I MIGLIORI DISCHI DEL 2011 per il sourtoe cocktail club

Lo so… le classifiche lasciano sempre il tempo che trovano, però mi piace; e per un appassionato come me di musica la cosa mi stuzzica sempre. Anzi, ho usato la parola “appassionato” ma, sarebbe meglio usare la parola “malato”. Di dischi in un anno ne compro tantissimi, di conseguenza le mie scelte sono le scelte dei miei acquisti, e basta. Prendetele così, e devo dire che quest’anno nel campo del rock’ n ‘blues (che poi è il mio settore preferito) non ci sono state a mio avviso delle uscite eclatanti (poche… a dir la verità), di conseguenza nelle mie scelte ho compreso anche “fusion & soul” schiacciando l’ occhiolino anche al jazz, perchè oltre questi confini la qualità non manca mai.

I migliori dischi del 2011 – parte  1
(10 scelte di generi diversi e di alta qualità)

I migliori dischi del 2011 – parte  2
(10 scelte per un pubblico di esperti e di massima qualità)

I migliori dischi del 2011 – parte 3
(10 scelte alternative che vanno da frikettoni nostalgici
a competenti veri e propri… con un’ ultima pazzia)

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Schede sigole disco per disco

 

Sean Rowe – “Magic”

Nelle classifiche di mezzo mondo non c’è traccia di questo bellissimo lavoro: album d’esordio di questo songwriter newyorkese, confezionato e prodotto in maniera impeccabile. Eppure vi posso assicurare che durante il suo ascolto vi verrebbero i brividi. Non mi piace fare inutili paragoni ma, dovete immaginarvi il Tom Waits degli esordi, con l’ occhiolino schiacciato a Van Morrison, Al Green e Gil Scott-Heron; una copertina pastellata che ricorda le visioni oniriche di Folon, ed ecco un insieme di tracce intense e passionali, che presto assumono la dimensione personale e timbrica di questo cantautore non improvvisato.
Di lui esiste un altro progetto datato 2003, un fantomatico “27” che probabilmente è soltanto “leggenda”, e un insieme di collaborazioni con una lunga gavetta nei locali di mezza America.
Questo album, registrato in un edificio abbandonato di Troy (un sobborgo della sua città natale: New York, appunto), riesce ad unire l’ eco suburbana di una grande metropoli con la poesia delle emozioni, all’ interno di melodie orecchiabili e avvolgenti che non vi stancheranno mai. A volte, qua e là, qualche passaggio tradisce un “già di sentito” ma, non si arriva mai al plagio, anzi, si respira la sua bravura con un piacere nell’ ascolto da lasciarvi stupiti.

cocktail abbinato:  “Old Fashioned” – (senza tempo)

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Black Keys – “El Camino”

A detta di molti i Black Keys sono il gruppo del momento, e rappresentano l’ anima del volto nuovo di un rock ‘n ‘blues rivoltato e rimasticato in maniera originale e divertente. Reduci dall’ acclamato “Brothers”, dello scorso anno, continuano la loro cavalcata sonora, ripescando nel repertorio dei loro lavori più vicini alle radici di questo tipo di musica, e realizzano un album ritmico e dinamico dal clima surriscaldato e febbrile, e da un insieme di canzoni un po’ “piacione” e un po’ “ruffiane” che però rimangono dentro la testa e non se ne vogliono andare, fino a fischiettarle per tutto il giorno.  L’ unica cosa che non posso pergonargli è il plagio di “Stairway To Heaven” (ma dico io, non potevano copiare una canzone meno famosa). E’ vero che i Led Zeppelin sono sati dei copioni di professione e hanno costruito la loro carriera saccheggiando il repertorio blues dei neri d’ america, però c’è un limite a tutto, e quello che bisogna dire va detto, anche perchè non l’ho letto da nessuna parte, nemmeno nelle riviste di un certo spessore musicale (perchè ?). Comunque, il resto del CD è notevole, e come ho già affermato, molto divertente, a tal punto di farvi ritornare di buon umore anche nei momenti più bui: immaginate di ritornare a casa dopo una giornata di lavoro stancante e nevrotica, verso sera, la giornata è uggiosa, piove e c’è un inizio di nebbia, ebbene, se inserite nel vostro lettore-auto “El Camino” vi ritroverete a ballare sul sedile sculettando senza sosta, e improvvisamente ritroverete la vostra gioia di vivere. Vi sentirete talmente su di morale ed eccitati, che poi, arrivati a casa, magari ci scappa anche un colpetto con la vostra compagna (!). Beh… ragazzi, mica male no !!!

cocktail abbinato: “Americano” – (idee rubate)

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Jonathan Wilson – “Gentle Spirit”

