SHELLAC – Dude Incredible

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Trentadue minuti e quarantatré secondi. Basta poco per sottolineare la propria idea di musica: rock o punk che sia, o tutte e due le cose insieme, non importa, e non importa nemmeno se l’espressività degli Shellac è stata chiamata “estetica del nervosismo” “riduzionismo hardcore”. Sostanzialmente, non ce ne frega un cazzo delle parole! Basta ascoltarli e basta… tutto qui. Genesi di una sintesi estrema; bellezza al vetriolo; poesia ritmica devastata, ordinata, scomposta e ricomposta come se un quadro di Mondrian si facesse ascoltare mentre lentamente si scioglie e si cancella, e su ciò che rimane della tela invece che riprendere il pennello, usare una lama per disegnare la rabbia: dura, sincopata, abrasiva… ecco, tutto qui. Trentadue minuti e quarantatré secondi. Basta poco per sottolineare la propria idea di arte.
Chiaramente dietro a questo gruppo esiste tutto un mondo che si muove e si dilata, non è casuale che uno dei tre membri si chiami Steve Albini: musicista, talent-scout e soprattutto famoso produttore che ha sempre fatto dell’underground la priorità delle sue scelte, che ha sempre cercato nel duro lavoro la riuscita di un prodotto. Lontano dall’apparire e sempre devoto al fare, capacissimo di operare anche gratis per chi lo merita veramente e di raddoppiare il prezzo per chi invece trascende verso i deliri da rockstar. E’ così e basta.
Trentadue minuti e quarantatré secondi. Poi, è chiaro, ci sono stati degli artisti che devono proprio a lui il successo della propria fama (e potremmo farne un elenco lunghissimo), mentre altri si sono dovuti “dealbinizzare” per riprendere il cammino. E’ così, che vi piaccia o meno.
Trentadue minuti e quarantatré seconti. Basta poco per sottolineare la propria idea di lavoro.
Tutto il resto sono parole, soltanto parole. Lo ripeto, a lui interessa solo il duro lavoro stando dietro le quinte senza apparire: ma sono le sue creazioni che prendono il volo, sono altri che parlano per lui.
Trentadue minuti e quarantatré secondi. Basta poco per sottolineare la propria idea di vita.

steve albiniSteve Albini

Dude Incredible esce giusto vent’anni dopo dal loro folgorante esordio: quell’At Action Park rimasto imprescindibile nella storia del rock. Nel mezzo altri tre album, quattro se consideriamo anche The Futurist: un disco pubblicato in sole 779 copie e regalato a rispettivi amici in cui il loro nome, spampano in copertina, era cerchiato per ognuno di loro, con il preciso intento di beccare il colpevole in caso lo vendesse; proprio per il preciso intento che non andasse venduto. Anche questo è Albini.
Altri tre album dicevamo (cinque in totale) e ben sette anni di assenza dall’ultimo lavoro intitolato “Eccellent Italian Greyhound”, che fanno di quest’attesa la curiosità migliore per una giusta vibrazione.  Todd Trainer alla batteria e Bob Weston al basso rasentano la perfezione di una sezione ritmica caustica quanto monolitica per il suo incedere marziale. La chitarra di Steve Albini s’inserisce con una serie di rasoiate che non lacerano mai l’aria, ma la accarezzano per poi sfregiarla nell’istante successivo. E’ un’alternanza di chirurghi e fabbri, di dottori e maniscalchi, di timbriche secche e urticanti, di scambi e sovrapposizioni, di blocchi e ripartenze, di tempi e contrattempi, di riff puliti fino allo spasimo e sporchi senza capire di esserlo, e poi la voce: quando c’è fa da contraltare ai suoni, quando vibra fa da megafono all’anima, quando si perde è come se esistesse ancora. La precisione è maniacale senza far capire di esserlo, la ruvidezza dell’insieme è quasi matematica senza farlo percepire, la geometria è perfetta senza disegnare alcuna linea; rimane l’ascolto e basta… è questo che conta.

