IL COSTO DELLA VITA di Angelo Ferracuti

Visto che per impegni in questo ultimo periodo ho postato poco, ribloggo un articolo che scrissi nel 2013 in occasione di un bel libro, il quale, analizzava una delle tante tragedie sul lavoro che sono avvenute in Italia. Perché vi chiederete voi? Semplicemente perché innanzitutto ricordare è proprio un ridare slancio alla memoria per evitare che tutto cada nel dimenticatoio, ma soprattutto, perché proprio in questi giorni dove è di scena il teatrino elettorale con le solite buffonate, è passata sotto silenzio l’ennesima sentenza della “vergogna”, quella relativa alla tragedia della ThyssenKrupp, dove nel 2007 morirono bruciati 7 operai che lavoravano nell’acciaieria di questa multinazionale. Ebbene, l’ennesimo sconto di pena per gli imputati sancito dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino, dopo un’ulteriore ripetizione del processo, ridotte dai nove anni iniziali ai quattro attuali, ha fatto gridare dai parenti delle vittime tutta la loro rabbia. Sono tra l’altro significative le parole della sorella di uno dei poveretti che hanno perso la vita, la quale, giustamente ha sottolineato come per Maurizio Corona, per quattro foto fatte a quattro puttane quattro puttanieri, gli sono stati affibbiati più di dieci anni, mentre invece per i responsabili di questi omicidi che sono tutt’ora a piede libero, finirà ora che arriveranno in Cassazione con la beffa della prescrizione.
Come al solito non ci sono parole…

Sourtoe Cocktail Club

il costo della vita

Sempre per rimanere in tema di “Lavoro”, un libro molto interessante uscito in questi ultimi mesi è IL COSTO DELLA VITA – Storia di una tragedia operaia di Angelo Ferracuti. Un documento narrativo a cavallo  fra il drammatico reportage e l’impietosa analisi di una tragedia del lavoro: una delle tante, potremmo aggiungere, purtroppo, che ogni anno accadono in Italia. I fatti si riferiscono al 13 marzo del 1987 quando nel porto di Ravenna, nei cantieri navali Mecnavi, morirono 13 uomini (tutti giovanissimi, tra i 19 e i 29 anni, solamente tre ne avevano di più: e per la precisione, 36, 40 e 60: l’unico in regola, che stava per andare in pensione e che si trovò li per caso, per una sostituzione dell’ultimo momento). Questi operai stavano pulendo le stive della Elisabetta Montanari, nave adibita al trasporto di gpl, mentre altri colleghi saldando delle lamiere provocarono con una scintilla un…

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16 thoughts on “IL COSTO DELLA VITA di Angelo Ferracuti

  1. Mi piace? no! Nn ci sono più parole. Di Corona nn me ne importa niente ma in una società così facilone dove i furbi vivono alla grande e le mignotte si chiamano elegantemente escort(s) che avrà fatto mai in confronto agli Eletti e alle loro malefatte a 360 gradi? Non ci hanno risparmiato niente.
    Sherabbracciaoooo

    • già… cosa risparmiare? Sempre in questi giorni leggevo di una sentenza americana dove si è dato l’ergastolo a un tipo che aveva creato un sito dove scambiarsi la droga liberamente (chiaramente illegalmente). Ebbene, avendo stabilito che tramite la sua “rete” erano morti diversi giovani, non gli hanno risparmiato niente… proprio niente! Mi verrebbe la curiosità di sapere cosa sarebbe successo in Italia. Per carità, io sono per il garantismo assoluto in senso di giustizia, ma perché quando a livello alto ci sono dei morti sul lavoro (vedi anche sentenza Eternit), si finisce con le solite schifezze?

  2. Purtroppo siamo destinati a vederne ancora molte altre, di morti sul lavoro. Il motivo è semplice: la domanda supera di molto l’offerta. Di conseguenza la persona è svalorizzata: non c’è, da parte del datore di lavoro, nessun interesse per garantire un livello di sicurezza degno di questo nome. Meno introiti, giustificati e nascosti dalla crisi, corrispondono a minori investimenti. Minori investimenti, corrispondono a una vita lavorativa a rischio.
    Un caro saluto.

    • tra l’altro proprio in questi periodi dove pur di lavorare si sta accettando di tutto, queste situazioni oltre ad accentuarsi, svalorizzeranno ancor di più la vita degli interessati. Poi come sempre è sempre una questione di coscienza: c’è chi considera intelligentemente queste problematiche e suoi risvolti drammatici, mentre altri al contrario non ci pensano nemmeno. E’ proprio notizia di oggi, di un operaio investito da una colata di ghisa fusa… ma io mi chiedo, è mai possibile non considerare la vita di un individuo? soprattutto quando una multinazionale e il suo apparato di avvocati ha le spalle protette dalle conseguenze. C’è qualcosa che non funziona, che non funziona da sempre, e ci rimettono ogni volta gli ultimi. E’ anche vero che spesso si pensa che a noi non capiterà mai, e non si prendono le dovute precauzioni, ma è proprio questo il punto: sia dall’alto che dal basso ci dev’essere un punto comune d’incontro, per creare una cultura della vita e capire che niente al mondo la può monetizzare. La nostra vita ha un valore immenso e niente la potrà ripagare…
      Un caro saluto anche a te!

