PILLOLE DI SALAME – part. 2: musica per stupire

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La musica qualche volta è anche un gioco di prestigio: non perché possa avere necessariamente un trucco nascosto (anche se qualche volta ce l’ha), ma sostanzialmente perché deve sorprendere e stupire, soprattutto quando è fatta con classe. Rimane dentro all’ascoltatore non tanto un effetto illusionistico, ma la consapevolezza di trovarsi di fronte un professionista coi fiocchi, il quale, oltre ad ammaliarci con la sua arte, crea intorno ad essa un effetto visivo, gustativo, olfattivo e addirittura tattile; si perché, quando le vibrazioni degli strumenti che usa per provocarci un’emozione, sono talmente intrisi della loro anima da sembrare vivi, allora, intorno alle loro note si crea tutto un mondo dove perdersi e ritrovarsi. Poi lo spettacolo finisce, ma la musica rimane: inalterata, viva, fremente  e pulsante, docile al nostro palato, fresca nell’ipotesi di poterla addirittura toccare, pronta per stupirci di nuovo…
Ci sarà stato qualcosa del genere in questo 2016?

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PJ HARVEY
“The Hope Six Demolition Project”

Per questo ultimo album di “PJ” bisognerebbe scrivere un articolo più vasto, perché è talmente ricco di elementi, che è difficile trovare una sintesi circoscritta in trenta righe; proprio per questo vi lascio un link utile per chi volesse approfondire l’argomento: ed è la bellissima recensione che ha fatto Carlo Bordone sul suo bolg, intitolata “Demolition Project: il viaggio di Polly Jean tra le macerie”. Perché è proprio vero, quando ci si trova di fronte a un lavoro complesso come questo, bisogna partire dalla sua genesi, o per essere più laici, da prima a del suo Big Bang. Intendiamoci non è un viaggio facile, perché l’autrice non ricerca sonorità dalla radice rock o blues trasformati in elementi tossici come aveva fatto sui suoi primi dischi, e neanche variegature più contorte e inaspettate come aveva fatto nella seconda parte della sua carriera: il suo è un sentiero di ricerca già iniziato con il suo penultimo e celebrato album intitolato “Let England Shake”. Allora era partita dalla Prima Guerra Mondiale per arrivare alla sua analisi, dove, l’orrore, non era soltanto un’icona che da Conrad si era trasferita nel famoso finale del film di Coppola: Apocalypse Now, ma una serie di eventi in continua ripetizione che non si fermano mai. Infatti, i territori dei conflitti attuali visitati in prima persona e portati su queste tracce, sono la prosecuzione del suo progetto musicale dentro queste disperazioni, unite a una critica sociale che abbraccia tutte le dinamiche interne ad una società troppo corrotta. Non è casuale che il titolo è riferito al “Progetto Hope VI”, attuato a Washington in cui, sono stati demoliti tutta una serie di caseggiati popolari per riqualificare questi quartieri; ma in realtà la vera finalità era quella di una  speculazione di queste zone con l’inserimento di enormi Centri Commerciali, a scapito di intere famiglie lasciate senza una casa. Tra l’altro, tutto questo è stato documentato dal fotografo Seamus Murphy, con cui la Harvey aveva partecipato con le sue poesie anche nel libro di immagini “The Hollow  oh the Hand”, il quale, s’inoltrava nei territori di guerra, in una simbiosi fra tutte le potenziali esplosioni proprio perpetrate come sempre sui più deboli. Insomma, un disco dalle infinite diramazioni, non facile certo, non adatto per un ascolto automobilistico, ma  centellinato e destrutturato nella propria psiche, per essere poi assimilato come una seconda pelle: rock, jazz, blues distorto, avanguardia, novità che diventano un’armonia distopica anche per l’evoluzione musicale. Se a tutto questo aggiungiamo che alle registrazioni hanno partecipato anche talenti italiani come Enrico Gabrielli dei Calibro 35 e Alessandro Stefana (tanto per parlare di talenti riconosciuti all’estero), si capisce l’estensione del progetto. Forse ci voleva ancora più rabbia? Non lo so… ma sicuramente, sarà uno dei migliori dischi dell’anno.

