I MIGLIORI DISCHI DEL 2013 per il Sourtoe Cocktail Club

i migliori dischi del 2013 per il Sourtoe Cocktail Club-schede

Lo so… e l’ho sempre detto, le classifiche annuali lasciano sempre il tempo che trovano, però sostanzialmente è un gioco in cui mi diverto e di conseguenza lo propongo anche agli altri. E’ chiaro che alla fine sono le mie scelte e come tali vanno considerate… stop!  Va detto, per chiarificare il campo, che questo 2013 è stato un anno molto basso per la qualità proposta: la scarsità di idee  innovative non ha lasciato scampo e il battage pubblicitario intorno ai grossi nomi è stato enorme da parte delle Case Discografiche. La conseguenza è stata quella di vedere nelle classifiche di fine anno le solite facce o i ritorni di gruppi che se vogliamo, raschiando, raschiando, hanno ripetuto le solite cose senza dire niente di nuovo; per questo motivo ho scelto quei musicisti che hanno cercato vie alternative o perlomeno, che abbiano riproposto le solite derive senza pomposità esponenziali, ma con quella freschezza personale solo per il gusto di fare della buona musica, e solo per questo è un piacere ascoltarla. Ho cercato di pescare dentro a stili diversi: vecchi, nuovi, non importa… il fine è sempre il piacere (e mi ripeto) dell’ascolto, che mi ha lasciato qualcosa.  Diventa, a questo punto, un obbligo scartare nomi come i Daft Punk, David Bowie o i Pearl Jam. Gli stessi Arcade Fire hanno proposto un lavoro buono, ma troppo costruito a livello di produzione, facendolo diventare troppo saturo di suoni (e questo ve lo dice uno come me, che ha amato i loro primi due album: “Funeral” e “Neon Bible”, come una religione). Non ho considerato il ritorno di due cantautori come Kurt Vile Jonathan Wilson che pure avevo messo nelle classifiche dei migliori dischi degli anni passati, ma questa volta non mi hanno convinto in pieno. Interessante il ritorno dei My Bloody Valentine, ma non è mai stato un gruppo intorno alle mie corde, mentre gli Artic Monkeys sono finalmente usciti dalla loro cerchia adolescenziale con un lavoro maturo, però, io preferisco qualcosa di più creativo, qualcosa che lasci il segno.  E i segni li ho riscontrati dentro a questi 20 album (più due live) che elenco a parimerito senza distinzione di classifica:

ARBOURETUM – “Coming Out Of The Fog”
RICHARD  THOMPSON – “Electric”
GIOBIA – “Introducing Night Sound”
NICK  CAVE and the Bad Seeds – “Push The Sky Away”
JOSEPH  ARTUR – “The Ballad Of Boogie Christ”
THE  BLACK  ANGELS – “Indigo Meadow”
MAVIS  STAPLES – “One True Vine”
DIRTMUSIC – “Troubles”
MOTORHEAD – “Aftershock”
BLACK  JOE  LEWIS – “Electric Slave”
NORTH  MISSISSIPPI  ALLSTARS – “World Boogie Is Coming”
STEFANO  BATTAGLIA  TRIO – “Songways”
LAURA  MARLING – “Once I Was An Eagle”
THE  NATIONAL – “Trouble Will Find Me”
KING  KRULE – “6 Feet Beneath The Moon”
VOLCANO  CHOIR – “Repave”
HOOKWORMS – “Pearl Mystic”
FUCK  BUTTONS – “Slow Focus”
COLIN  STETSON – “New History Warfare Vol. 3: To See More Light”
BLIXA  BARGELD & TEHO  TEARDO – “Still Smiling”

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SWANS – Not Here/Not Now”
NICK  CAVE  and the Bad Seeds – Live at KCRW”

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Dopo questo elenco di nomi non facciamoci illusioni, il 2014 al di là delle solite consuetudini di fine anno, difficilmente sarà migliore del 2013, speriamo lo sia almeno a livello musicale, così potemmo godere di qualcosa, ed è proprio con questo desiderio che vi faccio i miei migliori auguri !!!
Per vedere le schede singole, disco per disco, cliccate qui sotto… ciao, e ancora auguri dal Barman !!!

dischi2014-01-arbouretumARBOURETUM
“Coming Out Of The Fog”

Questo gruppo di Baltimora giunto al suo decimo anno di attività, ritorna sulle scene con questo lavoro dove miscela in maniera intelligente folk e stoner. Dovete immaginarvi Richard Thompson trapiantato in America e cresciuto dentro a le sue contraddizioni shekerando il tutto con un rock lentissimo e viscerale. Come? Il rock non può essere lento! Beh… provate ad ascoltarlo e capirete; probabilmente gli manca quel guizzo vincente per farlo diventare un capolavoro, ma risulta efficace lo stesso. Intenso…

Cocktail abbinato: “SCREWDRIVER” (lavori di cacciavite)

http://www.antoniobianchetti.wordpress.com/2013/02/11/arbouretum-coming-out-of-the-fog/

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RICHARD  THOMPSON
“Electric”

Visto che con l’album degli Arbouretum lo abbiamo citato, è quasi un obbligo riproporlo, perché il suo ultimo disco è un altro tassello alla sua grande carriera. Niente di nuovo certo, ma l’elevata qualità  che si ripete senza sosta ad ogni sua incisione è veramente sorprendente, e lo slogan “cambiare tutto per non cambiare niente”, suona fra le corde della sua chitarra come un complimento irresistibile. Undici tracce una più bella dell’altra sciolinate con la naturalezza di chi compone musica da quarant’anni con la freschezza di un ragazzino, senza mai una caduta, senza mai una deriva. Qualcuno potrà obbiettare che avrà avuto anche lui i suoi “alti e bassi”, può darsi, ma i suoi “bassi”(per così dire), sarebbero stati tanti “alti” per una serie infinita di musicisti, e con questo “Electric” dimostra ancora una volta che per essere dei grandi bisogna suonare, suonare, suonare e suonare ancora… senza mai stancarsi, così come non ci stancheremo noi nell’ascoltarlo. Una sicurezza…

cocktail abbinato: “LONG ISLAND” – (la classe non è acqua)


