MATANA ROBERTS – Coin Coin Chapter Three: River Run Thee

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Matana Roberts è una sassofonista di Chicago, improvvisatrice, compositrice, performer, legata a un sound concettualista d’avanguardia, ha collaborato e creato insieme ad altri “sperimentatori visionari” molti progetti multimediali utilizzando danza, poesia, arti visive e teatro, per costruire insieme alla musica dei veri e propri spettacoli radicali, spaziando dall’attualità all’introspezione storica, dalla denuncia sociale alla politica. La sua ricerca estetica è qualcosa che va oltre il concetto stesso di musica, perché le sue contaminazioni anche eccessive travalicano ogni prospettiva consueta, nonostante viviamo in un periodo dove si è sperimentato di tutto, però (e qui si può rilevare la sostanziale differenza), la ricerca di Matana non è una provocazione a perdere, strutturata solo per stupire; è qualcosa che va oltre, al di là, partendo dalle parti più nascoste del nostro io, in cui, rifiutando di vedere la nostra parte oscura, di fatto nascondiamo una parte essenziale di noi stessi.
In fondo, guardarsi allo specchio non è una frottola qualsiasi inventata per concepire una favola malvagia, ma è quello che dovremmo cercare ogni giorno per farci delle domande senza remissione. La Roberts invece non ha timore di giostrare in questi universi paralleli, come se la verità si nascondesse in ogni sub-strato, dando alle sue composizioni una partecipazione collettiva unica, quasi a coinvolgere nel suo magma sonoro tutto il possibile. Ogni livello è un mondo ossessionato dalla rincorsa verso quello successivo, perché se nella realtà non esiste il “lieto fine”, almeno, l’esecuzione di un’opera d’arte ci può rendere partecipi di un eventuale cambiamento.

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Coin Coin Chapter non è una semplice suite o un disco dove si può ascoltare della buona musica; Coin Coin Chapter è un’epopea generazionale, quasi antropologica; è un poema, dove convergono espressionismo lirico e figurazione simbolista, come se le grandi opere del passato si concentrassero per rielaborare una personale “odissea” o una nuova “commedia” che, perso il termine “divina”, si ribalta improvvisamente per riscrivere la storia degli ultimi trecento anni, e forse, metaforicamente, anche quella degli ultimi duemila. Ma andiamo per ordine: sostanzialmente River Run Thee è il terzo capitolo di una saga la quale dovrebbe contenerne dodici, e per capirla, dovremmo fare un passo indietro, altrimenti rischieremmo di precipitare in un gorgo inascoltabile rimanendo confusi, perché, di fatto, non è musica facile. Come ho già detto, è qualcosa che vuole andare al di là, qualcosa che ci vuole colpire, qualcosa che inevitabilmente segna un confine: o si rimane da una parte o dall’altra ma, attenzione, una volta superata quella linea, non si ritorna più. Un passo indietro dicevo, ebbene, il consiglio che vi do è proprio quello di partire dall’inizio, ascoltando il primo capitolo pubblicato nel 2011 intitolato Les Gens de Couleur Libres in cui, sostanzialmente, si vuole ripercorrere la storia afro-americana della schiavitù fino ai giorni nostri, attraverso la genealogia della famiglia di Matana. Un’antenata della sassofonista, infatti: Marie Thèrèse Coin Coin, di origini franco-creole, è stata un’eroina della lotta di liberazione del suo popolo nel 18° secolo, ed è proprio qui che parte la narrazione, è proprio da lei che inizia la performance.

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Coin Coin Chapter One: Les Gens de Couleur Libres è un concerto dal vivo registrato nel 2010 a Montreal con una band di 15 elementi, in cui la denominazione di musica jazz e dintorni è decisamente stretta. La nostra protagonista non si è mai lasciata ingabbiare all’interno di uno stilema unico; non è casuale che la frequentazione di altri gruppi famosi come i Tortoise o i Godspeed You! Black Emperor, più vicini ad un mondo post-rock, o lo stesso ambiente progressive della Costellation Record (la casa produttrice dove incide Matana), sono a tutti gli effetti degli esempi di come questa talentuosa sassofonista non può essere classificata dentro a un genere particolare. Ritornando all’album potremmo considerarlo l’incipit, o meglio ancora, il riassunto di tutta la storia che nei dischi successivi continuerà senza sosta, ma che in questo contesto aveva bisogno di visualizzare il dramma. È chiaro che la presenza di un’ orchestra amalgamata con le movenze free o noise dello strumento con cui la Roberts prende il sopravvento, da in questo caso la possibilità di variegare le immagini che si vogliono proporre all’ascoltatore, perché, se il fine è quello di aprire uno squarcio dentro la tragedia scritta con il sangue del popolo di colore, allora, mai come in questo live si è arrivati allo scopo. Il concerto è diviso in otto parti ma, di fatto, è una traccia unica, dove si alterna modernità e tradizione, classicità e sperimentazione: un delirio sonoro abrasivo, urticante e in alcuni casi dolcissimo, in cui la storia degli afro-americani viene riscritta con i brividi e con le lacrime. Tra l’altro, un intelligente excursus su altre tragedie del ‘900: dalla Shoah alla pulizia etnica dei Balcani, sintetizza la natura dell’uomo come esito di una ferocia che porta solo annebbiamento della ragione, cercando, nella risposta dell’espressività artistica, la soluzione intellettuale per farci pensare. Non è casuale che il nome “Matana”, in ebraico, significa “dono”.

