PATTI SMITH concerto a Villa Arconati

Patti Smith concerto a Villa Arconati 2015

Quando rividi Patti Smith nel ’96 proprio qui nella splendida cornice di Villa Arconati, nel suo ritorno alle scene, mi ricordavo un concerto memorabile e non credevo – quasi a vent’anni di distanza e a quaranta dal suo esordio discografico proprio con Horses, il suo splendido album di debutto, riproposto in questo tour completamente per intero – di rivederla con questa veemenza, con questa poesia, con questa fragilità e forza nello stesso tempo, con questa emozione. Dire fantastica è dire poco, perché il concerto di sabato sera è stato veramente entusiasmante: quasi due ore in cui lirismo e rock’n’roll si sono fusi in una concentrazione dinamica e spiazzante, tanto non mi aspettavo una tale profusione di energia all’interno di tanta poesia.
Sono passati quarant’anni dicevo, ma lei è sempre la stessa,  anche se alla soglia dei settant’anni sembrava la ragazzina di allora, quando, cavalcando gli scenari newyorkesi, contribuì a dare una connotazione importante alla storia di questo tipo di musica, come se la compenetrazione delle note potesse convivere con il poema dato dalle parole della letteratura; e ascoltato dal vivo: “Horses”, dopo tutti questi anni, dimostra che è stato un disco monumentale e talmente bello da trascinare chiunque dalla gioia alle lacrime: un viaggio nel tempo, ma talmente attuale che sembrava scritto ieri, per non dire domani. La cornice di Villa Arconati poi (alle porte di Milano) è veramente un luogo che non si può dimenticare, talmente è preposto per i concerti dal vivo, e se anche il palco è stato spostato nella “cavalleria” e non nel “parco”, come quando la vidi anni fa, tutto era funzionale alla perfezione, per non dire migliore.

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Tutto ha interagito come una scenografia teatrale: il palco, le luci, l’ambiente, il cielo, il tramonto e il vento, che (oltre a tenere lontane le zanzare) ha iniziato a scompigliare i lunghi capelli bianchi della nostra protagonista, creando un effetto ancor più dinamico e trascendente con le movenze di tutta la band: Lenny Kaye e Jay Dee Daugherty del gruppo originario, con gli innesti di Tony Shahanan e il figlio di lei, Jackson, presente anche nel ’96, allora adolescente rampante che suonava “Smoke on the water” ed ora, uomo cresciuto, spalla importante con la sua chitarra.
L’inizio con Gloria serve solamente per scaldare l’aria già frizzante di suo, me è il proseguo che fa venire i brividi, perché le dilatazioni live di Redondo Beach, Birdland e Free Money, le quali nascono come dei recitati poetici per poi via via diventare delle veementi cavalcate sulfuree, trasformano la platea in una bolgia di persone letteralmente trasformate dalla potenza della musica. Ho visto gente, e scusate se mi ripeto, gioire e piangere nello stesso tempo, e la mia sottolineatura non vuole essere un eufemismo qualunque, tanto per strappare un po’ d’emozione con la mia recensione, ma lo dico perché è successo veramente, proprio perché la parole della Smith ti entravano dentro, e lasciavano il segno, sia quando erano espresse come una carezza, sia quando erano sbattuta in faccia come una doccia gelata.

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“Ed ora giriamo il disco, inizia il lato B…”  ribadisce lei simpaticamente, emozionata forse come allora, infatti, sbaglia l’entrata ma se la cava con una risata, perché riesce ad essere simpatica anche con i difetti di chi non si crede una rockstar. Inutile dirlo: Kimberly, Break It Up  e  l’euforico finale con Land: Horses/Land Of A Thousand Dances/La Mer(de)/Gloria, riescono a superare la tensione emotiva della prima parte con un’epica travolgente, in cui l’accavallarsi continuo dei pezzi diventa un sovrapporsi fantastico per tutta la platea. Elegie che originariamente chiudeva l’album ed era stata scritta appositamente per Jimi Hendrix, diventa ora un bellissimo commiato per tutti quelli che ci hanno lasciato: dai Ramones a Joe Strummer, da Jim Carroll ad Allen Ginsberg, da Robert Mapplethorpe a Lou Reed, quasi a ribadire che la Storia rimane incancellabile per tutti noi, perché se qualcosa di bello è ci è rimasto dentro come “patrimonio dell’umanità”, è giusto che sia così, per tutti quelli che verranno dopo, per tutti quelli che ricorderanno questo tempo. Elegie tra l’altro è un perfetto intermezzo per il prosieguo del concerto che da questo punto in avanti inizia a inanellare una vulcanica scaletta, tanto per portare a ebollizione quello che già era esploso prima.