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dischi2014-02-giobia

GIOBIA
“Introducing Night Sound”

Quando un gruppo italiano viene scoperto da ascoltatori stranieri e pubblica per una casa discografica straniera, ed è perennemente in tournée all’estero e viene apprezzato solamente fuori dal nostro paese, è la classica dimostrazione che da noi, non solo anche in campo musicale bisogna ormai emigrare, ma le capacità di scoprire talenti ormai non ce le ha più nessuno o perlomeno, nessuno vuole più rischiare. Risulta di conseguenza che, questa band milanese, capace d’inventarsi un’immagine dentro a un sound personalissimo legato a un psych-rock di derivazione californiana, con influenze fuzz-shoegaze, non deve favori a nessuno: si è costruita veramente da sola. Proprio per questa sua libertà compositiva si ripropone all’interno della navicella spaziale con cui è partita solo un lustro fa, decollando verso un universo parallelo che apre a dimensioni inimmaginabili. L’esplorazione di uno spazio psichedelico è appena iniziato insieme agli ipnotici ritmi profusi senza tregua: colonna sonora di un viaggio portato alle estreme conseguenze della musica ma, attenzione, i loro piedi sono ben piantati per terra, e il famoso punto di non ritorno è solamente un’invenzione degli scrittori di fantascienza. E allora! Che aspettate ad aggregarvi e partire!!!

cocktail abbinato: “DARK ANGEL” – (fantascienza oscura)

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NICK  CAVE and the Bad Seeds
“Push The Sky Away”

Parlare di un disco di Nick Cave è ormai diventato un esercizio di stile, perché di un grande autore come lui, si può solamente disquisire sul fatto di come posizionare nella propria e personalissima classifica personale, ogni suo lavoro in questione. E di questo Push the Sky Away si è detto di tutto e di più, etichettandolo frettolosamente come un album di transizione, accostandolo al suo autore come “troppo tranquillo”. A parte il fatto che Cave è un poeta e come tale, si è concesso una pausa dopo l’avventura  elettrica con i Grinderman. Potremmo anche chiamarla una pausa letteraria, se non fosse che lui abbia da sempre scritto dei testi notevoli e ha sempre fatto letteratura con le sue canzoni e le sue storie. In fondo questo album è da ascoltare nel silenzio della notte, leggendo e rileggendo le sue bellissime liriche: intense, avvolgenti, crude e reali nello stesso tempo, anche se addosso si percepisce un  senso della narrazione che non fa mai pensare alla disperazione. Lui ci racconta solamente delle storie, siamo noi che dobbiamo decantarle all’interno del nostro spirito, modificandole a seconda dello stato d’animo con cui vogliamo ascoltarle e di conseguenza, assimilarle. Punto!
Parlavamo di classifiche… allora, escludendo i suoi dischi, per così dire, “cattivi”, e considerando quelli che potremmo circoscrivere con la parola “acustici”, anche se la parola sostanzialmente è sbagliata e andrebbe rimodulata pensando a Cave. Stando al mio gusto personale, questo album lo metto un gradino al di sotto di Abattoir Blues  e  Murder Ballads, ma sicuramente sopra a Nocturama, The Boatman’s Call  e  No More Shall We Part.  Contenti…

cocktail abbinato “CAMPARI SHAKERATO” – (arte minima)

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dischi2014-05-joseph-arthur

JOSEPH ARTUR
The Ballads Of Boogie Christ”

Essendo stato poco più di dieci anni fa il primo artista americano ad avere un contratto per la Real World di Peter Gabriel, si è costruito intorno l’aura di musicista alternativo pubblicando nel corso degli anni 2000 una serie di album interessanti, che però personalmente non avevo mai considerato abbastanza. Questo The Ballads of Boogie Christ invece mi ha sorpreso per la sua eccezionale fruibilità, per il genere di stili che riesce a far coesistere facendolo diventare uno stile al tempo stesso. Nelle sue tracce potrete ascoltare influenze che vanno da Fred Neil  a  Randy Newman, da Lou Reed  a  David Bowie, da Michael Stipe  a  Stephen Still, con lo spirito di Bob Dylan che rimane perennemente intorno alla testa del nostro eroe, quasi fosse un’aureola (ali comprese). Troppe cose direte voi? No, anzi… poche, perché il tuffo nella storia della musica d’autore qui si respira a pieni polmoni, in un’atmosfera “piaciona” che diventa sollievo per le proprie orecchie. Sostanzialmente è un’opera Rock (o Pop, dipende sempre da che parte la si guardi); un disco doppio che difficilmente toglierete dal vostro lettore. Una lunga serie di “ballate del Cristo Boogie” che, per la molteplicità di lati proposti agli eventuali fruitori, alla fine diventerà un cerchio da lasciar scorrere fra le vostre mani, una serie di ascolti intorno al concetto di “finito” e “infinito”, e la pace sia con voi…   Godevole !

cocktail abbinato “UN BIRRA MEDIA” – (finalmente un sorso)

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THE BLACK ANGELS
“Indigo Meadow”

Quest’ultimo álbum di questi ragazzi californiani è a tutti gli effetti il lavoro della maturità, perché se nei dischi precedenti si lasciavano andare dentro un’atmosfera inacidata, cavalcando il loro psych-rock nell’insieme di riff ipnotici quanto lisergici per il loro svolgimento, ora, sono riusciti a conferire nella struttura delle loro composizioni, un forma-canzone che potrà caratterizzarli in maniera esponenziale per il futuro della loro carriera e essere un complemento importante per le loro esibizioni dal vivo. Quello che stupisce del loro stile è il tuffo nella tradizione come recupero di un’identità mai dimenticata (vedi l’accostamento ai Doors e gli echi derivativi di quel periodo storico), ma poi il tutto viene concepito facendolo diventare un sound moderno a tutti gli effetti, dove nulla suona mai datato, anzi, si rimane sorpresi dell’originalità e dalla potenzialità proposta senza un minimo di retorica.  Bravi…

cocktail abbinato “EASY RIDER” – (voglia di libertà)

