastanza per scoprire ogni volta le storie di questa terra, sempre intrisa di cowboy ubriachi, pistoleri solitari e indiani in cerca di un risarcimento morale. Chiaramente i tempi sono cambiati e al posto delle pozioni magiche vendute dall’imbonitore di turno, si sono sostituite le droghe e gli immigrati, ma i problemi con la legge sono rimasti inalterati come allora, e il capo di questi poveri cristi: Lonesome Wyatt, è un altro di quella lista di perdenti che vuole far sentire la sua voce, magari sbronzo, magari seduto al solito bancone di un bar polveroso, con la consapevolezza che l’ultimo bicchiere di whiskey, non gli verrà mai negato.

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DESCENDENTS
“Hypercaffium Spazziate”

D’accordo, questi “ragazzi” sono in giro da quasi quarant’anni con il loro punk-rock che puzza di ripetitivo e di riff “fatti e rifatti” senza remissione, come se i Green Day e gli Offspring fossero dei compagni di scuola più piccoli di loro, mai dimenticati, e le goliardate di allora, un’istituzione da ricordare in continuazione. Probabilmente dal 1978 tante cose sono cambiate: potranno anche vantarsi di essere arrivati prima dei loro cugini di cui sopra, eppure,  continuano a fare quello che piace e si divertono così, perché non vogliono fare altro. In fondo, era dal 2004 che non pubblicavano  un uovo album e si sono rituffati in quello che sanno fare meglio, e noi ci divertiamo con queste cavalcate che occhieggiano di surf’n’roll  e hardcore-pop tanto per rimanere in tema ad uno stile che nella California degli anni ’90 ebbe il suo momento di gloria, e il leader della band: quel Milo Aukermann, rimasto un perenne ragazzino, diviso tra la passione della musica e il suo lavoro di biochimico, continua con le sue alchimie a volare basso, a rimanere se stesso, trascinandoci nel suo divertimento.

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WORKIN’MAN NOISE UNIT
“Play Loud”

Decidiamo di “giocare alto”, di rischiare il tutto per tutto, di provare  a intingere le chitarre con un’azzuffata psichedelica insieme ad un hard-rock prima maniera, tanto per continuare il rapporto uomo-macchina-rumore: essenziale quanto basta per sviscerare i soliti riff potenti e le scorribande anarchiche di un garage suonato all’aperto e non negli scantinati di un sobborgo popolare. Ma se a tutto questo proviamo a registrare i respiri di un’anima sempre alla ricerca di una novità che vuole superare anni di canzoni ripetute fino allo sfinimento, contaminandole con qualche novità, allora dobbiamo dare atto a  questa band la quale cerca un rinnovamento senza perdersi nei meandri di un già sentito dozzinale. Probabilmente anche l’eco dei Black Sabbath, diventa in questo caso un tessuto sonoro dove intingere l’amo, cercando pesci dai contorni più allucinati. Il cielo potrà trasformarsi in una colorata massa di occhi per osservare la reazione del mondo, sarà così che l’iconografia di dio si tramuterà in un vecchio  biker perennemente in fuga e sempre in cerca della sua libertà.

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JAMIE T
“Trick”

Jamie Alexander Trearis supera ancora una volta i confini dell’hip-hop  canonico, per avvicinarsi a un elettro-panky-rap, utilizzando melodia e un rock’n’roll in stile Artic Monkeys spesso “piacione”. Però, se i suoi testi s’inoltrano in maniera molto critica nella realtà di tutti i giorni e non cercano mai una banalità di troppo, questa alternanza fra ricerca della novità anche sperimentale, con un aggancio simil-pop per arrivare alle orecchie di tutti i giovani del suo tempo, è una strada particolare che spiazza e attira nello stesso tempo.
Ogni immagine che ormai condiziona le nostre giornate, ha un trucco predisposto per convincerci e condurci a tutta una serie di scelte, come se un’infinita serie di messia si fossero messe in movimento per illudere le masse, sempre più vittime della falsificazione del presente, ed è proprio per questo che ogni tanto qualcuno s’incazza e ce lo manda a dire, con qualsiasi parola che costui riesce a macinare.
Questo artista londinese ci ha provato un’altra volta, e le sue cartucce sono le parole che si mutano in pallottole fra la tragedia e l’ironia, e non sbagliano mai il colpo.

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Bene, se fra la paura e il risentimento, ogni tanto s’inserisce qualche attimo di pausa, questo serve per ritrovarci nell’infinito mondo della musica, dove il detto: “ad ognuno il suo”, serve proprio per condurci dove più ci piace.

Salute ragazzi

dal Barman del Club

(fotomontaggio iniziale di Antonio Bì)

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19 thoughts on “PILLOLE DI SALAME – part. 3: musica da paura

  1. Pingback: La musica del Barman 2 e 3. | Chezliza

  2. Due cose sono certe: che non ne conosco mezza, di quelle che proponi, e che tutto si può dire fuorché parlare di noia, dalle tue parti virtuali!
    😀
    L’augurio per una serena giornata.
    ^___^

  3. Molto originali i Devils, davvero.
    Scherzi e Cosplayer a parte, complimenti per le schede hai fatto un lavoro da professionista.
    Potrei discutere i gusti ma i gusti son gusti e non si discutono e poi, oggi come oggi ha più senso in un blog che in una rivista generalista la lista dei migliori dell’anno. Cosa bevo? Un Imarhan o un buon Bradley, che il Manzan mi è restato sullo stomaco. Ciao.

      • Ne ho letta qualcuna sui vari siti e tanto per fare il figo potrei dire che sono meglio della sua musica. Non sarebbe del tutto una boutade ma quello che non digerisco è quel buttare in faccia la cronaca nera come faceva Cronaca Vera. Mi sembra una scorciatoia per farsi prendere sul serio. Poi magari lui è bravissimo nel suo campo, che ne so io di grindcore?

  4. ottimo articolo, la musica ha sempre da dire qualcosa a prescindere dal genere o dalla melodia. Sinceramente conosco -e poco- solo i DESCENDENTS, ma proverò ad aggiornarmi anche sugli altri. Fondamentalmente il punk-rock è nelle mie corde anche se mi trovo più a mio agio col blues o il jazz. Ma chi ama la musica come noi sa sempre come aprirsi a nuove “accordature”. Ciao e complimenti ancora.

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