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Dancing Barefoot, Privilege (Set Me Free) e Beneath The Southern Cross, si caricano del fuoco ormai acceso senza remissione e lo innalzano a bandiera di tutte le passioni, poi, mentre Patti si concede una pausa, il resto della band si scatena nella micidiale accoppiata Rock & roll / I’m Waiting for The Man (dal repertorio dei Velvet Underground). E’ proprio a questo punto che l’essenza del rock stesso raggiunge il suo apogeo, dimostrando tutta la potenza adrenalinica e tutta l’energia che un organismo vivente può esprimere e raggiungere, superandosi ogni volta che decide di cavalcare la dinamite del suo stesso corpo, regalandola come l’estensione dei nostri ritmi più viscerali ed esaltanti: uno sfogo necessario per la nostra vitalità e la nostra vita. La conclusione con le celeberrime Because The Night  e  People Have The Power, servono solamente per accontentare i nostalgici di canzoni di successo, perché se il potere fosse veramente nelle mani del popolo, allora il popolo farebbe veramente paura, come la Storia ha dimostrato più volte ma, si sa, le utopie sono state sempre contrastate e cancellate in ogni modo. Non importa, è il bis successivo che riporta questo live sui binari della potenza distruttrice, perché My Generation degli Who con il suo messaggio per niente subliminale e la sua deriva rumoristica, è proprio la sottolineatura e l’esaltazione di un periodo unico. Non era il caso di spaccare gli strumenti, infatti, passati gli anni della ribellione giovanile, era proprio importante concludere con un pezza-icona di quel periodo: l’inno di una generazione che ha inciso pagine indimenticabili nell’infinito mondo della musica, anzi, non solo nella musica. Qualcuno penserà che sono un vecchio fricchettone, o peggio ancora, un vecchio scorreggione, può darsi ma, non importa… siete voi che vi siete persi gli anni migliori della nostra vita, io, mi sono goduto un concerto indimenticabile ed ora mi è venuta sete, tanta sete… scusate ma, ho voglia di farmi una bevuta: tanti saluti… il Barman!

patti smith

a parte la prima foto scattata dalla nostra postazione
tutte le altre sono prese dal web

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25 thoughts on “PATTI SMITH concerto a Villa Arconati

  1. Beviamo insieme così ricominci a raccontare voglio sentire tutto l entusiasmo di nuovo.
    Quanta vita ha raccontato e ci ha fatto partecipi il Novecento.
    Sheraversadaberebarman 🍷🍷🍷

  2. io la vidi a bologna in un concerto pieno di cannabis che girava a gogò:)
    erano gli anni ’80,
    era al suo esordio
    per me era il mio primo grande concerto
    e poi bologna che avventura
    e che guerra con i miei che nonvolevano lasciarmi andare
    per me fu bellissimo tutto
    la adoravo:) ❤
    bellissime la foto di robert mapplethorpe per il suo album horses
    la foto con le colombe bianche un'icona…
    grazie per questo tuo reportage su Patti 🙂

  3. Rubo dall’ultimo Blow Up (l’argomento lì non era la Smith ma era la frase che cercavo – magari un po’ meno “free form” ):” Ci sono artisti che li capisci meglio quando di loro non sai nulla,”
    Alla salute.

    • sempre da Blow Up: “…è proprio l’istinto immediato, la perdurante bellezza dell’anima, tuffarti all’improvviso nell’acqua gelida ed emergere gridando di gioia, dopo aver scoperto quanto l’istante è più intenso dell’eternità! Come tutti gli attimi concentrati in un assolo di chitarra o in un verso che vibra fino alle suole delle scarpe… Sapere soltanto dopo quel preciso instante quanto importante sia la tua presenza per alzare la braccia al cielo…”
      Alla tua !

  4. Pingback: Il mio Alfabeto dei Film | La Mela sBacata

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