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MAVIS STAPLES
“One True Vine”

Nei territori del Gospel ritroviamo Mavis Staples sempre a cavallo delle sue infinite giovinezze che, da ragazzina alla sua attuale dimensione di nonna, stupisce per l’eleganza e l’irruenza con cui  ripropone ogni volta e sempre con prodotti notevoli, come questo One True Vine. L’insieme delle sue estensioni vocali miscelato con le sue doti interpretative, è un amalgama difficile da dimenticare, soprattutto quando i brani in successione alternano diversi stili che lei riesce a trasformare in maniera impeccabile, passando dalla preghiera al boogie e facendoli diventare una cosa sola. Basta vedere la rilettura di Can You Get To That dei Funkadelic per rendersene conto. Ma questo è solo un dettaglio, perché il produttore Jeff Tweedy dei Wilco, dopo il successo dell’album precedente (forse più viscerale), rilancia cavalcando l’onda del periodo favorevole, scrivendo e scegliendo un insieme di canzoni che la nostra eroina trasforma facendole diventare delle chicche. Inutile continuare, dovete ascoltarlo…

cocktail abbinato “MOJITO” – (un incantesimo)

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DIRTMUSIC
“Troubles”

Dirtmusic è un interessante progetto che hanno messo in piedi Chris Eckman dei Walkabouts insieme all’australiano Hugo Race, dopo che il mal d’Africa li ha colpiti in maniera irreparabile, partecipando al Festival-au-Desert di Timbuktu e collaborando con musicisti maliani e tuareg. Non è casuale che da questi incontri uscì un primo disco interessante: “BKO”, e questo è il suo seguito ideale. Registrato in Mali, a Bamako, negli studi di Salif Keita, con la partecipazione di nomi importanti come Ben Zabo, Aminata Traoré, Virginie Dembélé, Samba Toure; le sue 11 tracce s’inoltrano nell’esplorazione di un desert-blues contaminato oltre alle radici etniche, dalle varie influenze che spaziano dal canto Griot al dab, dalla spiritualità mistica all’afrobeat, dall‘ipnotismo trance al funky, unendole poi con i classici strumenti rock e una costruzione elettronica moderna. Il risultato non sarà forse un capitolo importante nella ricerca della musica etnica (probabilmente è a mio avviso troppo costruito in laboratorio), ma ne esce un prodotto, così bisogna chiamarlo, molto fruibile e affascinante, dove il respiro ancestrale dell’Africa vera si fonde con le melodie dilatate e i ritmi evocativi di un nostro immaginario: filmico e sognante al tempo stesso, senza dimenticare il dramma che sta circondando questo continente fin dalle sue origini. Fascinoso…

cocktail abbinato “TEQUILA SUNRISE” – (colpi di sole)

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dischi2014-11-Motorhead-aftershock

MOTORHEAD
“Aftershock”

E’ sorprendente rendersi conto di come un rock’n’roll sempre sul confine fra lo speed-thrash e un metal efficace, riesca ancora a convincere appieno e risultare addirittura vivo come quarant’anni fa, senza nessun problema, anzi, quest’ultimo disco degli incredibili Motorhead è un martello pneumatico fresco e diretto. Non c’è speranza, devi alzarti dalla sedia e ballare, dimenarti, saltare e suonare “la chitarra del vento” come un ragazzino anfetaminico. Lemmy avrà anche 67 anni suonati, eppure sciorina 14 brani irresistibili dalla forza devastante che non devono niente a nessuno, solo alla sua bravura, alla sua passione o a quell’anima animale: sporca, vera, cattiva ma, profondamente autentica che gli appartiene…  rock’n’roll: è questa la parola magica! Qualcuno ogni volta che i Motorhead pubblicano un disco potrebbe storcere il naso mettendoli nel lettore con diffidenza pensandoli ancora testardi e strafottenti come una volta, ma irrimediabilmente tronfi e invecchiati, poi ascolti le tracce e non riesci a capacitarti come abbiano potuto fermare il tempo e prenderti ancora per il culo… Grande Lemmy! Lunga vita a Lemmy!!!

cocktail abbinato “BRONX” – (tutto d’un fiato)

 

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BLACK JOE LEWIS
“Electric Slave”

Questo ragazzotto texano di colore, incide la sua terza fatica discografica seguendo la sua musica fregandosene di tutto e di tutti: tradizione e modernità, soul e rock’n’roll, cavalcate anfetaminiche e ritmi indiavolati senza troppi fronzoli. Già ero rimasto colpito dai suoi primi due album, nonostante qualche scivolone dovuto alla giovane età, ma questo “Electric Slave”  è una splendida conferma delle sue doti, le quali aspettavano soltanto il moneto giusto per esplodere. La conseguenza non è soltanto una miscela alla nitroglicerina, ma un groove dove Sly & The Family Stone si unisce alla cattiveria degli Stooges, tramutando il  rhythm’n’blues in un funky-garage molto accattivante ma, mai ruffiano. Non è casuale e per niente scontato, che lui non si sia infilato nella commercializzazione mainstream come hanno fatto i Black Keys, perché la vera essenza della musica è sudare come fanno i pugili autentici: combattere per essere, non tanto un eroe anarchico, ma un uomo senza paura che ti guarda dritto negli occhi. Infatti nelle note di copertina è molto interessante la sua diatriba contro il pessimo modo di ascoltare la musica oggigiorno. Speriamo che tenga duro, quasi sempre il successo non lascia scampo…  Accompagnato dai fidati Honeybears per il momento resiste e sale sul suo ring personale con la baldanza della sua età e la free-jam finale del disco è l’apoteosi di una vittoria ottenuta sempre per KO. Non avete difese… dovete tifare per lui !!!