steve albini shellacShellac (foto prese dal web)

Sostanzialmente chi è calato nel variegato mondo musicale conosce molto bene il pensiero radicale di Steve Albini, conosce la sua ironia insieme alla sua coerenza che, per forza di cose, si trasmette nei testi incentrati anch’essi dentro a un concetto di sintesi: twitter lo chiamano oggi, o tweet se volete, ma in realtà quelli degli Shellac non sono cinguettii, sono dei lampi scagliati nell’esteso cielo dove non si vola ma si precipita; dove, per dirla alla Pasolini, gli uccellini sono stati sostituiti dagli uccellacci: droni robotici che spiano continuamente le nostre vite, come se le distopie del Grande Fratello si fossero ormai inserite dentro di noi con tutto il silenzio del mondo. Ecco che i loro epiteti si scagliano volutamente contro la manipolazione di massa, contro i movimenti spesso manovrati dal sistema, gestiti dal sistema, in cui le dinamiche di gruppo sono inversamente proporzionali alle dinamiche sessuali.
Tutto questo e altro ancora in soli trentadue minuti e quarantatré secondi.
Basta poco per sottolineare la propria idea di ribellione.

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18 thoughts on “SHELLAC – Dude Incredible

  1. non conosco l’argomento però credo basti ancora meno, anche un solo brano di tre minuti, chi ha la mia età ha fatto di una canzone la bandiera dei tempi:

    La notte cade su di noi
    la pioggia cade su di noi
    la gente non sorride più
    vediamo un mondo vecchio che
    ci sta crollando addosso ormai…
    ma che colpa abbiamo noi?

    Sarà una bella società
    fondata sulla libertà
    però spiegateci perché
    se non pensiamo come voi
    ci disprezzate… come mai?
    Ma che colpa abbiamo noi?

    E se noi non siamo come voi…
    e se noi non siamo come voi…
    e se noi non siamo come voi…
    una ragione forse c’è
    e se non la sapete voi…
    e se non la sapete voi
    ma che colpa abbiamo noi?
    Che colpa abbiamo noi?

    anni ’60, I Rokes

      • il problema è che a Gaber indirettamente gli ha risposto un rocker americano di nome Steve Wynn, il quale un giorno disse che quando aveva vent’anni sounava il rock per protestare contro i quarantenni, e ora che anche lui ha quarant’anni, il rock lo fanno ancora i sessantenni.
        A proposito… e se ti dicessi che abbiamo quasi la stessa età !!?

  2. “le dinamiche di gruppo sono inversamente proporzionali alle dinamiche sessuali.”
    Ti prego, spiegamela.
    (Pochi che ne fottono molti piuttosto che pochi che ne fottono molti? No, non è questo. Ma allora cosa? Parli di orge? E poi, cosa c’è di male nel manipolare le masse, non esistono/esistiamo per questo? Cosa ci resta? La libertà?)

    • mi stavo chiedendo se i vandali pensano sempre al sesso (orge comprese), anche perché potevo dire in questo caso: “direttamente proporzionale”, ma non è così. Inversamente, “inversamente” è la parola giusta, prova a chiedere ad una insegnante di matematica (!) che te lo spigherà meglio. E le dinamiche di gruppo… cazzo, c’è sempre di mezzo la copertina del disco di Gaber. Vedi tutto torna… niente capita per caso, anche se siamo dominati dal caso, o è il caso che rende funzionali le variabili. Qualcuno dice che dal caso si ripristina un’ordine. A me sembra che dal caos nasce altro caos… o no?

  3. “Sostanzialmente, non ce ne frega un cazzo delle parole!” è una dichiarazione degna di Goering. Brutti pensieri che ti fa venire un bel disco.

  4. Pingback: I MIGLIORI DISCHI DEL 2014 per il Sourtoe Cocktail Club | Sourtoe Cocktail Club

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