All’ inizio, l’ approccio a questo album, lascia un po’ perplessi, perchè nelle prime 4 tracce si sentono echi troppo espliciti ai Crosby, Stills & Nash più intimisti, al Fred Neil più ispirato, a Jackson Browne e addirittura agli America. Poi improvvisamente dalla quinta traccia in avanti, le canzoni prendono una piega decisamente più personale e autonoma e, brano dopo brano, un crescendo inarrestabile di autentica bellezza vi rapisce senza sosta fino all’ ultima canzone: “Valley Of The Silver Moon”, di oltre 10 m’, da lasciarvi senza fiato (e a questo punto io mi chiedo: perchè hanno pubblicato quelle prime 4 tracce ? E perchè proprio le prime che costituiscono la base portante dell’ album, e non disperderle all’ interno del lavoro ? Non essendoci note di copertina presumo che sia un omaggio agli eroi del “nostro”, ma tantè… ah ! se c’era ancora il vinile, e se sta ritornando di moda, che arrivi in fretta…). Comunque dimenticatevi questa parentesi e concentriamoci sul CD: costruito su un tessuto chitarristico di notevole spessore che varia dal folk allo “space” senza mai lasciarsi andare a inutili virtuosismi, il tutto è legato a un cantautorato che diventa un tutt’uno con la musicalità dell’ insieme, anzi, il tessuto narrativo rimane circoscritto all’ interno di un lirismo decisamente poetico, senza mai trascendere in inutili sdolcinature, perchè la bellezza è sintesi di una semplicità data dal talento e dalla voglia di commuovere con le proprie storie quotidiane, che dalle metropoli scendono nelle sue infinite strade fino al Laurel Canyon della nostra immaginazione. Ciò che è sussurrato è parte di noi stessi, un eco che ritorna nella nostra memoria disseminata di cieli stellati e percorsi polverosi, il passato e il futuro concentrati in un presente lisergico dove, quel breve momento dell’ abbandono, è solamente il viaggio verso  una vera e autentica ricchezza.

cocktail abbinato: “Easy Rider” – (voglia di libertà)

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Carlot-ta – “Make Me A Picture Of The Sun”

In rete troverete esaltazioni all’ esordio dell’ inglese Anna calvi, o di Adele, o degli Austra con la sua vocalist Stelmanis, oppure elogi al ritorno di Kate Bush o di Mina; io invece voglio premiare l’ esordio di questa giovane artista italiana, che ha avuto il coraggio di mettere in musica testi di Charles Baudelaire, di Emily Dickinson, di William Shakespeare e di William Blake; di adattare poesie di Jaques Prévert e  Thomas Eliot, e di confezionare un album che trasuda lirismo da ogni spiraglio che lo compone. Voce straordinaria, intensità non da pochi, costruzione del tessuto narrativo fatto con autentica passione, al punto che preferisco le versioni fatte per “piano solo” che con il resto della strumentazione, la quale a volte eccede negli arrangiamenti “offuscando” la bellezza della poetica complessiva (è comunque un mio parere). Il tutto aleggia sopra un territorio fiabesco che alterna prospettive oniriche deformate da una realtà in bianco-e-nero. Ed è proprio la ricerca del colore perduto il diaframma che amplia le sue misure per fermare le impressioni di un istante. La fotografia della vita può essere l’ albero che cresce lentamente dentro di noi, con il nostro calore, con il nostro sole inventato: disegnato per illuminarci, sviluppato quasi per sovraesposizione, quasi ad indicarci una luce diversa. Il tutto è autentica poesia che scivola via attraverso la sua ricerca d’ avanguardia. La nostra attrice può anche bendarsi gli occhi, immaginarsi all’ interno di una scatola di sogni personali, dipingere il suo mondo sopra paesaggi di velluto nero; ma ogni suo passaggio, ogni sua nota, ogni sua carezza vocale, ogni suo dolore intonato, è un altro mondo che noi immaginiamo, partecipi a questo album di schizzi veloci e affreschi profondi dove si alternano gioia e disperazione.
Paragonata a Tori Amos, a Emiliana Torrini, a Regina Spektor, o anche a Cocorosie e St. Vincent, io penso che non debba dare credito a nessuno perchè al secolo lei è Carlotta Sillano, e il suo nome non deve essere spartito con nessun altra. E’ proprio per questo che mi sono chiesto perchè si è firmata con lo pseudonimo di Carlot-ta, direi un po’ bruttino per un artista con le sue pontenzialità (è vero che c’è un’ altra “Carlotta” in giro per il mondo ma non ce ne frega niente). E’ molto meglio il titolo scelto per il suo myspace: “Fromthecarlottahotel” (almeno nel leggerlo non ci viene il singhiozzo). Spero che per i prossimi suoi lavori scelga un nome da grande artista, perchè di grande artista si tratta.

cocktail abbinato: “Mojito” – (un incantesimo)

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The Walkabouts – “Travels In The Dustland”

