ARBOURETUM – Coming Out Of The Fog

3-arbouretum

Di questo gruppo di Batilmora possedevo soltanto il loro secondo lavoro: “Rites Of Uncovering”, perché ad un certo punto mi sembrarono ripetitivi nel proseguire quella loro miscela un po’ folk e un po’ stoner, davvero strana e dal fascino ipnotico. Però la bellezza della copertina di questo ultimo album: “Coming Out Of The Fog”, mi ha schiodato dai dubbi convincendomi  ad acquistarlo, e in fondo non ho fatto male… anzi.  La critica lo ha già definito uno dei probabili migliori album del 2013, forse esagerando, anche perché la mancanza di capolavori spesso incide parecchio sulle decisioni degli utenti; ecco perché a volte un po’ frettolosamente si vuole fare delle classifiche in anticipo. In fondo, questi ragazzi continuano senza sosta nella loro cifra stilistica, cercando di proseguire il guado fra passato e futuro come se il presente fosse un enorme lago stagnante, e su di esso, il loro vagare diventa estasi di un abbandono sognante e melanconico, dove insicurezza e paura convivono perennemente di fronte alle vastità del creato. Ed è proprio su questa situazione predominante che l’ignoto ha sull’uomo che si dipanano i suoni e  i testi delle loro canzoni: melodie lente e trascinate nei luoghi dove non esiste la fretta, ma un tempo infinito dove perdersi e sparire.

Arboretum band

The Long Night, la prima traccia, si apre subito con un cantato che ricorda non troppo vagamente le armonie dei Fairport Convention. Il secondo pezzo: Renouncer, rinnova le stesse cadenze ma si aggiunge e si impone  una chitarra pigra e potente al tempo stesso, senza nessuna sbavatua che lentamente penetra fino alle ossa scomodando i più oscuri Black Sabbath. Sempre la chitarra apre lacinante la terza traccia: The Promise, evocando ancora i fantasmi di un Richard Thompson sotto  cascate  doom-stoner a cui si aggiunge,  nel suo delirante finale, il rumore di una sega circolare tanto efficace come fastidiosa, miscelando in un’atmosfera industrial, brividi irritanti e convincenti per il messaggio che si vuole far passare. Il quarto pezzo, Oceans Don’t Sing, è formalmente una pausa di dolcezza dopo tanto buio, come se le nubi si fossero diradate per un attimo. Una slide percorre territori a metà fra le ballate country e le galoppate verso orizzonti che ci aspettano dentro a tramonti mozzafiato, fintanto che le chitarre elettriche inseguono il vento. La quinta e la sesta traccia: All At Once The Turning Weather e World Split Open, sono l’una la gemella siamese dell’altra, due pezzi che si compenetrano e si respingono a vicenda; mentre il cantato prosegue nel suo delirio narcotico, le chitarre si fanno più pesanti e distorte dove fa capolino il Neil Young più notturno e viscerale. Un fuzz-rock vicino  ad uno slow-core dalle cadenze quasi marziali mentre il cantato del leader Dave Heumann evoca ancora lo spettro di Richard Thomson, ideale maestro e guru mediatico dentro a un’atmosfera acidata. E quest’anima psichedelica si ripete nella brevissima settima traccia, Easter Islad: 2 minuti e 40 di mantra psych devastante e incessante come un uragano sonoro e distorto. Una brevissima tempesta prima della successiva quiete: Coming Out Of The Fog, l’ultima traccia, quella che da il titolo all’album, una dolcissima ballata fin troppo scontata e ripetitiva costruita tutta intorno ad una pedal-steel e una slide banalmente predominante. Forse, “uscendo dalla nebbia” il sole è quello che vediamo ogni mattina, e allora le nostre espressioni sono quelle di sempre, i nostri atteggiamenti ripetono quelli del giorno precedente senza convinzione, e la bellezza, per quanto visualizzata come un dono, rimane  inarrivabile di fronte al timore panico verso la natura. Se siamo così piccoli, non ci rimane che sospirare…
A questo punto però ci si aspettava qualcosa di più. Si rimane come se mancasse qualcosa: un punto sospeso indecifrabile. E’ come se qualcuno si fosse messo sopra a un’ altura e avesse delirato di fronte a un panorama. Scogliere nordiche avvolte nella foschia dove ogni tanto subentra la luce e basta. Un poeta che declama i suoi versi in mezzo al nulla e a un certo punto getta i suoi fogli e se ne va. Un gabbiano che stride in cerca di cibo nella speranza di sentircelo dentro con un canto sublime e invece rimane tale, come uno spazzino, Non lo so, forse vogliamo troppo dagli artisti, ma un capolavoro per essere tale deve raggiungere altre altitudini, altri orizzonti fino allo sfinimento. Comunque non fraintendetemi, si vive in una sorta di elogio alla lentezza e come tale va gustato… pienamente

cocktail abbinato: “Screwdriver” – (lavori di cacciavite)

 

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