cocktail abbinato “B 52” – (bomba multistrato / alla fiamma)

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NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS
“World Boogie Is Coming”

Sbaragliamo subito il campo, i North Mississippi Allstars sono, per chi non li conoscesse già, i fratelli Cody Luther Dickinson (rispettivamente: batteria, chitarra e voce, accompagnati al basso da Chris Chew), figli del noto Jim Dickinson, produttore degli Muscle Shoals Studios in Alabama, dove hanno inciso i Green On Red e Willy De Wille, tanto per citare i due primi nomi che mi vengono in mente, inoltre, in senso trasversale, lo possiamo accostare anche ad altri personaggi tipo gli Stones Bob Dylan, perché nelle session di altri dischi ha suonato con loro. Di conseguenza con un padre così, il quale ha cresciuto i suoi rampolli a pane e blues, i figliol prodighi non potevano che diventare, oltre a dei fortunati viziati,  dei virtuosi talenti appassionati della musica del diavolo. Il risultato è stato, dopo un delirante debutto nel 2000, con un album ormai entrato di diritto nella leggenda della musica: Shake Hands With Shorty, una serie di lavori molto interessanti, più qualche live assolutamente da non perdere. Con questa ultima incisione riprendono l’alto livello delle loro composizioni, sperimentando (come hanno sempre fatto) e contaminando il repertorio dei neri d’America con l’inserimento di un elettronica efficace quanto convincente. Il risultato è un’appassionata carrellata di pezzi esplosivi, ruvidi ed essenziali che s’inseriscono in quest’inizio di nuovo millennio, come un’esplorazione contemporanea della musica delle radici, regalandoci ancora una volta un estremo piacere per i nostri ascolti. Concludo citando altri nomi importanti presenti come ospiti nella realizzazione di questo disco: Robert Plant, Shardé Thomas, Duwayne e Garry Burnside (figli del grande R.L Burnside). Beh… penso che può bastare vero !!!

cocktail abbinato “WHISKEY SOUR” – (semplicemente aspro)

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STEFANO  BATTAGLIA  TRIO
“Songways”

Per chi ama un jazz con spaziature da musica classica, questo disco è consigliassimo. I tre musicisti svizzeri, ticinesi per la precisione: Stefano Battaglia al piano, Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria, continuano la loro ricerca sonora fluttuando intorno alla melodia in senso minimale, accentando i timbri intorno a un linguaggio astratto che non diventa mai informale ma, disegna nelle sue improvvisazioni, rarefatte atmosfere ora sognanti ora drammatiche, anche se il senso del dramma è sempre misurato, circoscritto in una riservatezza sorprendente, quasi che i protagonisti di queste storie si mettano a piangere dentro alla loro solitudine. Storie dicevamo: magiche  e ancestrali al tempo stesso perché, se nel loro disco precedente: The River Of Anyder, s’inoltravano in una suite costruita intorno a luoghi mitici, fantastici o, per quanto reali, giunti fini a noi attraverso leggende e racconti millenari. Un insieme di riferimenti che spaziavano da Tolkien Buzzati, da Francis Bacon Rimbaud, da Hildegard von Binden Tommaso Moro e il lungo fiume che scorre nella terra di Utopia. Ora, s’ispirano alla letteratura mondiale inglobando intorno ai loro suoni senza trucchi aggiunti o sovraincisioni varie, l’Odissea di Omero dentro alla terra dei Ciclopi, il Gulliver di Jonathan Swift e i suoi incredibili viaggi, fino alla diaspora cresciuta con la costruzione della Torre di Babele. Insomma, un’onirica narrazione con il veicolo la musica che vi condurrà, attraverso delle fittissime nebbie, in una terra di nessuno popolata da fantasmi, un logo impossibile dove è troppo facile perdersi ma, le carezze evocate dai passaggi del pianoforte, vi condurranno lentamente oltre le prime luci del mattino, delicatamente riposati come dopo il ritorno da profondo sonno. Poetico…

cocktail abbinato “STINGER” – (nascondigli segreti)

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dischi2014-12-Laura-Marling-Once-I-Was-An-Eagle

LAURA  MARLING
“Once I Was An Eagle”

E’ sempre difficile accostarsi al folk perché le sonorità rimasticate dalle corde delle loro chitarre, rischiano di portarci ogni volta dentro a paesaggi già visti. Proprio per questo motivo  Once I Was An Eagle, quarto album di questa cantautrice britannica, mi ha spiazzato completamente per la forza e l’originalità, e mi ha sorpreso favorevolmente. Intendiamoci, non ci sono esperimenti moderni inseriti tanto per sentirsi addosso della contemporaneità, ma solo voce e chitarra e tanta passione, tanta voglia di stupire. Le tracce contengono una sofferenza e una rabbia che da sole basterebbero per catturate il nostro immaginario, ma invece lei va avanti, costruisce melodie atipiche, fraseggia alternando poesia e ritmi inconsueti. L’atmosfera è sulfurea, cruda, diretta senza nessuna banalità di sorta, gli arrangiamenti essenziali e il risultato finale un poema scritto sopra i brividi della vostra pelle. Difficilmente vi staccherete da questo disco, perché ogni viltà che lo ascolterete ci troverete una sensazione diversa, un passaggio non percepito prima perché troppo emozionati e sorpresi, un epilogo intenso che si amplierà nel vostro cuore rimasto asciutto dopo tanta attesa di qualcosa di nuovo. Grande…

cocktail abbinato “DAIQUIRI” – (per chi suona la campana)

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THE  NATIONAL
“Trouble Will Find Me”