I Walkabouts sono ormai una certezza del panorama musicale mondiale, essendosi divisi fra America ed Europa in maniera intelligente, e dopo oltre 25 anni di carriera, con alle spalle una lunghissima serie di album sempre di buon livello e mai banali, anche questa volta, registrano e pubblicano un lavoro di ottima fattura, che si accosta a dischi precedenti quali: “Nighttown” e “Trail Of Stars”, sicuramente da rivalutare e troppo frettolosamente depenalizzati dalla critica.
Dopo sette anni di silenzio (silenzio per modo di dire visti i lavori solisti dei nostri, fra cui va segnalato “The Last Side Of The Mountain” di Chris Eckman, dedicato al poeta sloveno Dane Zajc), dopo sette anni dicevamo, dall’ abrasivo “Acetylene”, torrido e bellissimo album di folk-rock che, se non fosse uscito in questi anni dove si pubblica di tutto in maniera sconsiderata e a quintalate,  sarebbe sicuramente considerato uno dei grandi album di sempre. Di conseguenza dopo tale capolavoro, la pausa di riflessione è stata salutare vista l’ intensità di questo “Travels In The Dustland”.
La formula vincente dei Walkabouts è sicuramente l’ alternarsi delle voci dei due leader: Chris Eckman appunto e la sua compagna Carla Tongerson, che rappresentano a modo loro le due facce della vita: l’ ombra e la luce, la rabbia e la dolcezza, l’ indignazione e la perdita. Ed è proprio da questo splendido sodalizio artistico che  si susseguono le undici tracce del viaggio nel “paese della polvere”, un paese dove il deserto è reale e metafora al tempo stesso. Le storie non sono più elegie della grande depressione, perchè ora, di grande depressione c’è ne un’ altra, attuale, feroce, devastante, che accerchia ognuno di noi:  insistente, implacabile. Una crisi mondiale che i Walkabouts la sentono e la cantano attraverso i territori della loro anima, con il vento sempre presente, con le loro storie quotidiane, con le loro strade da percorrere: tortuose, asciutte, senza fine. I loro personaggi vivono e muoiono come eroi semplici, dimenticati, abbandonati.
Il tutto è costruito intorno ad un suono più raffinato e poetico dell’ album precedente, ma il loro rock alternativo eccelle ovunque, da qualsiasi parte lo si senti; perchè il loro mestiere, la loro immensa classe, riesce a produrre episodi straordinari intorno ad una aggressività questa volta latente ma, pronta ad esplodere dentro di noi, con una carica emotiva talmente estesa da immedesimarsi nella letteratura che evoca. Tanta poesia delle suggestioni, tanti paesaggi lirici solcati da lacrime e dolori, tanta rassegnazione, malinconia, e una speranza dietro l’ angolo, sempre una speranza. Non è una questione di polvere o uragani, o fatiche ma, di melodie che rapiscono l’ anima e ci sbattono in faccia, con la potenza della musica, il deserto che spesso è dentro e intorno a noi, in questo vuoto culturale che ci circonda. Se a questo aggiungiamo la grafica della confezione sempre ben curata come nei dischi prededenti, capiamo come i nostri protagonisti sono maestri di stile in tutti i sensi, come i versi delle poesie di Paul Bowles, di Willa Carhter e di William T. Volmann che accompagnano le liriche delle canzoni insieme alle ipnotiche foto ad esse accostate.
Senza dubbio, nel suo genere, uno dei migliori albun dell’ anno

cocktail abbinato: “Long Island Ice Tea” – (la classe non è acqua)

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Fucked Up – “David Comes To Life”

Questo sestetto canadese, dopo un serie di interessanti progetti, si ripropone con questo sorprendente lavoro: una sorta di opera-rock divisa in quattro parti (come nei vecchi vinili), dove riesce a coniugare gli echi che partono dagli Who fino al ruvido hardcore degli Husker Du, passando per il punk più viscerale dei Sex Pistols. E centrano il bersaglio.
I componenti del gruppo, già teatrali dai loro nomi (Gulag, Pink Eyes, Young Governor, 10.000 Marbles, Mustard Gas and Mr. Jo), ci propongono un insieme di tracce (18…) impegnative e coinvolgenti al tempo stesso, dove si narra la vicenda e l’ amore di un operaio di una fabbrica di lampadine (la luce è sostanzialmente la metafora di tutta la trama) verso una ragazza eversiva che muore durante una rappresaglia, e del coinvolgimento di Lui intorno a questa morte. I tentativi per dimostrare la sua innocenza, rappresentano, oltre ai ribaltamenti dei ruoli all’ interno di una società fascista, la ricerca della verità per un ideale di giustizia: l’elaborazione di una perdita per ritornare ad amare la vita. Detto così, semplicisticamente, non dice niente, ma il tutto tiene ed affascina dalla prima fino all’ ultima canzone. La carica adrenalinica dell’ insieme è un martellante incedere dalla forza devastante che ruota intorno alla voce roca del leader, ed ai contraltari vocali  femmili fino ai dialoghi intessuti nella narrazione. Gli si può rimproverare soltanto una certa ripetitività di fondo, ma i quattro atti scivolano via vorticosi e inarrestabili intorno a un tessuto sonico lacerato dalle chitarre in continua ebollizione, da una base ritmica incessante come lo scoppio di una mitragliatrice allucinata, e da un insieme di vortici verbali e strumentali che non lasciano scampo: vittime e carnefici sono trascinati all’ inferno dentro a un gorgo di boati acidi in un’ atmosfera solforosa. L’ ascoltatore non ne uscirà indenne, prostrato e ammaliato da questo orgasmo senza fine.
Presentato al pubblico anche con un spettacolo recital-teatrale questo lavoro vuole essere un omaggio al passato del rock, cercando di incunearsi in un presente dove la confusione musicale regna sovrana, e ci riesce pienamente, caricandoti in senso positivo e simbolico, lasciandoti dentro quella vitalità ritrovata attraverso i messaggi sonori di un’ idea: troviamo la luce e riprendiamoci la vita… viva la vita !
A questo punto i più maliziosi di voi, ricordando come finiva la recensione del CD dei Black Keys, penseranno che tornando a casa ci potrebbe scappare un secondo colpetto con la propria compagna ?  Va beh ragazzi, non rompetemi le palle… ognuno ha il proprio viagra personale, buon ascolto.

cocktail abbinato: “Bouncing Bomb”  (l’ arsenale)

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Boris Savoldelli – “Biocosmopolitan”

