LES REVENANTS – A VOLTE RITORNANO

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Se dovessi decidere in questo momento cosa mi è rimasto in mente dell’anno appena passato a livello di “movie” (visto anche il mio poco tempo nel passare davanti alla televisione), opterei per questo intelligente serial di produzione francese: “Les Revenants”, trasmesso in chiaro su La Effe (canale 50). La traduzione originaria dalla sua lingua madre equivale a “fantasmi” ma, in realtà, è qualcosa di più, perché a livello letterario potremmo tradurlo come “i ritornati” e, in senso più ampio: i ritornati dall’al di là. I “revenants” erano appunto, nella tradizione medioevale, soprattutto contadina o pagana, coloro che ritornavano dalla morte per un risarcimento dovuto, o per una vendetta personale, o semplicemente per ammonire i “vivi” di eventuali sbagli o di un eventuale pericolo. Credenze che si sono sviluppate in tutte le culture dando origine alle varie tipologie di morti viventi, zombi, spettri, oscure figure, fino ad arrivare al vampiro classico che doveva nutrirsi del sangue o della carne di chi era ancora in vita, proprio per continuare la sua”forma di esistenza”. In realtà questa superstizione era radicata nella mente degli uomini fin dalla notte dei tempi, a tal punto che l’occidente cristiano cercò di censurare a tutti i costi questa credenza attribuendola al demonio.

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Sant’Agostino (considerato il vero fondatore della teoria religiosa dei “revenants”), condannò a suo tempo queste derive, negando che il morto potesse apparire con il suo corpo e persino con la sua anima, concludendo che la rivelazione del defunto altro non era che la “proiezione spirituale” suscitata, appunto, dal diavolo in persona. Sant’Agostino negò risolutamente ogni forma di commercio fra i viventi e i morti, e si sforzò di combattere qualunque forma di evocazione degli spiriti, di curiosità meravigliosa nel confronti dei fantasmi o di qualsiasi apparizione di spettri, di necromanzia o di culti che scaturivano dalle messe nere. Peraltro lo stesso Agostino non escluse  che, in qualche raro caso, l’immagine spirituale del morto poteva essere introdotta da un angelo buono. E proprio da questo spiraglio, da questa porta lasciata aperta che a poco a poco, passarono e “ritornarono” tutti i tipi di revenats, la cui forma persuasiva e la loro radici nell’immaginario collettivo dovevano essere davvero insopprimibili. E così fra il 1100 e il 1300, si assistette a una e vera propria invasione del “revenants: dai santi che cercavano suffragi, ai dannati che si manifestavano per una forma di risarcimento, fino alla “cavalcata selvaggia” dei morti: orde di scheletri con tanto di cappa e spada capitanati da Hellequin, il demone per eccellenza, che noi italiani, per una forma di ironia latina, abbiamo  trasformato in Arlecchino, cercando di scongiurare tutte le ancestrali paure con un po di allegria.

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Peter Brueghel – il trionfo della morte (particolare)

Bisogna considerare, che al di là di queste sdrammatizzazioni legate alla commedia dell’Arte, la paura del morto che ritorna non si è più fermata, non tanto per proseguire il suo viaggio nell’al di là presente in ogni credo religioso, ma proprio per invadere il nostro spazio vitale, quasi a non voler accettare  il suo trapasso. Infatti, le varie teorie: da quella “sciamanica” a quella “orientale”, hanno evidenziato questo fatto importante presente in tutte le latitudini. La teoria sciamanica prende forma in un’area geografica molto vasta che va dal mondo celtico alla Siberia, fino agli indiani dell’America del Nord, dove l’al di là era un mondo parallelo e rovesciato, spesso difficile da raggiungere; ecco perché il morto tentava di rinunciarvi. Così facendo però rimaneva intrappolato in una sorta di “terra di nessuno”,  e cercava di ritornare verso il mondo dei viventi. Questo giustificava tutta una serie di rituali verso la salma del defunto e se, nonostante tutte le precauzioni, il morto non si convinceva ad intraprendere il difficile viaggio verso l’altrove, poteva trasformarsi in un elemento di turbativa dell’ordine cosmico, specialmente se la sua dipartita era avvenuta in modo violento o inaspettato. E ritornava, rischiando di attaccare i viventi succhiando il loro sangue. Così come la teoria orientale, portata in Europa dall’area balcanica attraverso il folklore zingaro, in cui riemergono le riesumazioni delle salme per verificare lo stato del corpo, perché, nel caso in cui fosse stato trovato intatto (contrariamente alla filosofia cristiana che lo riteneva un santo) era considerato un essere dannato che non voleva lasciare la vita: da qui i rituali di trafiggere il cuore e bruciare i resti del defunto.