Questa band di Cincinnati è a tutti gli effetti uno dei nomi di punta del panorama internazionale, soprattutto per quell’approccio che ha reso il loro pop-impegnato, in una forma di cantautorato di gruppo. Probabilmente la voce del leader Matt Berninger,  cavernosa e baritonale al punto giusto, sviluppa attraverso un incedere quasi cantilenante, un accattivante e ingegnoso connubio fra le parole e la melodia dove niente è lasciato al caso. Intendiamoci, non voglio dire che il tutto è costruito per piacere all’istante; l’album richiede diversi ascolti prima di essere assimilato pienamente, e questo la dice lunga sul fatto del loro successo. Hanno senza dubbio un’ottima cassa di risonanza ma non sono per niente commerciali, anche se la parola “commerciale” ha diverse sfumature dove poter disquisire. La ricetta è una buona musica e in questi tempi grami non è roba da poco. Basta e avanza…

cocktail abbinato “APEROL SPRITZ” – (per tutti i gusti)

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dischi2014-14-king-krule

KING KRULE
“6 Feet Beneath The Moon”

Quando ascolterete questo disco penserete di trovarvi di fronte a un omone grande grosso, probabilmente nero, roso dagli anni a dall’alcol: sbagliato!  E’ un ragazzotto di 19 anni, impacciato, magrolino, con i capelli rossi e il viso da secchione timidone, eppure quando inizia a cantare, subito, sentirete un brivido che vi percorrerà tutta la schiena come il graffio di un felino. E come se Tom Waits si stesse ubriacando insieme ad Alan Vega in un bar malfamato di periferia. I suoi testi raccontano gli scenari di una quotidianità urbana lacerata dalla disillusione, le prospettive di chi si avvicina all’età adulta e ha poche speranze. Saranno anche le problematiche di tutti i giovani d’oggi, però lui le sviscera dentro a strati sovrapposti insieme a un’ ingenuità la quale invece che farti sorridere, ti lascia stordito per la densità dei contenuti, come se ad ogni parola ci fosse un’intera opera da rileggere. Le sue coordinate sono legate a un cantautorato che miscela jazz, elettronica, soul e rap masticati fino a un esito straniante, perché il finale è un coinvolgimento da fare paura! Spiazzante…

cocktail abbinato “HORSE’S NECK” –
(così non si uccidono neanche i cavalli)


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VOLCANO CHOIR
“Repave”

Questa band del Wisconsin è nata dalla collaborazione di Bon Iver Justin Vermon insieme ad alcuni membri dei Collections Of Colonies Of Bees. Il risultato finale è un affresco affascinante da lasciare senza respiro, un pop sperimentale con delle radici post-rock capace di miscelare sonorità inquietanti e melodie vicine all’incantamento. Dovete immaginarvi gli Arcade Fire insieme agli Alt-J con Peter Gbriel a dirigere tutta l’orchestra per sviluppare squarci vicini e lontani a un’America troppo contaminata dall’industrializzazione. Davanti a voi si apriranno intere lande desolate da ripopolare con la semplicità e la passione dei musicisti di tutto il mondo, perché la terra appartiene alla nostra essenza più vitale, e non è filosofia spicciola, ma una lezione di vita che non bisogna mai dimenticare. Impegnato…

cocktail abbinato “STOMACH REVIVER” – (l’ultima possibilità)

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dischi2014-17-hookworms-pearl-mystic

HOOKWORMS
“Pearl Mystic”

Questo quintetto di Leeds debutta quest’anno pubblicando un album sorprendente, intriso di sonorità psichedeliche e chitarre distorte, riuscendo a far coesistere ritmi dub e  derive noise all’interno di un’atmosfera lisergica. Le dinamiche di ogni pezzo sono costruite con un inizio apparentemente tranquillo, ma che via via diventano sempre più inacidate, trascinandoti all’interno di un gorgo sonoro sempre a metà fra la melodia accattivante e l’esplosione rumorosa. D’accordo… la ricetta è semplice, ma l’originalità dell’insieme è strutturata talmente bene che per il futuro di questi ragazzi, si prospetta un’autostrada libera da ogni convenzione e condizionamento. Il consiglio è comunque quello di vederli dal vivo, perché spesso certi animali stanno molto a disagio nelle gabbie della sala d’incisione, mentre negli spazi liberi del palcoscenico esprimono tutta la loro irruenza diventando travolgenti, come se l’autostrada di prima si trasformasse in una pista di decollo verso l’autodistruzione. Attenzione però… questi si rigenerano ogni volta, e ogni volta vi faranno impazzire. Una sorpresa…

cocktail abbinato “FERNET&COKE” – (punto di non ritorno)

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FUCK  BUTTONS
“Slow Focus”

Quando i paesaggi post-atomici saranno l’orizzonte spianato davanti ai nostri sguardi, probabilmente la musica di sottofondo sarà scelta pensando a questo duo proveniente da Bristol, perché con i due album precedenti, loro, ci avevano avvisato. Dirompenti e sincopati si mimetizzano dentro un’atmosfera caotica, ma in realtà la simbiosi con la distruzione rigenera la loro anima smaterializzandoli verso un mondo altro, idealizzato probabilmente nella loro mente e talmente pensato da farlo sembrare vero. Il loro è un climax che via via scivola in progressione alternando visioni condite da ritmi tribali e successivamente, da astrazioni soniche perdute nella notte dei tempi, come se una concezione filmica facesse diventare queste note la colonna sonora del nostro immaginario, superando la strada tracciata anni fa da Vangelis. Il confine fra inferno e paradiso è un foglio di carta velina appena percettibile e pronto ad essere lacerata al primo colpo di fiato: il risultato è la fusione di due universi apparentamenti opposti, ma drammaticamente collusi nella nostra anima malata, e non c’è pentimento, non c’è redenzione, la salvezza è solamente un’orgia di suoni dove poter fuggire per l’eternità. Cinematografico…

cocktail abbinato “TONY’S SUICIDE” – (the end)

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dischi2014-20-colin-stetson
COLIN  STETSON
“New History Warfare Vol. 3: To See More Light”

