REFRACTORY OBDURATE – Wovenhand

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Da una frontiera a un’altra frontiera, da un’America a un’altra America, da un sound a un altro sound: feroce, cattivo, inarrestabile… indistinguibile. Non mi stancherò mai di ripeterlo, ma quando nel 2000 ascoltai il terzo album dei 16 Horsepower“Secret South”, fu come una frustata fulminea che mi segnò il cuore nell’allora fiacco mondo della musica, e da allora, i ritmi di David Eugene Edwards mi sono rimasti dentro come una malattia da cui non si può guarire, anche se da quella data in un certo senso, mitica, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. Finita l’avventura con i 16 Horsepower, e intrapreso il progetto Wovenhand  (ormai siamo arrivati alla settima fatica; decima, se consideriamo anche dei progetti paralleli), il predicatore pazzo del Colorado continua imperterrito a lanciare i suoi epiteti, senza avere il sentore di stancarsi, anzi, da tre album a questa parte, ha ripreso il vecchio vigore ritornando sulla scena alla grande, giganteggiando forse meglio di allora.

Questo suo ultimo album: Refractory Obdurate è un insieme di potenza espressiva e dinamismo ritmico basato sull’ormai inossidabile marchio di fabbrica, dove si riesce a far convivere folk e rock, alternative-country e post-punk, echi morriconiani e danze tribali. Non è casuale infatti, che le origini dei genitori di David sono la sua influenza maggiore: figlio di una madre indiana, o nativa americana se preferite, e di un pastore protestante, tutto il suo mondo interiore è variegato dalle discendenze familiari e come tali, diventano il riferimento da cui partire per inscenare una sua personale rilettura della Bibbia.  Fondamentalmente, nelle “mani giunte” del nome si concentra tutta la “missione” di questo sciamano invasato, il quale trascina il suo cristianesimo pagano oltre le visioni del libro dell’Apocalisse. Ho utilizzato apposta un ossimoro perché un credente come lui che si scaglia contro tutte le religioni monoteiste sottolineandone i difetti, ma cerca di recuperare tutti i loro valori primordiali, rientra nelle configurazioni di quelle figure profetiche incline da una parte, alla rielaborazione dei testi sacri come risarcimento di tutti gli errori commessi dall’umanità, e da un’altra parte, alla farneticazione legata in senso stretto ad una dialettica del paradosso, o se vogliamo, del legame ancestrale fra la natura e lo spirito intesa come un’anima più grande che ci accomuna, derivata appunto dalla cultura dei nativi americani. E’ ovvio che il paradosso citato è la certezza di poter convergere tutte le tematiche verso un creatore unico in cui ogni forma vivente si trasfigura, come se animismo, paganesimo e cristianesimo, potessero convivere insieme per essere i portatori della salvezza universale. Non è casuale che il titolo “Refractory Obdurate”, trasmette proprio questi concetti legati all’ostinazione di riproporli continuamente,  soprattutto quando il suo essere refrattario a qualsiasi altra influenza che non sia il suo credo, condiziona completamente ogni suo attimo di vita, e in senso trasversale la sua musica: mezzo e strumento moderno per amplificarne il “verbo”.

david eugene edwardsDavid Eugene Edwards

Tutto questo discorso però non ci deve portare fuori strada, la sua fede è lontana dagli stereotipi che, dalla messa beat in poi, ha fatto perdere in mano la chitarra a frati, chierici e ultimamente anche suore, prestando la voce ai soliti luoghi comuni. Qui viaggiamo da tutt’altra parte, perché gli yankee fortunatamente non sono infarciti della retorica europea. Sostanzialmente, l’America del nord, è sempre stata terra di compromessi e di abomini, di sogni e di stermini, di illusioni e di conquiste, in cui, dolore, vastità, violenza, furore e poesia, si sono alternate in egual misura, e il mito della frontiera resiste imperterrito come abberrante paragone con le ultime (e se vogliamo continue) crisi dell’uomo; e una terra dai contrasti forti potevo solo generare una musica dai contrasti ancora più evidenti. Una terra formata da genti proveniente da mille altre terre, poteva solo frammentare il suo pensiero, sempre in antitesi con le azioni derivate, e la sua musica era la sintesi di tutti questi pensieri, era, ed è l’esplosione di tutte le idee. Evidentemente David Eugene ha fatto di tutte queste idee una ricchezza dove attingere, anche se per ricchezza si vuole intendere solo il pretesto (per lui legittimo) per aprire una discussione sui meriti e sulle colpe e sulle conseguenze delle azioni dell’uomo, e sui suoi rapporti con la sua spiritualità, sempre dispersa dalle azioni di cui sopra.