Anche questo interessante lavoro del “vocalist” bresciano Boris Savoldelli è rimasto circoscritto nel circuito degli addetti ai lavori, essendo un genere musicale, a parte le performances di Bobby McFerrin, non sempre seguitissimo. Non è un caso che ho fatto molta fatica ha procurarmi il CD, nonostante la sua sorprendente bellezza.
Molto più conosciuto all’ estero che in Italia, e dopo una serie di lavori sperimentali, Boris questa volta confeziona un album di una squisita fruibilità e, avvalendosi intelligentemente dell’ apporto musicale di ospiti importanti: Paolo Fresu alla tromba e Jimmy Haslip al basso elettrico (tanto per citare alcuni nomi) sciolina 16 tracce godibilissime.
Il tessuto musicale, che si inoltra in maniera originale nella forma canzone, unisce le dimaniche della voce con i pochi strumenti che l’ accompagnano, muovendosi in un ambito di ricerca sonora che seduce l’ ascoltatore. Il tutto si lascia andare attraverso dimensioni esteticamente jazz, anche se il percorso entra in territori “altri”, per essere nello stesso tempo gioia e avanguardia, fascino e divertimento, ritmo, colore e immaginazione.
Nulla è casuale, perchè l’ improvvisazione qui lascia spazio a una estetica di ricerca veramente notevole: la voce come strumento principe dentro e oltre la scala delle sue tonalità, e gli altri strumenti come voci del coro che le stanno intorno, e poi ancora la voce, come ritmo e dinamica di una melodia.  E’ infatti la melodia il punto d’ arrivo di tutte le canzoni, scritte con liriche cantate sia in inglese che in italiano, e a volte con i due idiomi linguistici che si alternano a vicenda nello stesso pezzo. Una melodia che inizia e s’ interrompe, riparte e si riapre e ricomincia ancora per essere parte integrante dell’ intero progetto.
Forse il minutaggio del CD è troppo lungo, eccedendo alla fine in circuiti sonori concentrici che vorrebbere a quel punto una variazione diversa, per non ripetersi nei cliché che la “voce”, le “voci”, continuano ad intraprendere. Però come ho gia detto il tutto è godevolissimo, e si lo può ascoltare sia in auto che a casa o dove lo vorrete, perchè “la musica che gira intorno”, o se proprio volete fare i difficili: “la voce che vive intorno”, gira davvero, e non potrà che avvolgervi e abbracciarvi, in maniera spensierata.

cocktail abbinato: “Una birra media”  (finalmente un sorso)

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Exploding Star Orchestra – “Stars Have Shapes”

Rob Mazurek è uno dei compositori di musica moderna tra i più apprezzati e in questi ultimi anni lo ha dimostrato in maniera intelligente, variando i suoi progetti, senza mai ripetersi o ripiegarsi su un tipo di ricerca musicale concentrica. La sua è un’ esperienza aperta, dinamica e sicuramente convincente: dai territori jazz del collaudato Chicago Underground Duo fino ai ritmi vibranti del Soa Paulo Underground Combo; dallo sperimentalismo dell’ ensemble Starlicker all’ esperienza totale di questa Exploding Star Ochestra, dove riesce a costruire intorno al suo progetto, un respiro epico che definire “monumentale” non è affatto un’ esagerazione. Soltanto a leggere i componenti di questa orchestra vi verrebbero i brividi, e vi voglio risparmiare questa emozione (se volete cercarli in rete e siete curiosi,  potete farlo quando vorrete), perchè la bellezza di questo CD e l’ esplosione musicale che ne deriva, e che vi risucchierà senza speranza come un vortice.
Se deve nascere un nuovo universo, è giusto che sia la musica ad essere nello stesso tempo matrice e divinità, luogo dell’ essenza e spazio da conquistare, da riempire con la vita e la poesia: creatrice e “creatore”  dei mondi che ci aspettano, e che saranno nostri, solo per noi, fruitori di quest’ elemento organico in continua ebollizione; allora è giusto che sia così enorme e così libera da ogni immaginazione.
Se questa  stella deve esplodere, se queste stelle devono prendere forma, ironicamente il primo movimento: “Ascension Ghost Impression /2”, si apre con il fischiettio di un qualcuno non bene identificato (l’ artista creatore ? un Dio spensierato in fibrillazione ? un passante disattento ? un apprendista stregone dilettante ?): un attacco semplicissimo prima dell’ allucinata visione che ne segue. Il resto del pezzo della durata di 20 minuti, non è un big bang  devastante, ma un lento delirio del caos sommerso da continue ondate elettroacustiche. Non si sente il boato ma, forse, quello che c’è stato dopo, fedele al primo concetto della termodinamica dove, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Infatti in questa prima traccia, la “vita” è un gorgoglio di suoni che si confondono e si annullano a vicenda all’ interno di un magma capovolto. Gli strumenti sono sopraffatti dalle folate-noise e free che emettono in continuazione dove la vita fatica ad emergere, ancora concentrata nell’ essenza primordiale che le ha dato origine, ma pronta allo slancio verso la sua inesauribile bellezza, infatti, dopo che un suono di tromba riesce ad emergere sublime dall’ ondata di ritorno, il secondo movimento: “ChromoRocker”, è  la reazione scomposta a questo desiderio di vita che vuole a tutti i costi conquistare se stessa ma, brucia le tappe troppo in fretta, e nella frenesia di correre sfrenata: esagera, e il pezzo si interrompe di colpo. Inizia così con il terzo movimento: “Three Blacks Of Light” di 18 minuti, dove questa energia ricomincia ancora da dove era partita, ma con una certezza in più, gli strumenti ora s’incominciano a distinguere ad uno ad uno per sopraffarsi di nuovo e riemergere ancora, all’ interno di un trip sonoro che utilizza anche delle registrazioni sul campo di varia provenienza (tipo la pioggia amazzonica paragonata come suono ad uno sciame di anguille elettriche), e dentro a questo nuovo fiume di lava, il fuoco lascia spazio, lentamente, alla prima sintesi della materia: l’ aria, l’ acqua, la luce, pronte per dare origine alle prime forme in embrione. Le tonalità si scambiano le loro cellule per comporre una serie di organismi capaci a loro volta di aprirsi ad un successivo slancio, e il respiro sonoro dell’ insieme trasporta dentro al fascino inquietante e suggestivo di una nuova era. L’ ultimo movimento: “Impression /1” è l’ esaltazione di questa conquista, il cammino avvincente della vita che ora non si può fermare all’ interno dei bagliori solisti dei vari strumenti che, si evidenziano in maniera più netta e “rigogliosa”, liberati da una scrittura contemporanea che li esalta dopo un’ interminabile successione di eventi. Ma anche qui, quando uno si aspetta l’ apoteosi di una conquista, il finale epico che deve sancire la vittoria, invece, quest’ ultima traccia si riamalgama con la prima (non è un caso che i titoli “impression /1” – “impression /2” sono la fine e l’ inizio del disco), e il tutto ricomincia.  Se un mondo è stato “creato”, può continuare da solo; gli altri non si possono fermare, ci sono ancora innumerevoli universi che attendono l’ inseminazione.
Paragonato “all’ astronave” di Sun Ra, al “brodo primordiale” di Miles Davis, in realtà questo lavoro viaggia in direzioni opposte perchè ogni universo ha le sue regole e i suoi equilibri, i suoi ritmi evolutivi, le sue speranze.  Dedicato alla memoria di Bill Dixon e Fred Anderson, poggia sulle basi dell’ importanza che la musica afroamericana ha lasciato dentro il DNA dei musicisti stessi, e che, nel modificarlo, ha dato l’ impronta essenziale all’ evoluzione della musica moderna.
Bene ragazzi, se questo album è uscito l’ anno prima della fine del mondo, allora non ci saranno problemi; noi, il mondo nuovo dove andare ce lo abbiamo già, e non abbiamo bisogno di inventarcelo… esiste !

