THE BIG MANGO – Land Of Kush

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In attesa che il 2015 ci porga un nuovo capolavoro, mi sembra giusto parlare di alcuni album usciti in questi anni precedenti e che, avendoli comprati subito dopo, non ho inserito nei vari dischi migliori come appunto faccio ogni volta, alla fine dell’anno stesso, ma che, rappresentando la bellezza personificata, è giusto andarli a riprendere. 
Land Of Kush 
è la creatura di un musicista sui generis chiamato Osama (Sam) Shalabi, egiziano, originario de Il Cairo, il cui titolo di questo lavoro si riferisce: “The Big Mango” è infatti uno dei tanti soprannomi che hanno dato nel corso del tempo a questa città, ma nello stesso tempo vuole evocare una sorta di sensualità e di dolcezza legata alla musica mediterranea con l’unione socio-politica di fatti capitati proprio in quei luoghi durante la cosiddetta “primavera araba”. Non è casuale che il nostro protagonista, nonostante giri sempre per il mondo, abbia proprio un appartamento a un isolato da Piazza Tharir, dove si sono svolti i fatti principali degli ultimi cambiamenti, anche in maniera brutale e proprio per questo, l’indissolubile binomio fatto di amore e violenza sono alla base di tutte le composizioni. Inoltre, il nome della band, anzi dell’orchestra, perché conta di oltre venti elementi e una quarantina di strumenti diversi, divisi fra modernità e tradizione, è riferito a una regione particolare, situata nel nord dell’Africa tra il sud dell’Egitto moderno e il Sudan, dove si svilupparono le più importanti civiltà antiche, creando sulle sponde del Nilo, oltre a una cultura millenaria, dei centri nevralgici del tempo come Kerma, Napate e Meroe. Se a questo aggiungiamo anche il fatto che la parola “kush”, sostanzialmente è l’appellativo di un sottoinsieme dei ceppi della Cannabis originari della catena montuosa dell’Hindu Kush, tra il Pakistan occidentale e l’India, e che i suoni di questo ensemble vanno sempre alla ricerca di melodie particolari, contaminando il tutto, alla fine, il gioco è fatto.

La contaminazione è sostanzialmente la struttura di tutto il progetto, o se vogliamo, dell’idea, dove si concentrano tradizione e avanguardia, classica e sperimentazioni jazz, etnica e divagazioni rock. Tra l’altro, la miscellanea incorporata in queste tracce assume un senso di compattezza straordinaria, diventando a suo modo uno stile caratteristico particolare, senza troppe intromissioni a una eventuale difficoltà nell’ascolto, anzi, ogni traccia si gusta pienamente trascinati da un sound unico nel suo genere, perché la ricerca della melodie viene sempre incontro all’eventuale fruitore con una bellissima facilità, nonostante i molteplici mosaici multicolori derivati da una caleidoscopica visione d’insieme.
Come sempre, i soliti puristi hanno bollato questo stile etichettandolo banalmente, ritenuto a loro modo di dire troppo rock per essere jazz, o troppo jazz per essere rock, e ancora, troppo sperimentale per essere etnico, o troppo etnico per essere sperimentale. I soliti giochi di parole che si contraddicono a vicenda, perché in questi solchi c’è tutto un mondo che vuole far sentire il suo pulsante incedere come un abbraccio universale; è come se i Dead Can Dance  avessero deciso di introdursi dentro a territori jazzistici improvvisando e conversando con tutti gli strumenti possibili una suite degna della loro ricerca. Inoltre, se consideriamo il fatto che la produzione è della Costellation, etichetta canadese dedita alla scoperta di suoni “altri” e diversi dalla consuetudine di massa, si tirano le somme di un esperimento affascinante e trainante al tempo stesso.

land of kush-the big mangoLand Of Kush

San Shalabi riesce a coniugare in musica la sua definizione de Il Cairo e della città in senso lato, come una follia surreale, inscenando un passaggio fra i diversi mondi paralleli in cui spostarsi a piacimento, come se la sua metropoli d’origine riuscisse a fondersi con le altre città in cui ha vissuto: Bombay, Dakar, Montreal. Senza distinzioni di sorta, anzi, la moltitudine degli abitanti che le popolano si ritroveranno in una comunione lisergica, stretti per mano. Se poi a tutto questo aggiungiamo le tensioni, le attese e le conseguenze di movimenti e tumulti popolari, vissuti anche in prima persona, riuscendo a trasformarli metaforicamente con le figure femminili della sua vita e della nostra vita in genere, riusciamo a capire tutte le vibrazioni di un artista in continuo movimento, come nell’attesa sensuale dell’amore con tutte le sue conseguenze sismiche relative alla sessualità e all’erotismo, contribuendo, sempre in parallelo, a dare voce alle problematiche della situazione femminile in certe culture. Anche l’utilizzo di varie vocalist di origine diversa è un segno tangibile delle sue idee, del suo desiderio sempre in evoluzione, delle speranze, delle delusioni e delle continue alternanze che ogni volta ripropongono eccitazione e ripensamento, gioia e paura, pathos e orrore, emozione e poesia.