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TEHO TEARDO & BLIXA BARGELD
“Nerissimo”

Ultimamente alcune marche di elettronica stanno proponendo e pubblicizzando  televisori, i quali, oltre al colore innovativo, dicono che abbiano un nero “assoluto”, che fa assumere molta più profondità all’immagine. Cosa volete che vi dica: io so che durante il processo tipografico è molto più importante la gamma dei neri (e grigi) che non il resto della scala cromatica, inoltre, in questi ultimi anni il successo del noir ha condizionato non poco il mercato editoriale. Ma allora, è così imponente la presenza del “nero” nella nostra vita?
Teho Teardo e Blixa Bargeld proseguono la strada intrapresa con il precedente “Still Smiling” tuffandosi ironicamente dentro a questo colore con lo stile che li ha contraddistinti, e ci sorprendono ancora. Chiaramente la metafora gira intorno ad un insieme di parole costruite proprio per giocare con esse, chiedendo solamente alla musica di seguirle con devoto stupore. Il resto è un insieme di “serietà comiche” in cui l’esperienza teatrale riconducibile al celebre Cabaret Voltaire, dissolve la forma-canzone attraverso un equilibrio fra recitazione e performance. Già la cover dell’album che riecheggia alle opere pittoriche di Holbein il Giovane, dimostra la necessità di costruire attraverso un ipotetico classicismo, una riforma che, se hai tempi dell’artista tedesco era suggestionata dalle gesta di Martin Lutero, ora si riformula attraverso una masticazione Dada, come per esempio la traccia “Ulgae (a microbiologica nOpera)” dove, si descrive con uno spiazzante parlato il microcosmo dei batteri racchiusi nelle piastre di vetro che utilizzano i biologi. Chiaramente l’assurdo evocato con maniacale precisione, con tutti i suoi oggetti e personaggi, prosegue delirante e paradossale fino alla fine del disco, traccia dopo traccia, dove, la conclusione delle nostre gesta, o meglio ancora: della nostra voce, viene depositata nelle mani del musicista per decantare il potere della poesia e le possibilità delle nostre scelte. “Blu non è il colore della mia voce / se cantassi in blu drenerei gli oceani / demolirei il cielo azzurro // Verde non è il colore della mia voce / deforesterei la superficie se cantassi in verde // E rosso non è il colore della mia voce / se fosse rosso sarebbe ira ed eccidio / impossibile da frenare // Così canto quello che canto meglio / Nero / nerissimo / fino a quando arriveremo dall’altra parte / non c’è più buio / sembra che la mia voce non abbia colore / ma se cantassi senza un colore / diminuirei la luce // C’è tanto nero nel mio repertorio / molte ombre nel mio arsenale / così canto quello che canto meglio / nero / nerissimo…” 

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CHARLES BRADLEY
“Changes”

Possiamo stupirci ancora per le melodie e le cavalcate soul di una voce negroide in stile James Brown? Io direi di si, perché nonostante le conclamate influenze ci si emoziona sempre, ripetutamente, continuamente, senza distinzioni di sorta, perché la musica dell’anima gira intorno alla sua bellezza, per non dire della sua eternità. Charles Bradley prova a cambiare divertendosi con se stesso, perché sovrapporre questo senso del tempo che va da Curtis Mayfield ad Al Green, da Marvin Gaye a Sam Cooke, scomodando Otis Redding e addirittura i Black Sabbath (che non centrano niente eppure ci sono), vuol dire che la memoria è dura a morire, così come le reminiscenze che riconducono alla gloriosa Stax. Ma perché allora questo titolo?  Mi fa venire in mente quello che diceva: “voglio cambiare per non cambiare per niente”. Probabilmente i “cambiamenti” sono intesi come quelli della società che circonda, di un’umanità decisamente diversa, di un modo di vivere che non risponde più alle aspettative dell’anima che abbiamo dentro, e non quella della musica, perché la musica non cambierà. La musica conserverà sempre la sua anima e come tale non smetterà mai di stupirci.

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IMARHAN
“Imarhan”