  3. Ma guarda per quello che vedo io è proprio un argomento sul quale non si può generalizzare. Io stesso a volte mi sono fatto male e come per altri casi di cui ho conoscenza diretta sai come? Da coglione. Detto questo in questo paese funziona spesso così: in una ditta “normale” (intendo delle S.r.l. con quattro gatti) quando uno finisce al pronto soccorso arriva l’ASL e si mette a rompere il cazzo, qui non c’è il cartello, la carta igienica non è del colore giusto e tutte quelle minchiatine che gli operai stessi sono i primi ad ignorare perché hai voglia di essere ligio ma è come piazzare i semafori in mezzo al deserto. Poi c’è quella volta che sono stanco e penso a un post del barman invece che a mettermi i guanti e via che mi parte un unghia o un dente (e bada che va’ a culo, con la stessa dinamica ci lasci la pelle, ti certifico due casi) ma se osservassi sempre tutte le precauzioni tanto varrebbe sedermi e aspettare che i lavori si facciano da soli. Questo per parlare “dal basso”, per dire che non si può stare sotto vetro perché non sarebbe vivere. Dall’alto invece che cosa ti aspetti che creino? La cultura della vita? Ma credi veramente che possano arrivare a prendere in considerazione la vita o la morte di uno che lavora in fonderia? Ho visto mandare “i marocchini” a ravanare tra delle scorie vestiti così com’erano, niente maschere o tute, sembrava che stessero andando a rastrellare il fieno. “Ma cazzo gli mandate giù così?” La risposta dei colletti bianchi è stata una risatina da mezze seghe che voleva dire, più o meno: “tanto per quello che valgono è già grassa che diamo loro qualcosa da fare”. Che poi quel qualcosa fosse in realtà più utile del loro lavoro d’ufficio non lo capivano (comunque poi hanno provveduto). Scusa la lunghezza e il turpiloquio ma su questi temi non uso grandi filtri. Ciao.

    • il punto è proprio quello: “…c’è quella volta che sono stanco e ci lascio un’unghia, o addirittura la vita…” Sbagliato! tra un’unghia e la vita ce ne passa di storia. Perché un’unghia ricresce; la vita no, e allora in quei casi dove il rischio esiste veramente, ci devono essere le dovute precauzioni… Io ho dovuto litigare sempre con i cosiddetti “colletti bianchi” perché pretendevano sempre il maggior profitto in relazione con la media produttiva, senza curarsi se il dipendente escludeva le “protezioni” per intervenire “in corsa” senza fermare le macchine, e andare così più veloce. Per poi incazzarsi se quel dipendente si faceva male (e sapevano tutto, te lo posso garantire). La media produttiva ci deve essere, ma deve rispettare tutte le precauzioni per la salvaguardia dell’individuo, e va calcolata proprio in relazione alle eventuali pause di sicurezza. Poi ti capisco quando parli di un lavoro come potrebbe essere il tuo, o di quelli che, lavorando in proprio, devono velocizzare certe situazioni… ma a monte di un infortunio, ne valeva la pena, soprattutto quando è grave? Si fa in fretta a farsi male, ma non si ritorna più indietro.
      Quelle mezze seghe che mandano “gli ultimi” a fare i lavori peggiori con una risatina, dovrebbero provare cos’è veramente il lavoro di coloro che stanno in prima linea, altro che balle…
      Nessun problema per la lunghezza o per un turpiloquio: non esistono filtri di fronte a certi fatti…

  4. Articolo che da da pensare. Le morti sul lavoro ci saranno sempre. Come dici tu, tra un unghia e la vita, il peso è ben diverso.
    Già che passo di qua approfitto per lasciarti il link della mia categoria principale e ti invito a dare una letta a tempo perso a qualche mia storia. Ogni commento e recensione, cattiva o positiva è sempre ben accetta.
    https://afreeword.wordpress.com/category/5-words-for-one-story/
    Scrivo una storia a settimana partendo da 5 parole che uno sconosciuto mi da.
    Ti aspetto nel mio blog e intanto ti lascio il follow visto che sono sicuro troverò piacere a leggerti anche in futuro

  5. in Italia, direi in tutta Europa, si fa sempre una grande fatica a condannare gruppi industriali, i perché credo siano molteplici, la tragedia della Thyssen ha smosso le coscienze ma una volta raffreddati i forni ha resuscitato la logica protettiva. Sempre qui in Piemonte, l’eternit ha mandato al creatore mezza provincia e tanti altri ne manderà nei prossimi anni, sentenza: “prescrizione”, non solo, il miliardario Svizzero “padrone” oltre ad essersi rifiutato di pagare i risarcimenti, è stato nominato “benefattore dell’umanità” durante un convegno mondiale a Rio de Janeiro (pochi anni fa), lo ricordo perché scrissi un post in merito.

    nei grandi gruppi la catena delle responsabilità si interrompe più volte, le strutture piramidali sono protettive, la trafila giudiziaria è sempre la stessa, nel primo grado viene emessa una sentenza “emotiva” voluta dal popolo, nel secondo grado si dimezzano le condanne, in cassazione arriva l’assoluzione o la prescrizione. E’ un copione conosciuto.

    Nelle piccole realtà imprenditoriali i titolari pagano, rispondono in prima persona su tutti i fronti proprio perché non hanno spurghi di responsabilità

    • mi rendo perfettamente conto che nella “grandezza” di un gruppo, c’è anche una piramide molto lunga sulla corresponsione delle responsabilità, però questa è anche una scusa per lavarsene sempre le mani. Probabilmente il legislatore ha provveduto per questi motivi ad applicare una legge molto severa, non tanto sugli esiti giuridici della stessa, ma proprio per evitare che si arrivi ad una soluzione del genere, soprattutto in salvaguardia della vita umana e in senso più ampio “della dignità umana” e condizioni lavorative in genere, sfruttamento, ecc. ecc.
      Tu hai sottolineato molto bene la faccenda: sono sempre i piccoli a pagare di più e sarà sempre così, tanto se un paese da povero diventa ricco, ci sarà sempre un altro paese più povero di quello precedente da poter sfruttare…
      grazie del tuo bell’intervento !

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