BLACK MIRROR (seconda stagione)

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Questa bellissima serie inglese ideata da Charlie Brooker e composta da tre episodi autoconclusivi, dopo il grande successo del 2012, è ritornata finalmente anche quest’anno, e uso la parola: finalmente, non tanto perché è una delle produzioni più intelligenti del genere fantascientifico (che poi in fondo fantascienza non è, anzi…) ma per il ridotto numero di episodi (tre appunto), i quali ti creano un senso di apprensione tale da farti rammaricare che non ce ne siamo  altri. Chiaramente con questa formula hanno ottenuto una qualità altissima, sia nelle storie della prima stagione, che in quelle di quest’ultima, e in fondo, l’idea che nasce nel concentrarsi sul potere esasperato ed esasperante dei media, rappresentato dalla metafora dello specchio  nero del loro teleschermo e dall’ inquietante trasformazione di noi stessi dentro la sua tecnologia, vuole essere un’indagine (come ho già detto) per niente futuribile, perché questo futuro è già fra noi. Le sceneggiature sono molto efficaci, e al di là di qualche riferimento che inevitabilmente vi potrà ricollegare a delle sequenze già viste in altri film, è tutto molto omogeneo e per niente banale: il senso di attesa che percorre lo spettatore, dalle premesse della storia fino alla sorpresa finale, è veramente di un’intensità tale da mantenere il climax del racconto sempre a metà strada fra curiosità e smarrimento, esaltazione e suspense… mentre il tessuto narrativo non perde mai un colpo.

black mirror - seconda stagione

Il primo episodio: Be Right Back, è la storia di una coppia molto affiatata e della passione da parte di Lui per il mondo di internet, dove posta continuamente video, foto e messaggi. Un giorno però, improvvisamente, Lui muore per un incidente e Lei cade in una silenziosa forma di depressione da cui non sembra uscirne fino a quando una sua amica le fa conoscere un programma che, mettendo insieme tutto il materiale presente nella rete e sintetizzando  le nozioni che il web conosce del suo compagno (come ho già detto postava tantissimo), riesce a riprodurre la sua voce, dialoga, risponde al telefono… se lo chiami di da dei consigli o semplicemente ti sussurra frasi dolcissime. Di questa virtuale presenza, Lei a questo punto non sembra  poterne più fare a meno, a tal punto che diventa una droga vera e propria. Se poi consideriamo anche il fatto che scoprirà inaspettatamente di essere in dolce attesa, la dipendenza a questa voce artificiale diverrà una forma di dipendenza irrinunciabile. Chiaramente per non rischiare l’ossessione, Lei accetta di farsi spedire a casa la seconda parte del “programma”: sostanzialmente un androide con le stesse fattezze del suo compagno. Dalla prima fase di sbigottimento seguirà l’euforia di questa presenza “viva” e della sua molteplicità d’azione, perché parla perfettamente, lava, stira, fa da mangiare, fa l’amore: e anche molto bene perché dura quando vuoi e tutte le volte che vuoi (wahoo !!! potrebbero dire tutte le donne che stanno leggendo questo post). Si ma… c’è un problema: e i difetti ? Si perché a un certo punto la nostra protagonista dice, rivolgendosi all’androide: che Lui durante una particolare azione non si sarebbe comportato così… qui si sarebbe arrabbiato… qui mi sarei arrabbiata io… e via di questo passo. Così arriva la crisi, perché finalmente capirà che non potrà mai replicare la figura di suo marito come lo era veramente, e la sorpresa finale sarà l’epilogo che darà forza alla morale incentrata sui valori della vita e della morte e le sue conseguenze nei labirinti della nostra psiche…
Veramente molto bello, e in fondo, essendoci passato anch’io, è proprio così… si cerca a tutti i costi di mantenere viva la presenza della persona che hai amato veramente, fino a quando la strade dell’esistenza ti faranno capire che un giorno, forse, dopo un bivio così radicale, così intensamente personale, così profondamente interiore, niente può essere come prima. Tutto cambia e tutto si trasforma… e il prezzo da pagare rimane racchiuso nell’intelligenza di ognuno, nella capacità di essere ancora se stesi nonostante il moltiplicarsi degli incroci, nonostante la confusione dello smarrimento, nonostante il senso della perdita da cui non vorresti mai staccarti.