Iniziando questa lunga retrospettiva degli album migliori dell’anno appena trascorso, non avevo fatto classifiche di merito, e avendo messo queste mie scelte sullo stesso piano, mi sono chiesto che se dovessi  per forza decidere qual’è l’album dell’anno, penso che questo terzo atto di una trilogia etichettata come “terrorismo sonoro” di questo sassofonista atipico, sarebbe probabilmente il primo in classifica. Un artista cha fa dell’hardcore-jazz e mette d’accordo gli amanti dell’avanguardia in maniera intelligente, rendendo fruibile una musica complessa  fino a raggiungere un pubblico normale, beh… merita veramente un applauso. Colin Stetson, statunitense, sperimenta da sempre un linguaggio che vuole superare tutte le convenzioni della musica, ed essere insieme al suo strumento una cosa sola: gioia e disperazione, bellezza e furore, quiete e irruenza, miscelati insieme come un’infinità di era geologiche sovrapposte e stratificate fino all’estasi pura. In fondo è difficile riuscire a descrivere un lavoro che giunge al terzo capitolo, dopo tanta anarchia e tanta coerenza stilistica; in fondo, l’unica soluzione è quella di calarsi in questa trance ipnotica fino a fondersi con lo strumento, assimilando rabbia e poesia come se fosse una vera e propria metamorfosi che, lentamente, si sostituirà con la vostra pelle e poi, diventerà parte di voi stessi. Straordinario…

cocktail abbinato “NEGRONI” – (atto di forza)

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BLIXA  BARGELD & TEHO  TEARDO
“Still Smiling”

Fra tutti, questo è senz’altro il disco più difficile della mia selezione, non tanto perché nasconde una mancanza di ritmi che a un certo punto si cercano disperatamente come una boccata d’aria dopo una lunghissima apnea, ma perché la lentezza esasperante difficilmente entrerà nelle vostre voglie, proposta fino all’assuefazione. Però, voglio troppo bene a Blixa, un personaggio che, oltre ad aver contribuito a forgiare il marchio di fabbrica dei Bad Seeds di Cave è stato (visto che abbiamo tirato in ballo la “fabbrica”) l’operaiaccio che ha aperto e inventato il “cantiere” degli Einstruerzende Neubauten: grande gruppo innovativo fra l’industrial e il rock. Di conseguenza mi sono riproposto di ascoltarlo fino al suicidio (si fa per dire) per entrare nel codice genetico che lo caratterizza. Il segreto è tutto racchiuso nell’immagine di copertina dove – insieme al suo compagno d’avventura: quel Mauro Teardo in arte Teho, italiano di Pordenone, anche lui artista sperimentale, molto apprezzato negli ambienti dell’avanguardia creativa – vengono ritratti con degli strani copricapi. In realtà questi cappelli non sono la versione moderna di una qualche setta segreta, ma l’espediente per catturare l’energia che circonda l’universo: assorbirla e distribuirla per il corpo come una linfa vitale, così come avevano già fatto gli sperimentatori della body-art. Il risultato parte dalla propria meditazione interiore e viene recepito come una forma di contatto astratto e reale al tempo stesso, poi plasmato e rigenerato dalle note del pentagramma. Tutto il resto è passione, vitalità personale, consapevolezza della quiete per opporsi alla violenza dilagante, estasi e raggiungimento del proprio nirvana attraverso una forma di confessione minimale e poi distesa intorno allo spazio per annullamento del concetto di tempo. Il nostro spazio è sempre concepito intorno alla nostra essenza vitale. Meditate gente, meditate…

cocktail abbinato “UN CALICE DI VINO” – (per intenditori)

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SWANS
“Not Here/Not Now”

Assistere ad un concerto degli Swans è un’esperienza totale che va al di là di quello che potremmo definire ascolto o più semplicemente, musica per le orecchie; anche perché le vostre orecchie potrebbero, alla fine della loro esibizione, ribellarsi al vostro corpo e fuggire in una landa desolata alla ricerca del silenzio. Si perché, al di là dei volumi altissimi sparati fino all’inverosimile, tutto il resto diventa catarsi e annichilamento, ossessione e delirio puro, apoteosi dell’apocalisse. Questo doppio live, registrato fra Barcellona e Melbourne, è la sua incredibile testimonianza. Venduto per corrispondenza dal loro sito con la formula del crowdfunding, per finanziare il loro prossimo lavoro (così come hanno sempre fatto) che dovrebbe essere pronto nel 2014, questo Not Here/Not Now è a tutti gli effetti la testimonianza di come si possa annullare il concetto di canzone ed avventurarsi nel mondo malato della follia e della devastazione, insieme a improvvisazioni, brani inediti e dilatazioni del sound conosciuto, vivere e morire insieme a due ore circa di musica allucinata per poi capire che in fondo, il mondo che ci vive intorno, non è poi così male se confrontato con quello del loro leader Michael Gira. Delirante…

cocktail abbinato “BAD BREATH” – (fiato catttivo)

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NICK  CAVE & AND  THE  BAD  SEEDS
“Live at KCRW”

Concludiamo questa lunga carrellata di album pubblicati nel 2013 con il live di Nick Cave, registrato per l’omonima Radio di Los Angeles, il quale in fondo non è altro che l’ideale prosecuzione del suo disco di studio. L’interessante è ascoltare la versione acustica di altre note canzoni tipo The Mercy Seat, And No More Shall We Part, Stranger Than Kindness, più qualche altra chicca, le quali alla fine riescono a soddisfare, anzi, si rimane un po’ con l’amaro in bocca per la brevità della registrazione perché si vorrebbe continuare l’ascolto, ma tant’è, sappiamo che i discografici giocano spesso con questi espedienti tipo: aggiungere dei brani nella versione in vinile, e metterne altri nella versione in CD, quasi a voler diversificare il prodotto per obbligare a un doppio acquisto. Ma a noi non ce ne frega niente, quando canta Cave è sempre una gioia per le nostre più recondite emozioni e come tali si distenderanno ossequiose all’ascolto di questo grande artista. Non c’è che dire, un fuoriclasse…

cocktail abbinato “OLD FASHIONED” – (senza tempo)