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Coin Coin Chapter Two: Mississippi Moonchile, pubblicato nel 2013è il secondo capitolo, il quale, dopo aver assimilato la precedente tortura morale, cerca nella preghiera un attimo di raccoglimento: una tregua, a metà strada fra la ricerca della redenzione e l’esito purificatore della meditazione. Il risultato è una lunga elegia dove si riesce a far convivere il free-jazz con il bel-canto, e la presenza del tenore Jeremiah Abiah giustifica, con la sua splendida voce, quello che potrebbe essere ritenuto un azzardo, e che invece trasforma l’apologia del peccato in un’evocazione spiazzante della storia, mettendo in scena la religiosità con i rituali tribali insiti nel DNA della negritudine. Ne esce un cantato sublime, un’alternanza con gli altri strumenti, il quale, si radica sommessamente nei ricordi di un’origine e di uno sfogo già sfociato nell’incedere dei battimani basati sul ritmo dei blues, al punto che anche la voce diventa strumento, anche la parola si trasforma in suono. L’alchimia della struttura compositiva non ricerca emozioni disturbanti (come nel capitolo precedente), ma si concentra su un’evoluzione per niente frammentata, anzi, l’unità finale diventa un’epica della memoria senza insistere nella denuncia. Non ci sono più drammi da ricordare, non ci sono più ribellioni da portare in piazza: esiste la metamorfosi delle anime e le anime stesse che ritrovano la vita, tutto il resto è narrativa inglobata dalla musica, una musica che forse disorienta, che esce dai canoni di un normale ascoltatore edulcorato dalla banalità. Qui siamo da un’altra parte ma, come ho già detto, appena questa porta si chiuderà alle vostre spalle, come un’ipnosi, vorrete sapere come procederà questo viaggio.

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E il viaggio continua con il terzo capitolo pubblicato quest’anno: Coin Coin Chapter Three: River Run Thee. Però, non pensate di cavarvela facilmente, a questo punto vi troverete dentro a un limbo popolato da fantasmi, o se preferite, nella “zona morta” dove prevale il colore grigio e l’eco malato dell’espiazione. Che cosa chiedere allora? Che cosa rimane dopo le orazioni le quali cercavano lo spirito puro dell’uomo? Difficile rispondere quando si cammina sul filo impercettibile della confusione morale, disorientati, annichiliti, perduti. Gli spettri procedono lentamente in una processione verso il vuoto assoluto, mentre l’acqua del fiume traghetta ognuno di noi nell’inesprimibile dialogo dell’assenza. Tutto è astratto, traslucido, velato, mentre la voce recitante giunge all’orecchio dell’ascoltatore, come la rassegnazione del condannato verso le porte del purgatorio, come la vestale che predica e benedice coloro che s’inabisseranno. Non c’è musica, ma un lunghissimo drone di suoni; tutto è costruito intorno a una serie continua di registrazioni e campionamenti che Matana ha compiuto, girando per le strade d’America, riavvolgendo le storie per farle diventare dialogo, assemblandole in un collage dove le voci (tra cui anche quella del padre), le persone, i protagonisti (Malcom X per esempio), gli stati d’animo, si fondono all’interno di una corrente narrativa unica, disperata, rassegnata. Non c’è follia, ma un continuo loop che ripropone il senso della tragedia. I volti anonimi della gente o direttamente appartenuti alla vita intima della protagonista si fondono in un cupo racconto fatto di legami e di perdite, di sogni e di incubi ereditati dal caos: un caos forse personale ma, ricostruito per dare ordine a una sofferenza che ha cambiato volto, che si è anestetizzata, mummificata, quasi per sentirsi una suppellettile da museo ma, le porte si devono aprire, spalancare, per lasciare un messaggio a un’umanità diventata un automa elaborato dai suoi stessi difetti.