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Il secondo episodio: White Bear è probabilmente la storia più inquietante delle tre. Una ragazza si sveglia in una stanza di una casa che non conosce. E’ dolorante e non ricorda niente del suo passato: unico indizio, una foto di quella che probabilmente potrebbe essere sua figlia insieme a quello che dovrebbe essere suo marito o il suo compagno. Però ha la netta sensazione di essere spiata, infatti, quando con molta circospezione esce dalla casa, scoprirà con orrore che sono molti quelli che la filmano con il telefonino, ma peggio ancora sarà inseguita da uomini mascherati che hanno tutta l’intenzione di ucciderla. Inizia così tutta una serie di colpi di scena a ripetizione basati su questa caccia all’uomo (donna in questo caso), con la variante assurda che, nonostante le sue urla, nessuno sembra voglia aiutarla anzi, aumentano continuamente le persone che la filmeranno con il proprio cellulare. Ho usato volutamente la parola: “sembra”, perché poi non sarà così, ma il tutto procederà verso un epilogo mozzafiato attraverso una conclusione sorprendente quanto allucinata, perché le nostre colpe ci perseguiteranno sempre, senza via d’uscita, al di là del morboso desiderio che hanno gli altri nello spiare le nostre vite, nel voler vedere a tutti i costi la faccia della violenza o la morte in diretta, solamente per un colpo di adrenalina.

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L’ultimo episodio: The Waldo Moment è probabilmente il più bello dei tre: la trama si svolge durante le elezioni suppletive di una contea inglese. L’effetto sorprendente viene radicalizzato da una trasmissione televisiva dove un personaggio animato di nome Waldo (a cui presta la voce e le movenze con un marchingegno elettronico, un comico nascosto dietro le quinte) intervista in maniera molto irriguardosa i vari contendenti politici, e senza peli sulla lingua li beffeggia e li ridicolizza. Il successo di Waldo è così alto da essere proposto dai moltissimi telespettatori come un eventuale candidato alle suddette elezioni, vista la degenerazione della classe politica. Chiaramente gli ideatori e produttori del programma capiscono l’enorme business che si può celare dietro a questa assurda candidatura e dell’enorme guadagno che sicuramente si potrà fare con l’aumentare della fama di Waldo. Il comico che lo muove e lo fa parlare però viene continuamente preso da alterne crisi di coscienza, perché capisce lo scopo meschino di tutta l’operazione. Ma di fronte ai poteri del Dio denaro o peggio ancora di un personaggio che può plagiare la coscienza di massa, niente e nessuno si può opporre: Waldo si candiderà a questa tornata elettorale, e il suo successo nonostante il basso linguaggio fatto di parolacce e di luoghi comuni volgari, è tutto racchiuso nella manipolazione delle idee del popolo e di come in questi tempi dove comanda il teleschermo, tutto si può manovrare indirizzando la banalità come idolo da venerare. E’ vero, a monte esiste la discesa intellettuale verso l’autodistruzione culturale, ma l’idea di una “neolingua” non è mai un episodio casuale, è sempre una precisa e dettagliata costruzione fatta in laboratorio per conquistare il potere. Noi siamo solitamente pedine da convincere continuamente ridotte a nullità e continuamente sostituibili; c’è sempre qualcuno più in alto che vorrà muovere i fili, qualcuno più forte che deciderà i nostri destini.
Chiaramente, ritornando alla trama vera e propria della storia, mi è piaciuta molto una critica che ho letto su un giornale specializzato, dove, nell’enfatizzare il contenuto della sceneggiatura si diceva: un comico candidato alle elezioni politiche, però… che fantasia hanno questi inglesi !!!

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Ritornando a noi  ci rimane la consapevolezza di essere sempre schiavi di qualcosa o di qualcuno; cerchiamo continuamente un’idea di libertà ma inesorabilmente partecipiamo alla fiera delle illusioni. Se invece di utilizzare il mezzo tecnologico per il progresso della nostra specie, lo utilizziamo per banalizzare le nostre vite, non abbiamo scampo. E’ anche vero che fin dalla notte dei tempi l’umanità ha sempre idolatrato questo “qualcuno”, si è sempre schiavizzata dentro a “qualcosa”. Ma perché mi chiedo io non possiamo utilizzare la nostra intelligenza collettiva per il bene di un progresso veramente reale, e non fittizio. Perché non concentriamo i nostri sforzi per un’evoluzione della specie rivolta verso un futuro, dove le innovazioni e le scoperte scientifiche siano concepite per migliorare la nostra vita, e non per “combatterle”. Ora, per non uscire fuori tema, rimane lampante il cambiamento che la società ha avuto in questi ultimi vent’anni: lo “specchio nero” ormai è fuori e dentro di noi, bellissimo e inesorabile, falso e reale, semplice ed inimmaginabile; siamo sempre noi che abbiamo in mano il tasto per cambiare canale o per poterlo spegnere, o per buttarcisi dentro, senza via di scampo…