Togliamoci subito ogni dubbio: questo è un disco fantastico, non tanto perché queste sonorità frettolosamente chiamate “il blues del deserto” creano un fascino suggestivo e ipnotico, ma perché la classe che si respira intorno a questi giri elettrici di chitarre sovrapposte sono di una bellezza sconvolgente. Ormai la lezione di Alì Farka Tourè è diventata cibo quotidiano per queste band sub-sahariane, le quali riprendono la strada intrapresa dal maestro per evolversi notevolmente, dentro a questo mondo di sabbie sempre in cammino. Gli Imahran, provenienti dal sud dell’Algeria, così come i Tinariwen che provengono dal Mali, proseguono praticamente insieme nella continuazione di uno stile radicato nella loro tradizione, ma sempre aperto alle sonorità che si contaminano di influenze esterne. Non è casuale, nonostante le diverse nazionalità, che fra alcuni membri delle due formazioni ci siano delle parentele di sangue dovute all’etnia dei Tuareg. Gli Imahran però sono più ritmici e sincopati e non hanno paura di assimilare elementi sonori della cultura occidentale, perché le contaminazioni psichedeliche derivative dalla sperimentazione che ha offerto il rock’n’roll, sono state un regalo per tutti i giovani di questa Terra, e come tali, lo saranno all’infinito.
Questi ragazzi nordafricani esordiscono con un nome evocativo, perché nella lingua tamashek la parola “imahran” vol dire “quelli a cui tengo”, sottolineando il forte legame con tutta la loro cultura e la loro gente, fatto di spiritualità e di appartenenza, come se l’essenza tribale diventasse proprio un’esigenza irrinunciabile da cantare in ogni latitudine. Ecco che la malinconia o la rabbia vengono miscelate in un alchimia di tradizione e modernità,  per essere gustate insieme alle storie del vento, o di questi cieli senza fine, o di questi paesaggi che non sono mai identici, ma che ogni giorno cambiano il loro significato come il continuo e ripetuto mutamento delle loro dune.

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AGNES OBEL
“Citizen of Glass”

Questa ragazza di Copenhagen ci porta dalla Danimarca un sound sognante, dalla struttura in parte rarefatta e in parte preziosamente allestito con sonorità sorprendenti. Tutte le canzoni, pur non rinunciando alla bellezza della melodia, si avvalgono di inserti e sovraincisioni molto accattivanti, che trasportano l’ascoltatore in un mondo di leggende nordiche ripetutamente trasformate in vita di tutti i giorni. La notte e il giorno si sovrappongono per diventare un unico territorio dove vivere in bilico: un confine illusorio che può inghiottire da un momento all’altro, e ogni deviazione è sempre una sorpresa, ogni porta che si apre è un altro mondo in cui beatitudine e disperazione sono una persona sola. Il lavoro di produzione è talmente eccessivo da risultare straniante e paradossale ma, mai esagerato, mai consueto, a tal punto che sembra un’alchimia oppiacea, quasi alieno per la complessità della struttura armonica scelta. Ogni passaggio vocale diventa un tutt’uno con l’insiemistica dei campionamenti, i quali  alla fine stordiscono per eccessiva perfezione, eppure, si è inghiottiti dentro ad un gorgo immateriale dove non esiste scampo, come se una droga passasse nelle proprie vene  da cui è impossibile sottrarsi, perché il suo effetto allucinogeno è come un punto senza ritorno: ci si abbandona e si rimane in un ascolto quasi sotto ipnosi, fino alla fine dell’effetto.
Costruito dentro a un minimalismo dove gli equilibri sembra vivano sopra una fragilità talmente delicata da svanire al minimo respiro, ogni movimento è un cammino sopra i tasti di un pianoforte etereo, dove una neve dolcissima accompagna questo cammino insieme alla malia che si respira in queste latitudini. La vita però è sempre una sorpresa e il nostro presente, lo sappiamo, spesso è un universo capovolto dove precipitare non è per niente una casualità, anzi, ormai è consuetudine.

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THE DWARFS OF EAST AGOUZA
“Bes”

Dietro questa sigla dal fascino quasi ancestrale, si nascondono tre giganti dell’etno-rock famosi in tutto il mondo musicale: Sam Shalabi dei Land of Kush; Maurice Louca degli Alif e Alan Bishob dei Sun City Girls. Questo album nasce dalle session notturne fatte da questi musicisti nel quartiere di Agouza al Cairo, e poi riversate sui due CD che lo compongono. Sostanzialmente è godimento puro: l’improvvisazione di tutto l’evento è un insieme dove jazz, psichedelia, etnica, fusion, kraut, colore, spiritualità, convivono per essere un continuo sovrapporsi di cuori pulsanti e di ritmi senza fine. Liberi di interagire fra di loro e di spaziare con i propri strumenti senza problemi di sorta, ci regalano una serie una performance, dove, non si fa appena in tempo ad assimilare un respiro che si sente subito il fiato sul collo di quello successivo, come se un continuo work in progress fosse la cifra stilistica di questo felice incontro, in cui, perfezione e trascendenza, serenità e dinamismo, si inseguono ripetutamente per arrivare all’apoteosi.
“Bes” è una divinità egizia, adorato nella tradizione come il difensore delle cose buone e nemico delle malignità, per questo motivo state tranquilli, ascoltate continuamente questa musica senza paura, così avrete un amuleto per essere felici e tenere lontani i nemici dalla vostra porta. Ogni nota è una sicurezza… anche questa, è gioia!

