LULLABY AND… THE CEASELESS ROAR – Robert Plant & The Sensational Space Shifters

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Chiamarsi Robert Plant è come richiamare alle spalle un passato gigantesco: voltarsi guardando contemporaneamente il cielo per vedere se i famosi dirigibili possano ancora fare ombra su di noi. Ma la carriera solista di questo bravissimo professionista si è differenziata notevolmente da quella di Jimmy Page, ormai schiavo del nome altisonante che grava su di lui e impossibilitato ad uscire dal marchio di fabbrica che l’ha contraddistinto, per quanto legato alla storia della musica. Plant invece è da anni che è riuscito ad intraprendere un percorso qualitativo di notevole interesse, riuscendo a esplorare territori nuovi mantenendo sempre intatta la sua esperienza, facendo convergere stile e ricerca musicale, rock e divagazioni etniche, tradizione e modernità, intorno alla sua splendida voce. Tra l’altro nulla è banale, nulla è scontato, niente è lasciato al caso: tutto il suo lavoro si concentra intorno ad una insaziabile voglia di stupire, riuscendo sempre ad evolversi intorno a melodie bellissime, come se la ricercatezza degli arrangiamenti fosse soltanto l’ideale vestito per impreziosire le canzoni.
“Gli artisti sono come degli squali, devono continuare a muoversi o sono destinati a morire”; così scrivono di lui in America. Badate bene, questa bellissima affermazione sintetizza perfettamente  l’anima di un musicista o di un artista in genere, soprattutto quelli come lui che riescono ad invecchiare ringiovanendo ogni volta, come se la vita fosse un’eternità senza troppe presunzioni, o meglio ancora l’ennesima realtà da riplasmare ogni volta, e ogni volta creare una forma nuova: dal fango sono nati l’uomo e la donna… ricordate!? E da allora non ci siamo più fermati, come questo ragazzo di West Bromwich che dalle Midlands continua ad abbracciare il mondo, e a cantarlo.

Coadiuvato da un gruppo di musicisti straordinari registrati sotto il nome di Sensational Space Shifters: Justin Adams degli Strange Sensation (chitarrista rockabilly ed estremo appassionato del blues africano), Juldeh Camara (gambiano, virtuoso del violiono a una corda chiamato “ritti”), John Baggott (specialista di loop elettronici, vedi voce Portishead Bristol Sound), Liam “Skin” Tyson (ex Cast) alla chitarra e al banjo, Dave Smith e Billy Fuller alla sezione ritmica; intraprendono un viaggio che dall’Irlanda e alle coste scozzesi passando per il Galles, si inoltra fino al Mali assorbendo tutti i suoni e i ritmi che incontrano per strada, come se l’interscambio linguistico che dal gaelico al dialetto africano, fosse l’embrione principale per dare all’inglese la forza di coagulare folk celtico e blues atipico, ritmi ipnotici e armonie maliziose. La struttura del disco è molto unitaria e stupisce come sono riusciti a dare corpo e modernità all’insieme, mantenendo intatte le origini di ogni impressione. Il lavoro di produzione è perfetto, ma non è una perfezione esagerata: è coesa con l’insieme, adattata alle esigenze di ogni traccia, pulita quanto basta per piacere e studiata per essere esperimento senza far capire di esserlo. Non è casuale che la registrazione avvenuta in parte nei Real World Studios di Peter Gabriel, dimostra che l’ossatura voleva proprio essere alternativa, se qui per alternativa si intende quella voglia di confezionare un prodotto non tanto atipico, ma di interagire con i vari echi provenienti da culture diverse, in modo da piacere proprio per il gusto estetico della fusione e della ricercatezza. Infatti il risultato è un toccasana per le orecchie, un insieme di canzoni che piacciono all’infinito e si ascoltano in qualsiasi momento della giornata. E’ talmente bello che perdoniamo anche qualche piccolo plagio qua e là (fatto in maniera molto intelligente, dobbiamo dire), anche se ormai è difficile non essere richiamati da armonie già sentite in questo  turbinare di suoni che ci circonda. La bravura è renderle nostre così come è sempre successo: interagire per sovrapporre qualcosa di nuovo; aggiungere bellezza alla bellezza.

E allora godiamoci tutto il mondo di questo giovane-vecchietto, il suo essere hippy dentro  per unire un gusto tipicamente pop, a un sogno mai tramontato di credere nell’amore così come dovrebbe essere; non è casuale che il pezzo d’apertura, un interessante traditional riarrangiato in maniera splendida, si completa con la traccia finale cantata in lingua Fulani da Camara: voci che si fondono con quella di Plant per unirsi a loro volta con gli strumenti in una sorta di comunione. Fratelli mai divisi che il miracolo delle note riesce a configurare eliminando ogni tipo di confine, superando così il boato dei cannoni…
Dite che sono banale? Non lo so, oggi mi piaccio così e sono felice solo per il gusto di esserlo. I dirigibili sono caduti ormai da tempo, ora, è tempo di costruire astronavi nuove!
Alla prossima… il bar è sempre aperto!

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11 thoughts on “LULLABY AND… THE CEASELESS ROAR – Robert Plant & The Sensational Space Shifters

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