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Quelli che in termine tecnico si chiamano field-recording in questo caso vengono strutturati per completare l’espressività della sassofonista di Chicago denominata panoramic sound quilting in cui, le qualità performative si sovrappongono all’idea stessa di jazz, per elaborare un prodotto che lo supera completamente. È come se Nico incontrasse Coltrane; la voce di Diamanda Galas lo strumento di Albert Ayler, il canto rassegnato di un blues-man qualunque le ardite improvvisazioni di Ion Irabagon. In fondo, quando un prodotto di ricerca come questo si avvale di autentici professionisti, i quali, credono nel valore artistico e concettuale della proposta e la promuovo con entusiasmo, allora, esistono ancora persone serie vicine agli artisti autentici, produttori capaci di capire ancora cos’è il talento. Alla fine probabilmente ci mancherà l’aria, come se dopo una lunghissima apnea cerchiamo disperatamente di ritornare in superficie. Non si può rimanere troppo a lungo sott’acqua, soprattutto quando il mondo sommerso è privo di colori, quando la fauna e la flora non s’intravedono nemmeno. Allora bisogna riemergere: oltre all’aria, vogliamo anche il sole.

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Chiaramente aspettiamo come si evolverà il prosieguo dell’opera: un progetto sontuoso e caparbio al tempo stesso, dedicato agli antenati di Matana Roberts e in senso lato alla melanconia e la gioia di vivere degli afro-americani. Non è stato messo in atto un processo alla Storia, ma solamente un racconto in cui la musica e le parole diventano lettura di tante esistenze. E questa musica lascerà una traccia indelebile una volta superato il background culturale di questo nuovo millennio, dove, si vuol vendere di tutto. È troppo approssimativo definire queste partiture: jazz o altro ancora, perché la fruibilità di questa donna coraggiosa si deve sedimentare nel profondo, modellare come un fossile visibile attraverso le ere geologiche, apprezzare come la prova tangibile  di un passato sepolto sotto troppi sedimenti. Non è un prodotto commerciale, ma una testimonianza vitale, un resoconto che vive delle sue stesse pulsioni cariche di pathos e oscurità, di sguardi e negazioni, di slanci e sensazioni, di poesia… tanta poesia.

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Attenzione! Vietato ascoltarlo in auto o come sottofondo di una giornata qualunque, dovete adagiarvi, sdraiarvi in una bara e iniettarvi un sonno profondo nelle vene, calarvi nella “selva oscura” dei vostri pensieri più bui: soltanto così potrete capirlo, soltanto così sarete dentro la sua vera anima, soltanto in questo stato di trance vi riconoscerete. Tranquilli, al risveglio ritroverete il mondo si sempre, la vostra solita quotidianità, le vostre piccole cose, e in fondo, è giusto che sia così.

 Alla prossima ragazzi… Il Barman del Club

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P.S. – Non vi ho aggiunto dei link perché un ascolto approssimativo con la bassa frequenza del web, potrebbe essere fuorviante. Come ho già ripetuto questo dev’essere un ascolto totale, nel senso che dovete proprio immergervi nel vuoto e ogni tanto ritornare in superficie a respirare.

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13 thoughts on “MATANA ROBERTS – Coin Coin Chapter Three: River Run Thee

      • Bah, oggi sono già a pezzi, non ho neanche la dignità della preda, sono uno spezzatino nella vaschetta di polistirolo al supermercato. Davvero, non ho la forza di affrontare questa guerriera ma lo farò, quando avrò di nuovo un cuore e un fegato da farmi strappare. Per stasera vegeto. Ciao.

    • dipende sempre come lo si usa: se come uno strumento o come un’arma. E’ questa la sostanziale differenza fra la nostra eroina e altri esecutori. Per questo ho scritto di entrare con i piedi di piombo nel suo mondo, perché senza un adeguato addestramento, un principiante, potrebbe non capire la differenza fra una nota e uno sparo !
      Ciao Sabrina…

  1. Mi viene in mente soltanto un altro parallelo attuale (motivo di discussione ieri sera ) che vorrebbe arte e cultura come un viaggio punitivo nel dolore: La madre di Nanni Moretti e fai il pieno dopo di che davvero nn hai la forza di riemergere e questo personalmente non mi fa sentire bene a meno che poi nn si beva ma così tanto da dimenticare tutto ma allora cui prodest ?
    Sherapanecipollastreetfood&2risate

    • qui siamo lontani dalle abitudini: è ricerca dentro la sperimentazione, e bisogna ascoltarla sapendo a cosa si va incontro. il consiglio è quello che do nel post: partire dal primo disco di questa serie… se piace si può continuare, a meno che tu non riesca a vederla dal vivo…

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