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CAVERN OF ANTI-MATTER
“Void Beats / Invocation Trex”

Siete pronti ad entrare dentro la caverna dell’antimateria? Siiiii… allora allacciatevi le cinture di sicurezza, mettetevi il casco di protezione perché non si sa mai e partite cavalcando il vostro ottovolante all’interno di questo parco di divertimenti, però attenzione, questo non è una delle tante sorprese che troverete a Gardaland, ma la libertà cosmica di questi tre astronauti lanciati intorno alle loro galassie di suoni. Composto dal duo degli ex- Stereolab: Tim Gane e Joe Dilworth (i veri coautori del progetto), insieme a Holger Zapf (alla batteria), con l’aggiunta di qualche ospite illustre come Bradford Cox degli Deerhunter, ripercorrono un new-kraut dallo stile Neu! veramente al vetriolo, riuscendo a miscelare dinamismo robotico insieme a ritmi forsennati senza esclusione di colpi. A volte si rimane spiazzati: sembra di vivere all’interno di un videogioco inserito dentro una colonna sonora adatta a un film di fantascienza, per poi essere catapultati in un tunnel quantico verso una progressione che riesce a scomodare ogni radice musicale: dub, noise, dark, industrial, psych ed elettronica concentrate insieme a percussioni incalzanti e ossessive. Una volta però che le vibrazioni dell’astronave si stabilizzano dopo aver superato l’improvvisa partenza, capirete che il gioco di fa davvero serio e le eventuali reminiscenza del passato si adattano alla perfezione del vostro presente, perché, se siete soltanto dei “passeggeri”, la domanda che dovrete farvi è quanto disterà il futuro dai meandri della vostra mente. L’incognita è racchiusa fra un’eventuale distruzione o la perfezione di una musica che spazia in ogni direzione.

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RYLEY WALKER
“Golden Sings That Have Been Sung”

Ripetersi ai grandi livelli del suo album precedente: Primrose Green, non era certo facile per questo nuovo folk-singer di Rockford un po’ Tim Buckley, un po’ Nick Drake, un po’ John Martin, e Van Morrison nel cuore. Sicuramente con il successo ottenuto e l’apprezzamento di grandi nomi della musica, avrà  ricevuto pressioni dalla sua casa produttrice per un continuum da sfruttare subito. Il risultato è questo gioiellino dalle sfaccettature alterne, nel senso che a grandi canzoni si alternano dei riempitivi, giusto per arrivare alla misura di un LP. Io sono convinto che Ryley abbia delle qualità per diventare l’alfiere di questo revival vicino a un cantautorato pop raffinato di grande fattura, sempre in equilibrio fra deviazioni folk e astrazioni jazz. Dotato di una classe chitarristica  veramente notevole, e di un’intuizione poetica molto sincera, è sicuramente una delle voci più interessanti di questi territori musicali, giusto per sottolineare la necessità di circoscrivere intorno a pochi nomi di prestigio, un mondo troppo affollato che brucia fra un anno e l’altro tutta una serie di talenti, alternando continue proposte appena sufficienti che durano il tempo effimero di un lampo. Questo ragazzo formatosi nella scena di Chicago ha dimostrato di potercela fare, e lo aspettiamo speranzosi che possa, non tanto sfornare il definitivo capolavoro, ma convincere appieno con uno stile tutto suo. E’ solo questione di tempo.

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FANTASTIC NEGRITO
“The Last Days of Oakland”

Cosa separa il nome di Xavier Dphrepaulezz dallo pseudonimo di Fantastic Negrito? Un incidente d’auto e un periodo di coma con il necessario periodo di riabilitazione. E’ questa la storia che si racconta in questo album, ed è la storia personale del nostro protagonista, il quale, dopo aver firmato un contratto importantissimo per una casa discografica fra le più conosciute, si schianta con la propria fuoriserie e finisce nel limbo dei lenti recuperi che dureranno interi lustri. E’ così che a distanza di quasi vent’anni riesce lentamente a resuscitare con la medicina della musica e si reinventa una carriera sfoderando questo eccezionale lavoro intriso di hip-hop, hard-blues, funky-soul, sperimentazioni vocali, variazioni black ed inserti gospel del nuovo millennio. Rinasce un talento: è questa la notizia più bella, nato nella strada, cresciuto fra le gang dei ghetti e salvato dalle sue passioni: “…quando sopravvivi c’è sempre una lezione da imparare…” perché nella quotidianità sono proprio le esperienze durature a salvarti la vita.
Molto politicizzato, alterativo, ribelle per natura, artista innovativo con un pizzico di pazzia, entra diretto sotto la pelle dei problemi per farteli sentire dentro, in modo da non dimenticarli. Non è casuale che il titolo dell’album riferito al processo di gentifricazione che stanno subendo le città americane, sempre a danno delle classi operaie, viene reinventato come un’opportunità da sfruttare per una uova rinascita culturale, in cui, tutte le espressività artistiche posso coesistere creando un movimento proprio a favore della gente: quella gente che è stata svenduta! E’ sempre difficile sapere chi sono i peccatori, ma non è questo il problema: la soluzione è sempre nella rinascita, nella forza della collettività che deve riprendersi il posto da protagonista in questa società.

