GLI ULTIMI BOTTI: “Big Ups” – “Parquet Courts” – “Earth” – “Rival Sons” – “Hookworms”

Se l’atmosfera delle feste vi da così fastidio, allora potete sfogarvi con uno di questi dischi, usciti quest’anno: hard-core; punk; stoner; hard-rock e psych-shogaze, tanto per rimanere in ebollizione il tempo necessario prima di stappare il classico spumante di fine anno. Come ultimi botti vanno proprio bene…

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BIG  UPS
“Eighteen Hours Of Static”

L’album d’esordio di questa band newyorkese è sostanzialmente una bomba lanciata all’interno di un locale dove vigeva il silenzio assoluto, perché usare la metafora del fulmine a ciel sereno è troppo banale. Il furore che trasmette è di un abrasivo devastante, urticante, lacerato, urlato, in cui parlare di hardcore o post-hardcore è a mio avviso riduttivo. In questi solchi c’è tutto un mondo che riflette il disagio e la rabbia dei giorni nostri; e non importa se il veicolo usa il medesimo verbo che usavano i giovani di venticinque anni fa, perché a giudicare il seguito che questi ragazzi hanno raggiunto in rete, vuol dire che tutti hanno bisogno di sentir ancora esprimere qualcosa che si avvicina alla loro ribellione, come se il cantato del frontman Joe Galarraca, sempre a metà fra un parlato rap e un gridato in modalità scream, rifletta, dentro a una versificazione mai scontata, l’espressione di un movimento underground sempre bisognoso di non abbandonare i suoi proclami. Undici tracce: ventisette minuti tirati allo spasimo, dove il suono insegue il suono stesso e poi si scontra in un crash-test in cui esplode il delirio e la catarsi di un lirismo fuori dagli schemi abituali. Tutto viaggia per esprimere quello che vorrebbero sentire le bande dei disperati  nati nel nuovo millennio e cha hanno già capito come andrà a finire. Ascoltare per credere…

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PARQUET  COURTS
“Sunbathing Animal”

È sempre difficile etichettare un suono quando è cavallo fra l’indie e il punk, perché definirlo indie-punk non so se è il termine giusto visto che il post-punk è finito da un bel pezzo. Però nei sobborghi di Brooklyn questa band capitanata dal brillante Andy Savage ha ormai raggiunto un seguito veramente sorprendente. Probabilmente gli echi di un periodo non troppo lontano (?) sono difficili da dimenticare e sono in tanti quelli che li vorrebbero resuscitare anche solo come un affascinante viaggio nel tempo. Ma evidentemente Ton Verlaine e Patti Smith sono difficili da lasciare nel cassetto, non è casuale infatti che questi ultimi nomi sono inclusi in una performance che i Parquet Courts hanno realizzato con una serie di cover dedicate ai loro idoli, anche se i paragone che immediato arriva sulla bocca è quello con i Pavement, soprattutto per il lavoro di tagli-e-cuci fatto con le loro canzoni (e l’immagine della copertina lo testimonia fedelmente). A dire il vero questo secondo lavoro ha lasciato la gola secca dopo il loro brillante esordio: “Light Up Gold”, nella speranza che spiccassero veramente il volo, ma evidentemente non è facile ripetersi o rielaborare non dico qualcosa di nuovo, ma qualcosa di fresco in questo panorama più confuso che affollato. Rimane comunque l’immediatezza e quel pizzico di sperimentazione dentro a un gruppo di canzoni e di suoni fatti con schitarrate sghembe, ritmi indiavolati, divagazioni noise e ritorni senza troppi fronzoli. Tra l’altro, proprio in questi giorni, è uscito Content Nausea, altro album quasi a ribadire la loro brillante voglia di dire quello che sentono, non tanto per doppiarsi nel giro di un anno, ma per esprimere un semplice desiderio: quello di suonare solo per il gusto di farlo. Da tenere d’occhio !

