HERON OBLIVION

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La chiusura provvisoria del Sourtoe Cocktail Club mi ha lasciato indietro con le recensioni degli album usciti nel 2016, e proprio per questo cercherò di rimediare con degli articoli in pillole, perché ci sarebbe tanto da discutere si diversi dischi pubblicati quest’anno: buoni e meno buoni. Chiaramente, come sempre, è stata buttata sul mercato tantissima roba, e restringere il campo sulla qualità diventa un esercizio necessario per non perdersi nei labirinti della moltitudine. Cercherò allora di sintetizzare, ma, in altri casi, bisognerà approfondire, soprattutto quando, oltre ad un lavoro pregevole, sarà importante sottolineare le bellezze o le contraddizioni o meglio ancora, le sorprese che possono giungere inaspettate, come il caso degli Heron Oblivion.

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Quello che potrebbe essere considerato un debutto in realtà è un collage di artisti di notevole caratura, già da tempo attivi nei circuiti underground della musica di culto: la cantante e batterista Meg Baird, di Philadelphia, oltre ad avere inciso tre album solisti di folk-rock (“Dear Companion”; “Seasons on Earth” e “Don’t Weigh Down the Light”; tutti per la Drag City), si era già fatta conoscere con gli Espers. I due chitarristi: Ethan Miller e Noel Van Harmonson, di San Francisco, provengono dalla splendida carriera dei Comet on Fire, con i quali hanno inanellato una serie di album deflagranti e adrenalinici, ormai diventati parte della storia dell’hard-rock psichedelico; mentre il bassista Charlie Saufley ha militato negli Assemble Head in Sunburst Sound, anche loro californiani e appartenenti al circuito lisergico assimilato in questa regione come una seconda pelle.
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E’ chiaro che con queste premesse in cui, lo strano ibrido fra la voce cantautorale della ragazza e le cavalcate inacidite degli altri tre, potevano far presagire qualche dubbio, tutto viene dissipato dalle prime note, trasformando questo esperimento   accattivante, in una fusione di equilibri sorprendenti da lasciare senza fiato. E’ come se una novella Joni Mitchell si fosse messa insieme ai Jefferson Airplane, riuscendo ad amalgamare una poesia delicatissima con la rabbia della chitarre che prendono via via il sopravvento.
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Tutti brani iniziano infatti con un cantato e con delle atmosfere che ricordano i periodi hippy del Lauriel Canyon e delle comuni di quegli anni, per poi lasciare spazio a tutta la fantasia che possono esprimere gli altri membri della band. Ma quello che sorprende ancor di più è la misura dell’insieme: infatti, Noel ed Ethan fermano le mani sulle corde dei loro strumenti, un attimo prima che si prenda la scena il rumore bianco:  la deriva successiva delle distorsioni sembra volersi connettere alla splendida interpretazione delle canzoni che la bellezza di Meg ci regala. In realtà, i nostri eroi si lasciano andare senza nessuna  remora, perché  il tessuto sonoro è infarcito di vibrazioni psichedeliche e tribalismo, di sovrapposizioni fuzz e colate fuse di espressionismo lisergico, però, niente è lasciato al caso: alla fine tutto si ricongiunge con la trama sonica descritta per essere un cerchio perfetto. L’infarcitura dei wah-wah è illuminante tanto quanto l’ipnotico incedere dei riff che farebbero invidia a un Jimi Hendrix seduto in platea ad ascoltare. E’ come se dalle mani di ogni protagonista uscisse tutto l’LSD immaginario, posseduto nella straordinaria voglia di riproporre un’epica ancora viva nei cuori degli amanti della musica, ma più importante alla fine è il messaggio emotivo da cui è nata un’idea; più importante è riuscire a dare alla forma canzone, quell’improvvisazione immaginifica che porta il caos a ricostruirsi come un’icona degna dell’ammirazione dei propri idoli, e gli Heron Oblivion, in questo caso, ne conservano tanti nei cassetti dei loro cuori.
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La bravissima cantante, carina quanto basta per completare la misura del coinvolgimento, riesce a modulare la sua voce senza sbavature eccessive, riuscendo ad integrarsi sorprendentemente nei territori sulfurei in cui, ogni traccia scava, alternando colate di lava pura a delicatissime carezze che riescono a commuovere. E’ come se l’inferno e paradiso coesistessero, quasi a ricordarci che la vita è proprio un’evoluzione fatta di fuoco e acqua, di pace e ribellione, di violenza e quiete.
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Tenete presente che questo disco mi ha colpito all’istante, e praticamente, l’ho consumato per tutta l’estate senza che mi abbia stancato. Ogni momento che lo mettevo nel lettore era una gioia particolare che si riproponeva ad ogni ascolto, e tutt’ora, provo  e stesse emozioni della prima volta. Tra l’altro, essendo sonorità che riconducono ai tardi ’60 inizio ’70,  non creano nessun effetto vintage, anzi, pur riconoscendo l’origine della matrice, sembra di vivere in un’atmosfera attualissima, carica di pathos e pulsione lirica, come se la propulsione degli assolo e la conseguente convergenza tipica delle jam-session, fosse un’invenzione riconducibile soltanto a ieri, per non dire oggi.
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Non rimane che ascoltare questo album fantastico come una vera propria comunione con il desiderio della libertà che esprime, e che in fondo, genera quell’anarchia addormentata nella psiche di ogni artista, pronta a deflagrare quando ci si trova di fronte alla purezza degli intenti, perché la passione di ognuno di noi rivive ogni volta che l’infinito si può racchiudere intorno a una voce e delle chitarre, sognando di abbracciare il vero amore per credere ancora nelle utopie.
Certo… i sogni sono possibili quando si riesce a razionalizzare la loro energia con la nostra intelligenza; allora lasciamoci andare una volta ogni tanto, consapevoli della realtà che ci circonda e dalla quale, se vogliamo, si può staccare la spina per inserirla in quella degli amplificatori.