cocktail abbinato: “Negroni” (atto di forza)

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Nels Cline – “Dirty Baby”

Nels Cline è un chitarrista e un personaggio straordinario, stimatissimo dai suoi colleghi, instancabile musicista, sperimentatore insaziabile non si accontenta di una normale carriera, ma si rimette sempre in discussione, infatti, nonostante faccia parte in maniera stabile della nota formazione dei Wilco (e qui io aggiungerei che il suo arrivo in questa formazione, l’ha resa sicuramente più innovativa), è anche l’ attuale marito di Carla Bozulich con cui ha condiviso la veloce meteora folk-rock dei Geraldine Fibbers, e con cui ha partecipato agli ultimi album pubblicati da lei. Nel frattempo ha collaborato con i più svariati musicisti: dal jazzista Wadada Leo Smith, al rock- rumorista di Thorston Moore (leader dei Sonic Youth), passando infine con il suo trio di avant-rock denominato Singers, con cui ha inciso due interessantissimi progetti: “Destroy all NC” (più improntato verso il jazz) e “Initiate” (molto più sperimentale). Insomma, dopo tutto questo (e altro ancora), realizza questo “Dirty Baby” che, a tutti gli effetti, potremmo annoverarlo come un progetto molto suggestivo e coraggioso.
Dedicato all’ artista concettuale losangelino Ed Ruscha, riesce a interagire con la sua pittura, agendo in maniera tale da interfacciarsi con l’ arte visiva, fino ad una totale conpenetrazione con la musica, per farne alla fine, una materia unica.
Conosciuto nelle sue continue frequentazioni nei luoghi alternativi della Città degli Angeli, di Ed Ruscha, in questo lavoro sono presenti due complete serie di opere, all’ interno di una confezione che è uno sballo per gli occhi. Ci sono ben tre libretti: il primo, è ricchissimo di informazioni sul perchè di quest’idea e molto illustrato dalle foto delle session; mentre negli altri due (che accompagnano i 2 CD compresi nel cofanetto) sono pubblicati fedelmente i quadri dell’ artista, per un totale di sessantasei dipinti; di cui la prima serie risalente agli anni ’80: “Silhouette”, faceva parte di un percorso molto più oscuro; mentre la seconda: “Cityscapes”, più recente, è realizzata con un astrattismo minimale molto particolare, anche se i punti di contatto fra le due esperienze, sono ben visibili nei codici espressivi nascosti dentro i suoi significati.