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EARTH
“Primitive And Deadly”

Questo ultimo lavoro di Dylan Carlson e soci lo si potrebbe annoverare senza ombra di dubbio come uno dei più begli album dell’anno, in cui lo stoner-folk del gruppo si è rigenerato dentro a un rock crepuscolare, tanto avvincente quando fascinoso, notturno, oscuro e viscerale. Tra l’altro l’intelligenza del loro leader è stata quella di contattare Mark Lanegan con la sua voce baritonale intrisa di sigarette e whiskey, alternandola con il femminile incedere del cantato di Rabia Shaheen Qazi dei Rose Windowsriuscendo così a variegare al loro marchio di fabbrica, un blues desertico quando spettrale, alla lenta psichedelia in cui un cantautorato anni ’70 si riflette magistralmente. Inoltre gli echi che portano inevitabilmente al Neil Young più disperato e elettrico, faranno sicuramente la gioia degli amanti del genere. La pesantezza delle chitarre e l’incedere di un drone visionario intriso di polvere e ossessioni dove si accavallano riff senza fine, faranno poi il resto, insieme alle sue fughe strumentali. Tutto l’album trasmette sensazioni cupe che nello stesso tempo aprono vasti orizzonti verso paesaggi sconosciuti, come se all’improvviso ci fossimo teletrasportati sul territorio di un mondo alieno, dove però non esiste la paura, ma la consapevolezza che i colori alterati di questo nuovo universo, siano sempre stati nascosti dentro di noi. Ed è proprio da noi stessi che bisogna ricominciare…

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RIVAL SONS
“Great 
Western Walkyrie”

I Rival Sons rappresentano una delle più belle sorprese di questi ultimi anni in tema di hard-rock, soprattutto perché sono riusciti a rielaborare una forma musicale ferma ormai agli stilemi dei grossi dinosauri e mai rinnovata. Loro invece hanno avuto la capacità di trasportare blues e soul con delle innovazioni nuove, dove la freschezza della canzoni (perché le hanno le canzoni… le hanno!) si amalgamava con un trasporto notevole nelle varie trasformazioni dei loro riff. Chiaramente non è facile riproporsi ogni volta con la bellezza della spontaneità, ecco, che così facendo, questo loro ultimo lavoro è al di sotto delle aspettative, perché è a tutti gli effetti un ibrido fra i Led Zeppelin e i Black Keys. Probabilmente, il produttore di turno, visto il successo degli ultimi citati, li ha convinti ad emulare un suono che li farà sicuramente emergere nel variegato panorama attuale, ma che nella cerchia degli appassionati di culto, farà sicuramente storcere il naso. Rimane l’esaltazione di un suono che non muore mai, la capacità fuori dal comune di piacere e piacersi, di distinguersi dalla massa di altre band come una stella brillante senza diventare meteora, perché la certezza esiste già. Sempre godevoli…

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HOOKWORMS
“The Hum”

Parlare di estetica psych dentro a queste ossessioni sonore non è certo facile, se poi dentro a queste cavalcate decisamente brit, si consumano o meglio ancora ci sentiamo inseguiti da qualcuno che ci vuole addentare, allora, tutto quello che la musica dub o hause (che dir si voglia) o anche il genere shoegaze voleva trasmettere, qua dentro ritorna e ritrova la via per decantare un rock atipico, ritmato all’inverosimile, quasi che la mistica del loro primo lavoro (bellissimo tra l’altro) riemergesse dal calderone dove aspettava solamente il giusto grado di ebollizione. Gli Hookworms ritornano solo dopo un anno a riproporci il loro muro di suono, ci riversano senza troppi giri di parole quello volevano intendere dando voce ai loro strumenti e se ne fregano se possono dare fastidio o piacere. La loro pazzia è quella di trasformare il rumore dentro a un gusto pop senza troppi compromessi, riescono a farci dimenticare il significato del loro nome quasi fosse un sorriso, perché in fondo, sempre di parassiti intestinali si parla, e di conseguenza, se le parti corporali hanno il loro degno e giusto ciclo alla base della vita, cosa dovremmo pensare? Andranno eliminati o combattuti per non compromettere la nostra salute? Nient’affatto! Loro sono più vivi di prima e dovremmo decidere noi  se, sopportarli o trascurarli… Tranquilli, con la giusta preparazione, si possono solamente gustare. Una conferma…

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14 thoughts on “GLI ULTIMI BOTTI: “Big Ups” – “Parquet Courts” – “Earth” – “Rival Sons” – “Hookworms”

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