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Se però dovessimo analizzare delle date precise dobbiamo arrivare fra il 1600 e il 1700, specialmente nel 1656 con Jiure Grando: contadino istriano morto decapitato perché accusato di “succhiare il sangue”  e portato alle cronache da Johan Weichard Valvasor, o nel 1726 con i fatti di Medwegya: un villaggio serbo dove avvennero delle situazioni davvero strane, in cui indagarono persino le autorità austriache, lasciando alle cronache un documento a metà fra l’analisi scientifica e il suo risvolto inquietante, dove si lesse per la prima volta il termine “vampyr”, scatenando la moda dei morti viventi in tutte le corti europee (per non dilungarmi troppo vi ho lasciato  dei link se qualcuno volesse approfondire). Improvvisamente, in quel periodo, non si parlò d’altro: dalle diplomazie ai giornali, all’opinione pubblica, fino agli strati più bassi della popolazione. Si percepirono le possibilità metaforiche di questi fatti, s’incominciano a scrivere versioni più o meno fantasiose, dando inizio all’iconografia attuale del morto che si risveglia. Bisogna anche aggiungere che in questo secolo si era creata una vera e propria crisi dei rapporti fra corpo e anima, dovuta all’illuminismo, dove s’incominciò a dubitare della tradizionale rappresentazione dell’al di là, e dove perse vigore il concetto dell’immortalità dell’anima, prima a livello inconscio, poi in maniera più esplicita.

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Non solo, ma questi fatti ebbero una tale risonanza che nelle università dell’epoca si studiò il fenomeno, e i sostenitori dell’interpretazione esoterica cercarono di dimostrare queste teorie con una divisione dell’essere umano in quattro parti costitutive: l’anima vegetativa, l’anima sensitiva, l’anima razionale e il corpo. Cruciale per il vampirismo è l’anima vegetativa- che rimane presso il corpo per un certo periodo – mentre l’anima sensitiva sussiste ancora più a lungo, e l’anima razionale è immortale.
In quanto parte dell’anima mundi , l’anima vegetativa può comportarsi come uno “spirito vitale errante” che aspira a tornare nell’anima del mondo. Nel suo viaggio verso questa sua destinazione ultima, rimane colma delle immagini di cui si è impregnato lo spirito della persona prima della sua morte; allora l’anima vegetativo si leva dalla tomba e per una sorta di contrazione dell’aria si procura un corpo sottile ed eterico; mentre il cadavere resta nella bara, elle si muove, cercando il sangue dei viventi, poi ritorna verso il cadavere per riportare il sangue di cui si è impadronita. In effetti, perché lo spirito vitale non cessi di esistere (non si dissolva), è necessario che il cadavere non imputridisca. Chiaramente la Chiesa Cattolica diffidò di queste spiegazioni, tanto meno gli illuministi, e tra un dibattito e altro si arrivò all’800.