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Bene
se siete ancora vivi vi rinnovo i miei migliori auguri 

per un 2014 musicalmente entusiasmante

musica e cocktail 2014

Il Barman

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39 thoughts on “I MIGLIORI DISCHI DEL 2013 per il Sourtoe Cocktail Club

  1. Volevo davvero ascoltare il video dei Volcano Choir…ma non me lo carica..Il nome e la descrizione che ne fai mi intrigano parecchio.
    Per non parlare del cocktail associato! Sarebbero proprio da provare!
    Beh un grande anno di musica per tutti i gusti mi pare!
    😀

  2. Si… comunque se vuoi su Youtube puoi trovare l’intero album e verificare se può essere di tuo gradimento, anche se purtroppo l’ascolto della qualità del suono è sempre pessima in rete, e questo è uno dei problemi maggiori degli ultimi anni. Io sostengo sempre che un disco va gustato nella propria casa con un bell impianto (è tutta un’altra cosa), e magari, appunto, con un buon bicchiere da sorseggiare insieme, o un libro vedi tu.
    Un salutone Manu… sei sempre un’ospite gradita!

  3. Io mi chiedo se ha un senso stendere una classifica dei dischi migliori del 2013 -potrei anche dire 2012, 2011 e giù indietro fino ai primi ’90 – se ristretta ai dischi usciti nel 2013. Cioè, non è meglio parlare dei dischi migliori che abbiamo conosciuto negli ultimi 12 mesi? Tanto se un album come Aftershock (che, attento, mi piace) è rappresentativo di questi giorni, allora questi giorni potrebbero essere ben raccontati anche da Ace Of Spades.

    E i dischi di Thompson? Sono sempre belli e anche quest’ultimo lo è -guarda, lo sto riascoltando proprio ora – ma ormai è da anni che sono temporalmente indistinguibili. Comunque “attento alle fauci selvagge del 2014” (o era il 1984? Mah, l’età che avanza… ) buona settimana.

    • infatti non è una classifica, ma proprio come dici tu sono i dischi migliori che io ho ascoltato, chiaramente per le mie coordinate e fondamentalmente (e lo premetto) è il solito gioco di fine anno, forse fine a se stesso, ma ci vuoi fare… mi diverto (e non sono l’unico). Per il resto se vuoi dire che l’album dei Motorhead è uguale a quello pubblicato nel 1980, perfetto, allora con quest’ultimo si sono ripetuti con la qualità di allora. Lo stesso discorso equivale per Thompson, che pare non invecchiare mai.
      Se invece mi vuoi dire che le uscite musicali di oggi non sono paragonabili a quelle di quarant’anni fa, potrei anche essere d’accordo, ma come ho già ripetuto, questi sono solamente i miei migliori dischi dell’anno appena passato, come per altri, ci saranno altri album, altri cantanti che potranno emozionarli. Punto.
      A te non potranno piacere e magari ad altri si. Doppio punto.
      Se poi ci mettiamo a parlare di qualità musicali entriamo in altri territori e in un altro tipo di post, che magari farò (faremo?) in seguito.
      Intanto buon anno… e di una cosa siamo certi: la musica non morirà mai anche se in molti ci hanno messo una croce già da troppo tempo, ma lei non si è mai fermata: “forever young” diceva qualcuno…

      P.S. Altri ancora potrebbero aggiungere la solita frase trita e ritrita: il rock è morto, il jazz è morto, il blues è morto, il punk pure, l’hip hop è a ruota. Il fatto è che i movimenti rivoluzionari hanno sempre una spinta propulsiva che dura moltissimi anni e come tale le sue onde si propagheranno ancora per molto tempo. D’altronde hanno ancora un incredibile successo le mostre degli impressionisti dopo 150anni (nonostante quello che c’è stato dopo). E l’universo… dicono che dopo il Big Bang è da 15 miliardi di anni che è in espansione… Già, ma questo è un altro post.

      Un brindisi… Rock’n’roll will never die !!!!!!!!!!!!!!!!

      • No, no, non mi sono fatto capire. Il problema, per me, non è tanto la qualità che in fondo è una questione di gusti (se a uno non piace l’ultimo Motorhead probabilmente è perché non ama neanche i Motorhead di 30 anni fa ). E’ che nessuno dei dischi di questi anni sembra in grado di dialogare con il proprio tempo. Che cosa ci dicono le canzoni, ad esempio, di Laura Marling sul 2013?
        Al più che quarant’anni fa nessuno avrebbe mai pubblicato un tal disco in un circuito mainstream e in ambito folk avrebbe fatto inarcare qualche sopracciglio, ma qui riparlo di gusti e non è quello che voglio. Ascoltare oggi un album (a mio avviso una spiacevole tortura) come Born In The Usa è anche ascoltare un’epoca, come lo può essere risentire Saturday Night Fever o il primo Doors (come vedi non sto mettendo la qualità come valore discriminante). I National faranno lo stesso effetto fra un paio di mesi?

  4. la differenza principale con 40anni fa è la “rete”: oggi un disco lo conosci già prima che esca e ne hai subito un altro a ruota soltanto un minuto dopo, figuriamoci dopo due mesi (!). E’ cambiato totalmente il lavoro di produzione intorno a un album o a un gruppo, anzi, spesso non c’è neppure, Di conseguenza per rappresentare quest’epoca (come la chiami tu) bisogna calarsi in una dimensione diversa molto legata alla multimedialità strettamente collegata ad internet, ma stiamo parlando di comunicazione a 360°, di lavori a 5 dimensioni, di suoni che spesso non esistono perché sovrapposti dalle immagini, anzi, sono le immagini stesse che prendono il sopravvento, anche sulle parole, soprattutto sulle parole. Non so se chiamarlo, se caos o paradiso, ma alla fine ci sarà sempre qualcuno o qualcosa che ci rappresenterà. Il problema è che lo sapremo fra 40anni, quando qualcuno stilerà una classifica del migliori dischi del 2053 dicendo che nel 2013 si ascoltava ancora della buona musica…

  5. Mi costringi a vivere altri 40 anni. Ma lo farò, per essere lì quando ammetterai di esserti sbagliato. Quello che dici sulla “rete” è naturalmente vero ma cosa c’entra? Io dico solo che per troppa autoreferenzialità di genere, i cantori attuali risultano inadatti a definire i tempi. Che sicuramente, come ogni epoca del resto, ha vari modi per caratterizzarsi. Correnti letterarie, minigonne, telefonini, film horror, auto sportive, ecc. Qualcosa resterà del 2013, la depressione probabilmente e la curiosa constatazione che nessuno è stato in grado di cristallizzarla in tre minuti di canzone.
    Comunque, ora vado ad ascoltare qualche disco del secolo scorso che nel secolo scorso non feci in tempo a sentire. Ciao.

