IL “VIAGGIO” DI TONINO GUERRA

Il “viaggio ” di Tonino Guerra è terminato (o è iniziato) settimana scorsa. Ottimo scrittore, gran sceneggiatore di film famosissimi ma, soprattutto, grandissimo poeta. Ed è proprio la sua produzione letteraria che dovrebbe essere ricordata di più, marginalizzata da una cultura corrotta, egocentrica di fronte alle liriche dialettali. La poesia di Tonino Guerra era ed è scritta come una lunga canzone, in quella lingua “romagnola” composta di suoni e note piene di colore, dalle infinite sfumature. Giornali e telegiornali hanno insistito troppo sul suo conosciuto spot pubblicitario, come se il presente fosse il solito mondo di persone schiavizzate dalle immagini. Eppure c’è ancora qualche persona che piange o che ride di fronte a una poesia, come quella celeberrima dove descriveva di capire cos’era la libertà, soltanto quando, uscito dal campo di prigionia dov’era detenuto durante la guerra, vide una farfalla, e non ebbe voglia di mangiarla. La sua umanità era autentica, come il mondo in cui viveva e di cui faceva parte.  Io ho sempre diffidato di quei seguaci che utilizzavano le sue parole per riempirsi la  bocca. Se Tonino diceva “com’erano belle le osterie di una volta”, anche loro lo dicevano senza magari averle mai viste, senza sapere che il mondo contadino che le popolava, era un mondo fatto di fatiche quotidiane senza fine e di angoli ristretti dove perdersi. Ogni generazione ha il suo mondo da abitare

“L’ aria l’è cla ròba lizìra / ch’la sta datònda la tu tèsta / e la dvènta piò cèra quant che t’ròid”  (L’aria è quella roba leggera – che ti gira intorno alla testa – e diventa più chiara quando ridi). E’ questo il mondo semplice e schietto di Tonino Guerra, un mondo carico di allegria e di tanti ripensamenti sul passato e i cambiamenti del tempo, e della sua gente che non ha mai dimenticato. A me piace ricordarlo con il suo poemetto “Il viaggio”, pubblicato da Maggioli Editore nell’ 89, dove si narra di una coppia di anziani i quali, finalmente, decidono di “intraprendere” un  viaggio che, a piedi, li porterà dall’ appennino romagnolo fino al mare, che in vita loro non avevano mai visto, distante appena trenta chilometri, e di cui avevano soltanto un’ idea favolosa, ricavata dai racconti di una pescivendola che un tempo arrivava da loro in bicicletta. E durante questo cammino popolato da incontri inusuali e comici, una sorta di “amarcord” di tutta un’ esistenza, si evidenzia quella voglia di essere a metà strada fra la realtà e la fantasia: un mondo luminoso, sotto l’opaca cenere della superficie, che cerca soltanto degli occhi che lo sappiano vedere. Infatti, poi, quando i due vecchi arriveranno finalmente al mare, lo troveranno avvolto nella nebbia; così, senza capire bene dov’erano finiti, insieme ai loro sogni, ci si immergeranno, abbracciandosi. Metafora della vita e della morte e dell’ incognita che ci aspetta dopo. Anche il viaggio di Tonino è terminato, e non sappiamo se continuerà oltre il mare e la nebbia che l’ avvolge, ma di sicuro, continuerà dentro di noi.  “Lòt lòt, lòt lòt, i è arivàt a mètsi disdài / sòura la sabia sòtta e i stèva si òcc / a guardè dròinta la nèbbia in dò che fèva piò cèr / e Rico u i gèva d’avài pazinzia / che da un mumènt a cl’èlt l’ aròiva e’ mèr”  (…piano piano sono arrivati a mettersi a sedere – sulla sabbia asciutta e stavano con gli occhi – a guardare dentro la nebbia dove faceva più chiaro – e Rico le diceva di avere pazienza – che da un momento all’ altro arriva il mare)

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