La musica dicevamo… Sicuramente per i Wovenhand è un mezzo eccezionale per farsi sentire, perché tutto il disco è permeato da un’atmosfera ritmica in cui il processo tribale la fa da padrone: non è casuale che le processioni della mente portano proprio ai riti sciamanici in cui le popolazioni indigene invocavano, prima con le cerimonie e poi con le litanie del canto, un avvento soprannaturale, come se il dinamismo fervente fosse prima da ipnosi collettiva e poi, conseguenza allucinata di un esorcismo di massa. E tutto segue questa linea: preghiere infuocate, salmi debordanti fra l’ascetico e il misticismo, recitati declamati da ondate elettriche, parole incendiarie lanciate per convincere che il mondo si può ancora salvare. Non è casuale che l’utilizzo filtrato della voce come controcanto alla voce autentica, somiglia proprio al predicatore con il megafono in mano come metafora di colui che si vuole porre al di sopra degli altri, non come potenza, ma come oggetto da essere prima ascoltato e poi letto. Ma questi riff impostati sulla loro veemenza, sulla sovrapposizione torrida dei contrappunti, su un’incessante scansione dei ritmi pari, diventa all’istante un veicolo talmente febbrile da lasciare affascinati gli ascoltatori, come se il modo di porsi del protagonista fosse veramente una visione trascinante. Attenzione però, non c’è niente di istintivo: tutto è costruito come se l’impostazione teatrale del contesto, fosse veramente un messale da mettere in scena, o meglio ancora, una forma eucaristica in cui trasfigurarsi.
Eppure alla fine rimane solo il rock’n’roll e la sua potenza distruttrice, la voce ascoltata si perde come un’eco solitaria nell’oscurità del deserto, le parabole gettate addosso somigliano piuttosto a fantasmi perduti che a bombe incendiarie: non è casuale che di questo fuoco scotta solamente il muro dei suoni innalzato come inquietante certezza. Ed è proprio la musica a diventare profezia: la ballata e il punk fusi talmente insieme da essere la vera comunione dell’insieme, come se tutta un’epica si costruisse intorno allo sciabordio delle note. E sono proprio le note ad emergere, a rimanere dentro, a ubriacarti, ad avvolgerti in uno spazio quasi cinematografico: sintesi bellissima di ogni percezione.

Tranquilli… non dovete correre a confessarvi, tenetevi pure i vostri peccati, perché alla fine non si riesce a scindere la realtà dalla finzione scenica, non appare nessuna visione apocalittica, ma soltanto la soddisfazione di ascoltare delle canzoni e come tali vanno gustate per l’impatto emotivo che provocano: senza paure, senza disperazioni, senza nessun terrore dell’al di là o dell’al di qua o di immani catastrofi da subire da un giudice estremo; perché siamo sempre noi i giudici del nostro presente, le cause e gli effetti del nostro futuro, e solo noi, possiamo decidere le scelte per diventare uomini liberi o perennemente schiavi delle nostre brutture… “…questa oscurità non mi vuole / si rifiuta di tenermi…”  e se il buio non ci vuole, allora, che luce sia !!!

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11 thoughts on “REFRACTORY OBDURATE – Wovenhand

  1. Naturalmente io sarei una capra (prima ancora che le scoprisse Vittorio Sgarbi) ma per fortuna in questo caso mi viene in aiuto il mio fratello musicista che ne parla nei tuoi stessi termini e che suona e canta magistralmente Black Soul Choir 😉

    sheracmqcapramacculturatadirimbalzo

    ps come va con l’acqua? per un barman dev’essere due volte più faticoso.

    • allora è un grande (vedo che buon sangue non mente!)
      L’acqua ? ( Più che faticoso sembra una presa in giro) L’acqua è un disastro e sabato è stato il suo momento clou: un giorno intero ininterrottamente; il lago fuori dappertutto e disastri a destra e a manca. Domenica invece con un po’ di sole… Oggi vediamo…

  2. Pingback: I MIGLIORI DISCHI DEL 2014 per il Sourtoe Cocktail Club | Sourtoe Cocktail Club

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