ALBERT CAMUS – l’inarrestabile ritorno della peste

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Proprio ieri c’è stato il centenario della nascita di uno dei più grandi scrittori del’900: Albert Camus, uomo straordinario per l’essenza stessa di una scrittura al di fuori degli schemi, per le sue posizioni sempre controcorrente, mai al servizio del sistema o delle mode e soprattutto, sempre a fianco delle persone più umili. Sono proprio state le sue umili origini a decretare il conflitto con gli intellettuali di una certa cerchia elitaria, sempre contraria ai successi di chi veniva dalla povertà, come se questa situazione fosse una classifica da non oltrepassare mai.  Camus invece la oltrepassò senza mezzi termini e il Premio Nobel decretatole a soli 45 anni fu la testimonianza di un riconoscimento straordinario a un uomo straordinario. Non è casuale che il conflitto con Jean-Paul Sartre delineava proprio questo confine tra chi aveva la puzza sotto il naso e chi invece con questa puzza era nato e cresciuto, convincendosi che i poveri erano e sono le persone più vere all’interno della parola con il significato di “anima”. Tra l’altro come conclusione si ottiene che gli scritti di Sartre non li legge più nessuno, mentre Camus è diventato un nome di culto nel campo della letteratura mondiale. Romanzi come Lo straniero, La caduta, la Peste, saggi come L’uomo in rivolta, rappresentano l’oggettiva rappresentazione che, nonostante la sua breve vita (morì a 47 anni per un tragico incidente stradale), quello che ha scritto è rimasto immortale, nonostante sia stato proprio la morte la protagonista della sua vita.

Ed è proprio nel suo capolavoro: La peste, che ritroviamo tutta la metafora del male incentrata sulla malattia dell’umanità, un’epidemia inarrestabile senza una fine, anzi, il suo virus si ripropone sempre più forte e prolifico, mutando il suo aspetto a seconda delle situazioni che si ripetono terribilmente identiche. La storia è ambientata in una sola città, ma in questa città è circoscritta tutta la storia dell’umanità, con le sue devianze. le sue torture, le sue incapacità di rigenerarsi nonostante le tante violenze da cui prendere esempio. Evidentemente il male non sarà mai sconfitto, pronto ad insinuarsi in un’altra città felice: in silenzio prima di urlare, anche se poi alla fine qualcuno si salverà sempre, qualcuno che crede ancora nell’importanza della vita, nella lotta, nella capacità di resistere di fronte alla malvagità umana.
Il bellissimo film di Gianni Amelio: il primo uomo, è stato girato pensando  proprio alla biografia di Albert Camus, registrando e sentenziando che sono probabilmente  i poveri a resistere alle brutture dell’umanità, perché “quello che si impara in mezzo ai flagelli è che ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare…”  Un esempio che traspare soprattutto dentro agli occhi dei bambini, nel passaggio cruento nelle varie età della vita: la guerra d’Algeria è solo un pretesto per parlare della guerra di ogni giorno, di ogni secolo, come se la fanciullezza fosse proprio il cielo da ammirare per una pace duratura. Se ci sarà sempre la morte, ci sarà sempre anche l’amore…

Albert Camus

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