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Si può capire a questo punto, come agli inizi del 1800 il fenomeno era davvero sulla bocca di tutti, giusto per arrivare alla celeberrima seduta spiritica a Villa Deodati sul lago di Ginevra, in cui parteciparono oltre a Lord Byron (appassionato di occultismo); Mery Shelley (e suo marito) poi autrice di “Fankestein” e  John William Polidori, poi autore di “The Vampyre” (ritagliato proprio sulla figura di Lord Byron: nobile, dandy e seduttore implacabile); e che, sostanzialmente, diedero inizio, oltre all’incarnazione del vampiro classico, anche alla letteratura moderna dell’orrore: fino alla sua consacrazione con il “Dracula” di Abraham Stoker, che dura tutt’ora. Anzi, è proprio un fenomeno di questi ultimi anni, in cui, all’alternarsi di ogni tipo di vampiro, si sostituisce  una nuova invasione di zombi carnivori, sempre più assatanati di carne umana come una vera e propria epidemia. Ne è derivata un’esplosione filmografia senza precedenti che, sostituendosi  a libri o fumetti di successo, ha assorbito il tema, facendolo diventare un vero e proprio caso.

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In antitesi a questa forma narrativa che può piacere o meno, il serial francese si discosta in maniera molto intelligente, senza utilizzare il sangue esposto a un livello truculento, ma al contrario lavora solamente sulla psicologia dei personaggi e su una sceneggiatura molto originale. La storia è ambientata in un paesino sulle alpi francesi vicino a  una diga che anni prima aveva subito un disastro tipo il nostro Vajont, e dove, un gruppo d’aiuto lavora per tutta una serie di genitori che hanno perso i loro figli, periti in un incidente capitato al pullman che li trasportava durante una gita scolastica. Tra l’altro, proprio in questa tragedia muore una gemella (mentre l’altra si salva perché era rimasta a casa per un’influenza), che però, inaspettatamente, dopo sette anni da questo brutto fatto di cronaca, ritorna, lasciando allibiti i suoi familiari e la stessa sorella ormai più grande di lei. Si perché, lei è rimasta come il giorno prima della sua morte, così come altri che ritornano: un giovane che si era suicidato il giorno prima del suo matrimonio e che vuole rivedere quella che doveva essere la sua sposa, ormai con una bambina probabilmente figlia di lui; un bambino morto in una rapina che si fa “adottare” da una giovane signora scampata per miracolo anni prima a un serial killer poi ucciso dal fratello, ma che però ritorna per commettere ancora altri omicidi; una bella ragazza dalle “strane” doti paranormali eseguite sempre durante un atto sessuale; e altri, altri ancora.

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Ma perché ritornano? Dapprima i coinvolti cercano di nascondere la vera identità di queste persone, ma via via la verità viene a galla all’interno di una trama che lascia con fiato sospeso, complice un clima di tensione davvero inusuale, basato appunto sui meccanismi relativi alle ansie e alle attese di tutti questi perché: ma la domanda è sempre la stessa, perché ritornano?  La particolarità è proprio basata sul fatto che “loro” vogliono riprendere la  vita di sempre con le loro famiglie, senza creare traumi, ma il fatto è che i problemi si amplificano a dismisura perché dopo tanti anni le cose sono cambiate e anche le vite sono cambiate, senza considerare per esempio le invidie di quei genitori che persi i loro figli in quel sopracitato incidente, non vedendo “ritornare i propri”, si scagliano contro i più fortunati, creando altre tensioni a quelle già esistenti. Ma non tutte le fortune hanno un risvolto felice. Nessuna resurrezione è indolore.

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Fondamentalmente il problema è proprio questo: la resurrezione. Qui infatti non si parla si “succhiasangue” o zombi imputriditi affamati di carne umana, ma di cosa comporterebbe il ritorno di una persona morta anni prima nella cornice del proprio nucleo quotidiano e nello stesso paese dove si era vissuti, in cui tutti vengono coinvolti: amici ed estranei. Chiaramente intorno a queste domande esistenziali si sviluppa un thriller  sottile e oscuro, legato soprattutto ad un’introspezione che non si ferma mai.
Splendida è la colonna sonora dei Mogwai che accentua il clima di mistero basato solo sulle conflittualità psicologiche, a volte delicate, a volte devastanti, insite in tutti i protagonisti della vicenda, all’interno delle varie storie che s’intersecano prima dell’esito finale.