    • sbagliato… le stesse cose le dicevano negli anni 80, da cui purtroppo ne siamo usciti malconci, è vero ma, anche in quel decennio di buio (per la storia della musica), qualcuno ha lasciato il segno, perché vedi c’è sempre in qualche angolo di questo mondo, qualcuno che riesce a decifrare le coordinate del suo tempo; siamo noi che dobbiamo capire le qualità di questo “qualcuno” e spesso non ci riusciamo se non decenni dopo. Tu prima hai parlato di “Born In The USA” dicendo che ha caratterizzato un’epoca, ma allora era incensato da una parte e criticatissimo da un’altra, ora invece si pubblica troppa roba a ripetizione; la rete è un universo colossale dove chiunque può postare il suo album casalingo e aumentare l’offerta dentro a migliaia di altri appassionati. C’è sempre qualcuno che caratterizza un’epoca ma lo sapremo solo dopo, cito per farti capire l’esempio dei Velvet Underground che allora non se li filava nessuno (parlo degli inizi) mentre dopo 20anni erano degli eroi.

      Io Stan penso che sei invecchiato, precocemente forse… e ti lascio alle tue nostalgie, al tuo secolo, ai tuoi ricordi.
      Buon ascolto…

      • Guarda, gli ’80 erano strapieni di gente che musicalmente caratterizzava quel decennio e lo si capiva subito, non è stato necessario arrivare ad oggi per scoprirlo. Che poi allora come ora un fracco di quella roba mi sembrasse orrenda è pacifico ma, scusa se lo ripeto, non è quello il punto. Tu mi tiri fuori i VU. Ma perché? Intanto i ’60 sarebbero stati i ’60 anche senza di loro, nell’immaginario più semplicistico è tuttora così e poi questa cosa è dai novanta che la sento dire per sostenere la contemporaneità ma di geni nascosti io non ne visti. Tu?

  6. Oh, dimenticavo. Oggi è il compleanno di Bowie. Sono sicuro che non mancherai di omaggiare la ricorrenza postando qualcosa di appropriato. Ciao di nuovo.

    • Cazzo… ci avrei giurato che era un capricorno come te, è proprio vero che, chi si piglia si assomiglia.
      Vediamo… avrei tante “lingue” da postare ma si può equivocare pensando al significato che le hanno dato gli Stones, no no non va bene, anzi pensando alla sua carriera magari si equivoca in peggio… Però pensandoci meglio è proprio come te, nel suo ultimo disco è solamente riuscito ha citare se stesso a ripetizione, pensando al suo “glorioso”passato. Lo dico sempre… quando si invecchia si pensa sempre al passato a ai tanti ricordi da cui non ci si riesce a staccare…

      • Anche Lemmy è un capricorno, adesso gli giro le tue avventate opinioni (tu intanto cerca un posto dove nasconderti che sento già arrivare lo Snaggletooth).

  7. io si !!!
    In quanto a Lemmy è la classica eccezione che conferma la regola. Tra l’altro per quanto riguarda l’arrivo del sopracitato “mostro” sono tranquillo perché è soltanto Joe Petagno che ha le chiavi della gabbia…
    Evvvvaiiiii !!!!!!

  8. P.S. Ho citato l’esempio dei VU non perché abbia caratterizzato un periodo storico, ma solamente per il fatto di essere stati innovativi in un momento dove c’era un’altra cultura, infatti, dopo, hanno continuamente cercato dei loro imitatori: “i nuovi Velvet, i nuovi Velvet” ecc… senza accorgersi che c’erano altri nuovi interpreti che erano andati avanti.
    Mi spiace, ma siamo sempre in evoluzione, chi si fossilizza rimarrà sempre nella teca delle esposizioni…

  9. “Scienza è qualsiasi disciplina in cui anche uno stupido di questa generazione può oltrepassare il punto raggiunto da un genio della generazione precedente”
    Comunque, ti ripeto, non è qui che volevo andare a finire, io intendevo questo:
    “… alcune belle arti si sono iperspecializzate. La lavorazione dei vetri Fabergé non aveva rapporto con gli eventi alla corte dello Zar per la quale erano prodotti. I lavori di ceramica della Cina classica non avevano connessione con la società in cui viveva chi le creava. Non puoi ricostruire un epoca guardando un vaso Ming…”
    Questo è Ballard. Io di mio ci metto solo che le produzioni attuali sono più vicine all’Ikea che alla Fabergé. E ora me ne vo’. (se riesci a portarmi un nome recente che possa essere definito genio -pur con tutti i distinguo dell’ambito- ti scrivo una lode ai Black Crowes).Ciao.

  10. tutte le immagini che vedi in questo post sono le rispettive copertine degli album in questione, o “cover” come vengono chiamate, e ogni grafica o foto creativa appartengono al designer della casa produttrice. Le altre foto sparse per il blog hanno l’autore contrassegnato sotto di essa, mentre se vuoi vedere delle mie foto devi cliccare sulle pagine “Libri pubblicati” o “Esilio di sicurezza”: scorrendole potrai vedere dei miei lavori. Comunque grazie del passaggio da queste parti, il mio, è un bar ben fornito, e spero che tra un sorso è una chiacchiera, qualcosa possa attrarre la tua curiosità…

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