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IBRAHIM MAALOUF
“10 Ans de Live”

Nel 2006 questo artista libanese e parigino di adozione pubblicava il suo primo album, iniziando così una carriera straordinaria completata da altri otto dischi e una serie infinita di collaborazioni, di concerti e live, acclamati in tutto il mondo. Il suo è un jazz godibilissimo e di escursioni in territori altri, sempre all’insegna di una musica positiva che provoca nell’ascoltatore un alone di gioia difficile da disperdere. La sua cifra stilistica non dimentica le vibrazioni dentro a fuorvianti percorsi difficili da percorrere, ma al contrario si concentra nel microcosmo di un oggettivo meccanismo che fa nascere nell’infinitamente piccolo, un altro universo. Il suo strumento principale: la tromba, diventa parte di un fraseggio talmente ammaliante, il quale, ad ogni passaggio, riflette tutta la nostra parte illuminata, lasciando la cosiddetta “parte oscura” in un oblio seppellito oltre le nostre negatività. Probabilmente è proprio questo il respiro che emerge da questi solchi, e che ci contagia continuando a riverberare tutto il suo chiarore, in un continuo spettacolo in cui tutta la felicità del mondo ci viene regalata. Diventa di conseguenza un ulteriore regalo questa sorpresa che non è un antologia per i non addetti ai lavori, ma una giusta ricompensa degna di essere ascoltata dall’inizio alla fine: 10 anni di concerti dal vivo che riassumono la personalità di questo incredibile professionista, e che non dovrebbero mancare negli scaffali della disco-teca di ognuno di noi.

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Cosa volete che vi dica ancora? io ho l’abitudine di stupirmi magari per poco, ma questo frammento dai contorni infinitesimali, ha lo stesso potere di una salita al cielo di iconografica memoria. Karl Barth diceva che la gioia è la forma più semplice di gratitudine, e allora gioiamo insieme per non disperdere questo prezioso tesoro.
Buon ascolto…

il Barman del Club

(fotomontaggio iniziale di Antonio Bì)

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20 thoughts on “PILLOLE DI SALAME – part. 2: musica per stupire

    • guarda, mi hai preceduto, perché saranno citati nel 4° capitolo delle “pillole”. Quest’anno con “Atomic” hanno fatto un ottimo lavoro pubblicando quella che poi è stata la colonna sonora del documentario “Atomic: Living In Dread and Promise”, per ricordare l’anniversario della tragedia di Hiroshima. Infatti li ritengo proprio per le colonne sonore degli ottimi interpreti e sono uno dei gruppi di punta del movimento denominato “post-rock”, anche se in allucini momenti li vorrei più dinamici. Prova ad ascoltare la colonna sonora di “Les Revenand” (una bellissima serie francese di cui ho parlato anche con un post): è veramente da brividi.
      Alla prossima allora…

  1. vero la musica vince sempre! E tu con lei, sai “parlare” di musica come fosse poesia (ma del resto lo è). Agnes Obel è la mia preferita tra quelli da te proposti, adoro il suo sound. Complimenti, ancora una pagina da incorniciare. Ciao

  2. Pingback: La musica del Barman 2 e 3. | Chezliza

  3. Santa Klaus mi ha portato Fantastic Negrito, un bel voodoo, ottimo per i pagani come me che in questo giorno brindano a qualunque cosa e a qualunque astro (dal sole fermo al nuovo Tex) piuttosto che al bambin divino. E mi dicevo: Fantastic Negrito, che nome sarebbe? Un supereroe gay? Poi ho letto il suo vero nome. Grazie del drink e ora me ne vado, anche io “perso nella folla” (pezzo della mad… ops, ok, non lo dico visto che è il 25). Ciao.

  4. Pingback: I MIGLIORI DISCHI DEL 2016 per il Sourtoe Cocktail Club – Sourtoe Cocktail Club

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