Il primo CD denominato Side A, ripercorre la serie “Silhouette” (di cui qui sopra vediamo alcuni esempi) con un organico senza fiati, ed è diviso in 6 parti per un totale di 42 minuti. Nelle note di copertina lo spunto narrativo è fornito dall’ idea di rappresentare l’ evoluzione della civiltà americana, fino alla contraddizione di questo nostro presente pieno di follia. Ed è un’ immersione totale dentro a una dimensione buia dentro e fuori, plumbea, quasi una sorta di inverno nucleare dove non si vede la via d’ uscita. Una specia di viaggio nell’ orrore che circonda il mondo: una lunghissima notte piena di angoscia e smarrimento. Solamente nell’ ultima opera: “Untitled”, s’intravede finalmente l’ alba; e una sorta di segnaletica stradale ci suggerisce il codice di tutto il racconto: abbiamo sempre bisogno delle indicazioni per trovare la via d’ uscita ? Indicazioni anche mentali, nascoste negli abissi del nostro pensiero ?  La musica intraprende questo “viaggio allucinante” con la chitarra di Cline sempre in primo piano, ben supportata dalla band che evidenzia la batteria e le percussioni di Scott Amendola e il basso elettrico di Devin Hoff, circondati dall’ organo di Wayne Peet, dal synthi analogico di Jon Brion, dall’ altra chitarra di Jeremy Drake e dall’ armonica cromatica di Bill Barrett. Ma al di là di quello che si potrebbe pensare, questo primo CD è pieno di ritmo, di suggestioni, di emozioni intense:  una sorta di On The Corner registrato sotto una cappa di vetro,  fino ad arrivare all’ elettricità del jazz-rock  più sperimentale che si potrebbe accostare ai live di Miles Davis quali, Agartha e Panagea. E’ un’ immersione totale dentro una dimensione interiore che ci fa intravedere un disperato bisogno di trovare un porto quieto ove attraccare la nostra memoria, e fermarci a pensare.
E’ musica da capire e da guardare, come nei film, quando la colonna sonora accompagna le immagini e le colora, le modifica in base ai sentimenti. Qui avviene il contrario, è la musica il cinema da gustare, mentre la pellicola dei “quadri” è il gemello siamese da cui non ci si può staccare: divisi, uno dei due morirebbe; e allora assimiliamoli insieme e farete la conoscenza di due personaggi straordinari.

Il secondo CD denominato Side B, registrato con un organico diverso, segue fedelmente con una serie infinita di schizzi veloci, tutta la serie di “Cityscapes” (sopra vedete alcuni esampi) più astratta e minimale come ho già detto, e anche la musica diventa tale: 51 minuti divisi da 33 episodi che, nella loro brevità, diventano meteore sonore, schegge multicolori da percepire nello stesso istante della loro scomparsa. La musica è frastagliata, astratta e ritmica nello stesso tempo e segue fedelmente i dipinti in questione, calandosi pienamente nei loro titoli, i quali ricordano la forte tradizione hard boiled dei romanzi noir di Los Angeles e la loro contemporaneità, e tutta la scena artistica d’ avanguardia di questa città.
Il loro codice è sempre lo stesso, siamo noi ora che dobbiamo decifrarne il senso, masticarli e ascoltarli e poi guardarli ancora,  insieme a queste pazze melodie che lasciano il segno in maniera avvincente. Attenzione, non è musica facile ma, non è da assimilare in piccole dosi, bisogna immergersi completamente, affogare dentro a questo esperimento sonoro, anche se, tendendo la mano al tratto del disegno, potete salvarvi.
Vinny Golia e Dan Clucas ai fiati, Jeff Gauthier al violino, Jessica Catron al violoncello, alle percussioni Brad Dutz e Alex Cline (fratello gemello di Nels, tra l’altro anche lui pittore), e poi ancora Scott Amendola alla batteria e Devin Hoff al basso, Jeremy Drake alla chitarra e infine lui, Nels Cline, il guro di questo progetto che, attraverso le trame distorte di un elemento unico, si sovrappone come guida per condurvi al di là del fiume, questa volta, dalla sponda opposta a quella dell’ inferno.
Come ho già detto il tessuto sonoro di questo secondo CD è più spezzettato ma, attenzione, molto godibile: jazz, blues e rock fanno sempre capolino agli accenni sonori dell’ insieme, e le suggestioni derivate dalla tromba di Clucas e la chitarra di Nels e dagli altri comprimari sono notevoli, nonostante la continua deriva rumoristica.

Prodotto da David Breskin che aveva già contribuito a un progetto simile Bill Frisell realizzando un album sull’ arte pittorica di Gerhard Richter (“Richter 858“), questo Dirty Baby è senz’altro un capolavoro che non potrà mancare nella scaffalatura di chi ama arte e musica nello stesso tempo, perchè dentro a questo album ci potete trovare di tutto e molto altro ancora. Certo, non è musica da ascoltare in automobile ma, seppelliti dalle vostre emozioni e dalla vostra inesauribile voglia di esplorare l’ inesplorato, sarete coinvolti pienamente.
Auguri…
P.S. – Ah ! scusate, dimenticavo… voi magari pensate che questa meraviglia costi una barcata di soldi… sbagliato ! Acquistato per posta ve la caverete con la modica somma di 16 euro (!!!!!!!!)
Beh !  Che aspettate a ordinarlo…

cocktail abbinato: “Un calice di vino” (per intenditori)

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Matana Roberts – “Coin Coin Chapter One”