Il potere evocativo della musica è come una corsa effettuata a perdifiato, per poi sdraiarsi in un prato e lasciare libero lo sguardo che vedrà solamente il cielo e  le ultime cime degli alberi ma, proprio per questo, si può immaginare di correre ancora, senza  fermarsi mai.


Tutto vero… ma ora mi è venuta una gran sete!

Sempre per servirvi… il Barman del Club

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13 thoughts on “HERON OBLIVION

  1. Pingback: Heron Oblivion. | Chezliza

  2. Grandioso!!
    Non ho la stessa esperienza di frequentazione di altri miei colleghi ed amici che leggo nei commenti conoscerti e quindi ciò che per loro è verosimilmente la norma, ovvero la tua potente e sicura disamina critica di un gruppo e di una sonorità, per me è una grande e bellissima scoperta!
    Sono felicissimo perché mi sono arricchito, sul serio ed in quel modo che io adoro, da compagno di viaggi, da navigatore che si scambia opinioni con lo straniero con cui fraternizza in un bar lungo la via della seta.
    Ho evidenti grosse lacune nella conoscenza del mondo musicale e non pensavo nemmeno fossero così grandi, ma ho anche tanta curiosità e sete!

    • figurati, il piacere è sempre reciproco: l’arricchimento personale è sempre uno scambio fra le esperienze e le conoscenze che ci si regala fra amici. Inoltre, il giorno in cui è stato dato il premio Nobel a Bob Dylan, per uno come me, cresciuto a pane e musica, è un giorno speciale: finalmente si è dato il giusto valore alla poesia nata fra le note…
      A presto ragazzo ! Grazie come sempre di essere passato da queste parti.

      • Grazie barman e mi unisco con te nel celebrare on un brindisi infinito il Nobel alla Letteratura assegnato ad un poeta come Dylan, nel quale forse musica e parole hanno convissuto con una forza comunicativa come in nessun altro cantautore statunitense…
        Buon week-end!

  3. Pingback: I MIGLIORI DISCHI DEL 2016 per il Sourtoe Cocktail Club – Sourtoe Cocktail Club

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