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Tratto dal film di Robin Campillo intitolato “Quelli che ritornano” e ideato da Fabrice Gobert, la capacità del regista è stata proprio quella di uscire dai canovacci e dalle sceneggiature banali, basate solitamente su effetti speciali e derive horror. Tutto è ideato per  riprendere la realtà di tutti i giorni ed inserire qualcosa di sconvolgente, come il ritorno di un nostro caro estinto, all’interno di una vita che si era stabilizzata normalmente. Bravissimi gli attori, tutti calati nella parte magistralmente, tutti partecipi al retrogusto inquietante della vicenda.

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La mia recensione si riferisce solo alla prima stagione di questo serial, costruito solo su otto episodi, e dove non c’è un vero e proprio finale, o perlomeno, c’è un finale aperto, che poi è proseguito nella seconda stagione. Il seguito non l’ho ancora visto, ma se è rimasto all’altezza del suo esordio, merita davvero di essere approfondito per conosce tutti gli sviluppi della trama. E’ vero… mi piacciono le cose, non dico strane, ma diverse dalle solite inquadrature insite nella normalità, ma questa ve lo assicuro, è fatta veramente bene; speriamo solamente che non si faccia contaminare dal successo ottenuto: sia di critica che di pubblico, ma sono fiducioso perché i francesi non sono come gli americani, e sanno riconoscere la qualità, sanno come gestirla.

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Ma la domanda che resta è sempre la stessa: come vi comportereste se improvvisamente suonasse alla porta un vostro familiare morto anni prima? Un genitore, un figlio, un consorte, un caro amico?  Quale sarebbe la vostra reazione? Capireste? E cosa capireste? E se invece suonasse un vostro “nemico” che pensavate di esservene liberati? O vedreste passare per strada una persona malvagia di cui eravate sicuri che si fosse celebrato il suo funerale?
Stephen King ha detto che la morte è un mistero ma la sepoltura è un segreto, quasi a ribadire: ma siete sicuri che i deceduti non possano ritornare?

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Il dibattito sulla morte e se esista un mondo parallelo dove si possa continuare una forma di esistenza, come ho già scritto nell’incipit di questo post, c’è sempre stato in tutte le varie civiltà che si sono succedute. E allora perché i morti fanno sempre paura?  Ma soprattutto, perché questa continua ossessione di un loro eventuale ritorno?
Romero a suo tempo aveva già dato una risposta nel celeberrimo film “La notte dei morti viventi”, in cui fu proprio lui a farli diventare antropofagi, giusto per inventare un pericolo imminente, anche se il suo intento era quello di far capire che la vera minaccia non erano “loro”, ma i vivi che si erano asserragliati per difendersi, incapaci di creare una coesione all’incombente pericolo, fino a distruggersi l’un l’altro, quasi a sottolineare che il cannibalismo lo abbiamo sempre praticato noi, annientandoci fra simili. E allora… perché invece di aver paura dei morti, non ci confrontiamo fra  vivi?

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Les Revenants- tutte le immagini sono prese dal web

Si potrebbe continuare all’infinito, ma se alla fine la metafora di Romero rappresentava la sconfitta della “maggioranza silenziosa del moralismo”, anche nel serial francese di Gobert le domande se le dovranno fare i vivi, sempre chiusi nelle loro case con le loro colpe da nascondere, incapaci di capire le reali motivazioni di una esistenza comunitaria. In realtà, questo paesino immaginato sulle alpi è stato messo lontano dalle consuetudini della commercializzazione dell’attualità (come avvenne nel film “Zombi”, sempre di Romero, dove alla fine questi esseri ritornarono, non nelle loro case, ma nei “non luoghi” di massa come i “supermercati”). Eppure, anche lontano dal clamori costruiti sopra i luoghi del consumismo, i difetti dell’umanità rimangono, persistono, si penetrano a vicenda, senza scampo: basta un’anomalia, un’incongruenza, un qualcosa a cui non eravamo abituati per destabilizzare una parvenza di ordine costituito. Ma poi, se un qualcosa di perduto ritornasse, una volta ritrovato saremmo capaci di riperderlo di nuovo?