Matana Roberts è una sassofonista di Chicago, improvvisatrice, compositrice, soud concettualista, performer, ha collaborato e creato insieme ad altri sperimentatori visionari molti progetti multimediali, utilizzando danza, poesia, arti visive e teatro, per creare insieme alla musica dei veri e propri spettacoli radicali, anche di un certo peso realistico e attuale, per non dire politico.
Questo “Coin Coin Chapter One” è il primo capitolo di una saga lunga undici episodi, che vuole ripercorrere la storia afro-americana della schiavitù fino ai giorni nostri, passando attraverso la genealogia della sua famiglia: Roberts, appunto. Pubblicato dalla canadese Costellation Records, questo primo capitolo è sostanzialmente un concerto dal vivo che Matana ha eseguito a Montreal nel 2010 con una “piece-band” di 15 elementi. Sottotitolato “gens libres de couleur” (popolo libero di colore), prende spunto dalla schiava del 18° secolo Marie Thérése CoinCoin, eroina della lotta per la liberazione del suo popolo ed  antenata di Matana.
Il concerto diviso in 8 parti: “rise”- “pov piti” – “song for eulalie” – “kersaia” – “liberation for Mr. Brown: Bid em in…” – “lulla/bye” – “i am”  e  “how much would you cost ?” in realtà è una traccia unica che diventa magma sonoro, storia di una tragedia che non si può dimenticare insieme ai drammi che l’ hanno costellata. L’ inizio è un accenno stridulo di sax che poi si lascia rapire da melodie jazz per scivolare ancora dentro a movenze free. Quando subentra l’ orchestra sembra di entrare nel cuore più misterioso dell’ Africa, mentre le improvvisazioni del piano richiamano continuamente le assonanze americane, il filo indissolubile di questo tragitto. Poi tutto si fa più scuro, pesante, drammatico… e subentra la voce: un urlo rauco e distorto che assimila dentro di sé le sembianze del male. Il ritorno del sax cerca di ridare speranza alla disperazione, mentre un insieme di poesie riporta alla tradizione orale della gente di “colore”, e la storia continua. L’ America, sempre più vicina, è pennellata con toni vagamente grotteschi, mentre una melodia Yiddish richiama alla memoria altre tragedie (non è un caso, ma in ebraico il nome “matana” significa: “dono”), altre bestialità, quasi a ricordare che la Storia è “nera” in tutti i sensi: “ci sono altre narrazioni che vorrei affrontare” dice Matana “ma non ci posso arrivare fino a quando non vi ho parlato della nostra”. E la melodia riprende, più ritmica e gioiosa verso il futuro, l’ orchestra si amalgama con se stessa, il violoncello e il violino energono nei loro continui salti temporali, e quando ritornano i fiati sembra che un nuovo sole s’ intraveda all’ orizzonte. Ma la Storia si contorce sempre come una spirale malata e il male ritorna, tronfio, sadico, ineluttabile. Di nuovo il sax prelude l’ ennesima discesa nei gorghi dell’ inferno. Altre voci si confondono nel multilinguismo che ha generato i luoghi di un esilio forzato e la nuova ricerca della libertà. L’ America a volte crea l’ illusione intorno alle note swing che si staccano dall’ amalgama rumoristico dell’ insieme. E la tradizione dei blues ci ricorda ancora la lunga salita di chi “ha fatto un sogno”. Ben presto il bellissimo canto a cappella di questa parte del live lascia spazio all’ evoluzione di questo tipo di musica, e la musica riprende ma, siamo ancora nel fondo di un pozzo, buio, freddo, con i fantasmi dei morti che sibilano intorno. Inaspettata arriva una triste canzone dai vaghi accenni balcanici, sempre per sottolineare che gli errori dell’ uomo non bisogna dimenticarli. A questo punto il tessuto sonoro incomincia a masticare un free-jazz contorto e riemerge la voce, ancora più straziata, devastata, lacerata. Le urla della vocalis Gitanjali Jain insieme a quelle di Matana ci fanno venire i brividi, ci fanno vedere e capire quanti abissi si aprono intorno a noi, basta solo un attimo di distrazione. La musica si riapre stupenda, la narrazione continua perchè non ci si può fermare, le voci si accavallano ancora una volta, l’ orchestra riemerge intorno alla  leader. Ritorna il sax, questa volta dolcissimo, deviato, e il cantato prende un sopravvento delicato intorno ad un testo ritmico che lascia alla speranza la comunione con gli applausi.
Le cronache ci riportano di gente che si è messa a piangere durante le esecuzioni di questa performance, e noi lo capiamo pienamente perchè la drammaticità degli eventi ti entra sotto la pelle come una profonda ferita.


Matana Roberts ci dice che le sue storie non sono lineari ma, rimbalzano intorno, in un modo che si collegano e si scollegano nello stesso tempo… Quando ricerco la vicenda della mia famiglia e delle famiglie di tanti “neri” come noi, ho sempre tratto molti più spunti dai nostri racconti orali, che dalle “versioni ufficiali dei fatti”. E’ come una sorta di lotta tra la nostra memoria e la memoria collettiva, Anche se poi nelle mie ricerche ho trovato delle carte dove sono evidenziati dei record nella vendita degli schiavi, perchè una società capitalistica tiene traccia delle cose di sua proprietà.

Come abbiamo già detto, questo Cd rappresenta il primo capitolo di una serie di concerti, ognuno con un organico strumentale differente. Un ambizioso progetto che vuole evidenziare il riscatto socioculturale degli afroamericani attraverso la storia degli antenati di Matana e delle origini della sua famglia franco-creole derivate dal suo ramo materno, e sono appunto le donne le vere protagoniste. Nello stesso tempo diventa anche un omaggio alla storia della loro musica così viscerale, autentica, profonda e dinamica, vera. Una ricerca che s ‘insinua nell’ antropologia del dolore, nell’ aberrante cammino che ha devastato un popolo e che nelle vibrazioni legate alle improvvisazioni del jazz, ha finalmente trovato il suo riscatto

cocktail abbinato: “Bronx” (tutto d’ un fiato)

*****

 

 Seabrook Power Plant – “Seabrook Power Plant  II”

(post in lavorazione)

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12 thoughts on “I MIGLIORI DISCHI DEL 2011 per il sourtoe cocktail club

  1. Forse Wynn plays Dylan starebbe meglio nella parte 3.
    Qual’ è la copertina dell’anno? Domanda superficiale solo se non ci ricordiamo di essere nei tempi di scaricamenti brutali e di masterizzazioni copia e archivia in cui siamo. Saluti, anzi salute.

