MARK LANEGAN BAND – “Blues Funeral”

mark lanegan - blues funeral

Questa lunga retrospettiva musicale sui migliori album che ho acquistato nel 2012, era d’obbligo iniziarla con questo Funeral Blues di Mark Lanegan, un titolo metaforico che sostanzialmente rappresenta lo scorrere di quest’anno che, personalmente, sarà difficile da dimenticare. Per altri invece potrà o potrebbe sembrare un titolo banale ma, il contesto scelto è proprio quella vitalità che la musica infonde a livello emozionale, anche per esorcizzare la morte, soprattutto intorno alle tematiche che  il blues appunto, storicamente contiene e che di pari passo ha seminato e raccontato in tutto il percorso musicale americano. Metafora dicevo, perché in effetti il blues qui è solamente un idioma sporcato dalla voce roca del leader che, pescando  nei suoi contenuti letterari, alla fine entra nei territori di un rock sanguigno e viscerale con la sorpresa dell’utilizzo di molta elettronica. E arriviamo subito al dunque: quando comprai il disco, uscito a febbraio, rimasi colpito dalla bellezza delle melodie ma al tempo stesso un po’ deluso per l’eccessivo lavoro di produzione, quasi a voler rendere il tutto ruffianamente piacione e da classifica, soprattutto per le nuove generazioni. Infatti l’utilizzo dell’elettronica è esagerato e a mio avviso ha impreziosito troppo ogni traccia. Il tempo però, si sa, è galantuomo, e dopo mesi di stagionatura accompagnate dalle esibizioni dal vivo, sicuramente più autentiche,  sporche e dirette, ho incominciato ad apprezzare pienamente questo che sicuramente è a mio avviso, uno degli album dell’anno. Bisogna anche precisare che Blues funeral è uscito dopo ben 8 anni dall’ultima incisione firmata Mark Lanegan Band: quello splendido “Bubblegum” che tanto aveva fatto parlare di sé, nel bene e nel male, ma che, come sempre, aveva portato questo artista di culto verso le vette che meritava. Da allora e come sempre, si è disperso in mille collaborazioni ma nello stesso tempo ha anche sperimentato tutte le alternative del suo duttile e volubile talento: dalle Desert Session   all’organico dei Queen Of The Stone Age, alle esperienze con l’amico Greg Dulli culminate con i progetti Soulsavers, Twilight Singers e Gutter Twins, fino ai tre dischi incisi con la bellissima Isobel Campbell. Di conseguenza era talmente alta l’aspettativa che i primi giudizi, fortunatamente, si sono poi stemperati nella bellezza estrema di queste ballate senza tempo, storie di fantasmi e amori complicati, tanta polvere nelle strade e negli occhi di ognuno di noi, come questo presente che penetra dentro ai vestiti e ci da fastidio e irrita, continuamente, fino alla ribellione, fino alla rassegnazione: “…se le lacrime fossero liquore / mi sarei ubriacato fino a morire…” perché si può reagire da perdenti o da vincenti ma, l’estasi del fuoriclasse, si percepisce anche nella sconfitta o quando per passione, si declamano e si cantano le vicende di mille uomini, anche dalla camera di un ospedale con vista sul porto, per passare poi dagli spazi ristretti della follia quotidiana agli eccessi infiniti degli orizzonti che non lasciano scampo: smarrirsi e ritrovarsi, per poi tornare a sognare. 
Accompagnato dal solito manipolo di amici: Alain Johannes (Elever); Jack Irons (Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers); Greg Dulli (Afghan Whigs); Josh Homme (Kyuss, Queen Of The Stone Age); Martin Lenoble (Porno For Pyros); David Catching (The Ringlis Sisters, Eagles Of Death Metal); e poi ancora Aldo Struyf, David Rosser, Duke Garwooud, Chris Goss e Shelley Brien; la Mark Lanegan Band sciolina un sound potente e catartico, talmente pieno di suggestioni da impreziosire il deserto più arido,  fino al punto dove, la ricchezza degli arrangiamenti, condiziona gli sguardi di questi panorami: ciò che un funerale blues può portare nella melanconia, qui diventa una festa di fiori per essere profumo e colore del nostro sentimento. Ci alziamo di scatto dalle nostre sedie dove eravamo sprofondati in mezzo al dolore e iniziamo a cantare. La nostra rinascita è racchiusa nel potere epico delle canzoni, perché se un funerale è un saluto (qualcuno dice l’ultimo), in realtà è un augurio di ritrovarsi a festeggiare in un altro luogo, in un’altra vita.

cocktail abbinato: “Martini Dry” – Agitato non mescolato

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