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link per la prima stagione:

http://www.antoniobianchetti.wordpress.com/2012/12/13/black-mirror-il-futuro-prossimo-venturo/

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16 thoughts on “BLACK MIRROR (seconda stagione)

  1. Ho visto il primo episodio dei tre. É stato davvero straordinario, nel senso originale del termine, ti fa “sentire” l’angoscia scorrere sulla pelle e ti fa riflettere ben oltre i titoli di coda.
    Penso di guardare gli altri due. Grazie della segnalazione!

    • Non so che dirti… io penso che amare è proprio quando riesci a convivere con i difetti dell’altro (che poi noi li chiamiamo difetti ma in fondo sono solamente una delle parti della personalità, o una sfaccettatura dei mille angoli di una persona che ti sta accanto).
      Te lo posso garantire, quando questa persona a te cara, per una qualsiasi maniera scompare, anche i suoi difetti ti mancano. E’ vero, da certi tunnel non si esce… ma come diceva Claudio Lolli in una sua canzone, in un viaggio spesso ti capita di entrare in una galleria con il buio intorno, poi all’improvviso arrivi all’uscita e ti ritrovi in faccia il sole che ti fruga i pensieri, fortissimo, quasi fastidioso, poi ti riabitui a quella che in fondo è la realtà, prima di entrare in un altra galleria…

      • Si, purtroppo lo so che, poi, ti mancano anche i difetti. E’ come vivere sospesi. Fluttuanti tra i ricordi . Consci finalmente del fatto che, infondo, non erano cosi’ insopportabili quei difetti e che, forse, chi se n’e’ andato, lo ha fatto senza lamentarsi troppo dei nostri. Sai cos’e’ questo, barman? Un lento vivere.

  2. Va bene… allora cerchiamo di lasciare la lentezza per essere più realisti, più vicini alle nostre giornate, più veri… Facciamoci sopra una bevuta e aspettiamo il sole. Con la luce tutto acquista uno spessore migliore e noi non possiamo che esserne partecipi…

  3. “L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente.” Leonardo da Vinci
    Ciò che oggi chiamiamo fantascienza, domani potrebbe essere realtà… Affascinate ciò che emerge dalla tua recensione, in genere non amo le serie tv. Vado a cercare.

    • E’ sempre vero, quella che noi chiamiamo “fantascienza”, ha sempre anticipato la realtà…
      Io sono un appassionato di questo genere di “cose”, almeno, quelle intelligenti, come questa per esempio, E in fondo possiamo anche non chiamarla “serial”, perché appunto sono degli episodi autoconclusivi, come i mitici “Ai confini della realtà” degli anni ’60 (anzi di questi parlerò in un prossimo post). Sto balbettando, lo so, ma quando le emozioni sono autentiche incomincio a tremare…

  4. Hai ragione, una serie (a me manca la terza) davvero affascinante.
    Ti ringrazio dell’analisi così ben dettagliata.
    Del tuo pensiero. “Intelligenza collettiva” che proprio con l’avvento delle tecnologie ha reso ognuno di noi (chi più chi meno) malamente unico e sempre alla ricerca di altro. Insomma mi riferisco all’analisi sociale di Zygmunt Bauman sulla liquidità del non pensiero, del non amore e del non sapersi ‘interfacciare’ (si dirà?) in un pensiero globale.Sembrerebbe una contraddizione ma l’agorà virtuale ci allontana col il cattivo uso.

    sherazadetraventoepioggia

  5. Ho visto Orso Bianco.
    Sconvolgente !
    Riflettendo trovo delle affinità con Arancia Meccanica.
    A parte il messaggio sugli strumenti di comunicazione di massa, in questo episodio risalta anche il concetto di libero arbitrio. La vittima supplica di essere uccisa piuttosto che subire tale trattamento.

    Realizzato benissimo, per me è stata una gradevole sorpresa.

  6. Pingback: BLACK MIRROR – 3 stagione – Sourtoe Cocktail Club

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