    • Per la copertina dell’ anno, mi prendi in castagna perchè non ho memorizzato tutte le uscite (perlomeno quelle che ho visto in rete o sulle riviste specializzate). Dei dischi che ho scelto direi che si equivalgono, forse la più artistica è quella di “Zeno de Rossi” e la più tamarra quella di “Jon Irabagon” (lo so che tu preferisci quella di “Ema”…). Comunque posso dire qual’è la cofezione più bella: senza dubbio “Dirty Baby” di Nels Cline; all’ interno ci sono ben tre libretti che illustrano le opere dell’ artista americano Ed Ruscha (a cui l’album “doppio” è dedicato): un pittore concettuale losangelino molto interessante. Una ondata di grafica e colori che è un piacere per gli occhi e dove vengono illustrate ben due serie di opere; la prima, “Silhouette” è più minimale, mentre la seconda, “Cityscapes” è più astrattamente oscura. Mentre il terzo libretto è ricchissimo di foto dei componenti del gruppo che ha eseguito le bellissime tracce musicali. Conclusione: 2 cd, tre libretti al prezzo di 16 euro… straordinario.
      Per quanto riguarda Wynn lo preferisco nella seconda serie perchè ha eseguito delle performance per niente datata e anche perchè sta vivendo una seconda giovinezza. Lo dovevo spiegare nelle recensioni che non ho ancora avuto il tempo di stilare… azzo

      P.S. – Grazie per la salute… saluti.

      • Preferire Ema quando c’è la Peacock? Per dirla con Ellroy, dipende da come ti piacciono (stiamo ancora parlando di copertine?). Forza con le recensioni.
        E’ possibile vedere qualcosa di “Cityscapes”?

  2. Beh (!) tra Ema e la Annette di sono quarant’anni di classe di differenza e la ripubblicazione di un disco leggendario che, con tanti sacrifici, la nostra eroina ne ha finalmente aquisito i diritti, anche con notevolissimi sacrifici economici. Tra l’atro in questo cd il packaging è notevolissimo, e lo so che per il suo contenuto musicale ti sta venendo l’ acquolina (ma ti costerà molte birre) in bocca… (ah, parlavamo di copertine (?)…). Le recensioni ? Cityscapes ? …va bene, farò il possibile

  3. Tutte le birre che vuoi (io ormai non ne bevo più).
    Il disco di Parker, sembra di capire siano interpretazioni di Curtis, ma sono cantate?
    Grazie e scusa se ti uso come servizio informazioni,

    • si !!! cantatissime e… suonatissime. Tanto entusiasmo nelle interpretazioni da parte di tutti. Arrangiamenti più jazz che soul con qualche punta free. Altro cd (doppio) registrato dal vivo con esiti entusiasmanti… bellissimo !!!

  4. Ti boccio i Black Keys, pompati oggi come hanno pompato i White Stripes ieri. Ti dico invece: BIG SEXY NOISE.
    TRUST THE WITCH. Prendilo alla lettera. Buono il resto anche se molti sono distanti dal mio gusto, troppo liquorosi.
    Hasta la patente sempre.

  5. I Black Keys sono un po’ il gruppo del momento, ma al contrario dei White Stripes hanno al loro attivo un bel “mucchio” di dischi ottimi. Ora sono diventati un po’ “piacioni”… ma è la vita, anzi nel loro ultimo disco c’è anche un incredibile plagio di “Stairway to Heaven” (ma dico io, non potevano copiare una canzone meno famosa) che potrebbe darti ragione… ma tantè.
    Big Sexy Noise ? E’ vero, il loro lovoro e molto bello e abrasivo, ma preferisco quello di quest’ anno che finirà nei migliori album del 2012 (un po’ per uno) (!)

  6. Un bravo barman non dovrebbe mai andare dall’altra parte del bancone a consumare quello che prepara, dopo altrimenti comincia a mostrare quelli che sono inequivocabili sintomi d’ubriachezza, come ad esempio confondere le date di pubblicazione dei dischi.
    Il secondo dei BSN è 2011. Te l’ho detto: la patente, la patente.
    Quanto ai White Keys e ai Black Stripes (ooops) non resteranno nella storia, vedrai.

    • Devi capire amico che quando un disco esce quasi fuori tempo massimo come quello dei Big Sexy Noise, pubblicato a dicembre, rientra in quel territorio detto “terra di nessuno” dove tutto è possibile. Se si vuole lo consideri dell’ anno in scadenza, altrimenti, come me, che lo ho ascoltato con il nuovo anno, lo inserisci nella nuova lista con una decisione personale. Mi è successo nel 2010 dove ho inserito “Sigh No More” dei Mumford & Sons (che era uscito verso la fine del 2009)… troppo bello per non farlo. E quest’anno, dove ho messo il cd di Ponissi & soci: “Twelve Chains To The Moon” (uscito a dicembre de 2010), anche questo troppo originale per non reintegrarlo (proprio perchè lo ho ascoltato nel 2011). Cosa vuoi farci caro “trash can”, ognuno ha il suo stile, e il mio modo di servire da bere è questo. E’ vero, ogni tanto mi metto dall’ altra parte del bancone, ma l’ estro è estro: vincere con la fantasia.
      E i Black Keys ? …beh ! intanto me li godo, poi si vedrà.

      ah ! dimenticavo… ricordati che la prima regola del Sourtoe Cocktail Club è parlare, sempre, del Sourtoe Cocktail Club…

  7. Pingback: BACI E ABBRACCI – “Alt- J” – Mark Lanegan” – “Carlot-ta” – “Gravenhurst” – “Soqquadro Italiano” | Sourtoe Cocktail Club

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