land of kush 3Tutto l’album è carico di un’energia contagiosa, come se la “follia surreale” appena citata, diventasse un’entità pensante che circonda tutto ciò che ci appartiene, per coinvolgere ogni nostro movimento, non è casuale che la lentezza della traccia d’apertura diventa, via via, un’esplosione di potenza e di vitalità degne dell’origine del nostro tempo e di tutto il tempo, come un fenomeno che non si può fermare. Bisogna soltanto lottare, riuscire ad appartenere ad esso con la tenacia e l’illusione di un rivoluzionario; ed ecco che la musica diventa un veicolo necessario per far parte della Storia dove si può dire tutto e far coesistere tutto: strumenti, voci, stili, ritmi, suoni, echi, vibrazioni, anime, luci e ancora poesia… tanta poesia e altro ancora. Anche questa è ribellione… anche questo è amore… anche questa è musica.

SamShalabi2Sam Shalabi 

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18 thoughts on “THE BIG MANGO – Land Of Kush

  1. “Con la tenacia e l illusione di un rivoluzionario” che noi fortissimi occidentali siamo andati via perdendo.
    Il dentista mi ha anestetizitta e tu mi hai, accidenti atte, messa va fregola di saperne di piu
    Sheradopo ☺

  2. Be’….caro antonio, ancora una volta hai superato le mie aspettative! Come ho già detto, la contaminazione, la meltin’ music, come mi piace definirla (semmai si cercasse una definizione) è quello che mi piace ascoltare più di qualsiasi altro genere più specifico o definito. In modo particolare quando, come diceva Tenco, ‘sto in pensiero perché non mi vedo tornare’ 🙂
    Tu ce l’hai presentata con grande passione e cura dei particolari.
    Questo è uno dei pochi modi in cui mi piace lottare.
    sempre grazie

  3. Sentito così non mi sembra male, anzi. Psichedelico e prog direi (saranno le casse del computer, ma quanto mi è sembrato velvettiano/garage quello “sbrang” chitarristico della prima parte). Etnico e sperimentale? In cosa? (chiedo in buona fede)

      • Psichedelico? Boh, sai Pink Floyd – Interstellar Overdrive [HQ], ma messa lì proprio per capirsi, se mi lasci il tempo ti trovo il brano che non riesco a mettere a fuoco, per il “prog” mi riferivo a quello bello, buono e intelligente di gente tipo i Gong. Magari hai pensato a Yes o Genesis e hai creduto stessi insultando. Ciao.

  4. No… non ho creduto che stessi insultando (!); però ascoltandolo tutto si ha proprio la percezione che il jazz di fonda con ricerca etnica (anche perché è nel sangue del suo creatore). Certo, lo facevano anche il Gong, però le loro divagazioni sono fortemente influenzate dal rock e i suoi dintorni, mentre qui siamo da tutt’altra parte, o perlomeno, bisognerebbe discutere quando una melodia è rock o meno. Comunque è molto buono e ritengo che sia un artista da tenere d’occhio…
    Inoltre, visto che a livello freudiano, hai citato Yes e Genesis, per oggi ti offro un Bellini !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Devo continuare con i punti esclamativi ?

  5. No, per carità. Però converrai che se è da discutere quando una melodia è rock (più che altro quale rock) è anche vero che “etnico” e “sperimentale” sono definizioni che si usano senza riflettere sul loro significato -e tu non le hai usate, ho visto, hai solo riportato “giochi di parole”, “ciance” direi io e almeno qui siamo dello stesso parere. Ma esistono ancora puristi che contrappongono jazz e rock? Nel 2015?

    • si… e anche più di prima. Tra l’altro, proprio su questo punto mi ricordo una bella recensione di Eddy Cilìa, il quale parlando un concerto di Pat Metheny esprimeva le impressioni sulla musica, a suo modo di dire, troppo tranquilla per le sue esigenze di quel momento, nonostante la bravura dell’artista in questione, che però poi, ad un certo punto, si scatenò con brano forsennato, facendo vedere come poteva trasformarsi anche in chiave meno jazz ma più noise o rock se vogliamo. Ebbene, l’inciso del recensore fu quello di percepire lo sbigottimento di un pubblico abituato ai soliti giri armonici, per quanto professionali, ma sempre legati a un genere che se esce dalle rime, non viene capito, almeno per quel tipo di fruitori dal palato fine con giacca e cravatta (questa volta senza punti esclamativi).

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