Scusate… stanno suonando alla mia porta, non aspettavo nessuno ma, devo vedere chi è…

Il Barman del Club

(P.S. – io comunque una buona bottiglia da stappare in compagnia ce l’ho sempre a portata di mano… salute!)

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31 thoughts on “LES REVENANTS – A VOLTE RITORNANO

  1. dopo questo affondo letteral/movie ci vuole proprio un bel bicchiere!
    I tuoi post sono sempre alquanto coinvolgenti e non solo per la capacità di scrittura ma anche perchè sei un ottimo barman : con te la “bevuta” è sempre corposa 😉

  2. ah si mi ci vuole proprio un bicchiere… questo bar trova sempre un buon argomento per organizzare un “evento” da happy… a tema. mi siedo al bancone e… però il sottofondo musicale è dei Mogwai … ho trovato il mio piccolo posto paradisiaco ! 🙂 ciao barman per me un.. 🙂

  3. Questa sera ho stappato una “Lacrima di Morro” niente male, ma per i revenants e i Mogwai ci vorrebbe qualcosa che tiri su davvero: che ne dici di un “Taurasi” (?) Impegnativo ma corposo per il senso d’attesa e per la degustazione lenta dell’insieme 🙂 🙂

  4. Sarebbe bello se tornassero i miei nonni, andrei subito all’INPS a richiedere anni di arretrati!
    Ma se penso ai meandri della burocrazia nei quali dovrei inoltrarmi, altro che le nebbie del paranormale.

    • Nooooooooooooooo!!! Lo sapevo… come sempre. Pensa che io ho avuto paura proprio d’iniziare la seconda stagione per questo motivo… Vuol dire che mi fermerò qui e accetterò il finale della prima, così da rimanere affezionato a questo bellissimo debutto.
      Ciao.. a presto !

      • Guarda, voglio essere onestissimo: io sono quello che non ha, pur avendo tutti e sei i cofanetti di Lost, visto l’ultima puntata di tutta la serie per non sapere quel che già sapevo… il Purgatorio era per me inaccettabile (anche perchè l’avevo indicato come possibile finale nel gioco tra prima e seconda stagione che la casa di distribuzione propose). Capisco se non vuoi guardare la seconda.. ti ico però… magari per te è diverso… io condivido a pieno la tua analisi ed ho trovato la prima stagione vincente per i tuoi stessi motivi, quindi dubito tu possa trovare spunti diversi, ma, se vuoi… (tieni conto che per 4/5 la stagione 2 fila via che è un piacere… è il finale, il maledetto finale… che questa volta è davvero conclusivo)

  5. Allora mi hai incuriosito, ma vedi, il prblema, la grande capacità di essere all’altezza, è proprio quella di trovare un finale importante e originale, per non dire, sorprendente. Anche se a volte la voglia di continuare la serie prende il sopravvento.
    Stephen King per esempio, a mio avviso, era capace di costruire delle trame eccezzionali, ma non era all’altezza nel far finire le sue storie, se non in alcuni casi. Non è casuale che certi adattamenti cinematografici del suoi libri, hanno una conclusione migliore. Il problema è che il finale rappresenta metà della riuscita di un opera, e la bravura di uno scneggiatore la si vede soprattutto in wuesti frangenti. Ti saprò dire……..

  6. articolo eccezionale! nelle mie indagini sui vampiri, non mi ero spinta tanto indietro…addirittura S.Agostino! beh, non li chiamava vampiri, comunque….a me, come bevanda tiramisù, piace uno sprizt fatto bene:-)

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