ALBERTO NESSI – Un sabato senza dolore

treno-clelia-mussariFoto di Clelia Mussari

Un sabato mattina

Un sabato mattina quando più tranquille
scorrono le ore davanti a siepi rigenerate
dall’acqua di maggio madre di campanule
la luce esita tra il si e il no, il ristagno e la gloria
due ragazzi giocano a pallamano tra platani antichi
e la commessa della cartoleria con voce pallida
mi dice: “Arrivederci professore”
un sabato senza dolore….

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ENDLESS BOOGIE – Vibe Killer

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Quando un gruppo decide di scegliere il proprio nome di “battaglia” dal titolo di un bellissimo album di un proprio idolo, allora la dichiarazione d’intenti è talmente lampante da non lasciare dubbi. Ma se John Lee Hooker è un punto di riferimento essenziale per ogni tipo di ispirazione, per questa band di New York probabilmente è qualcosa di più: qualcosa che ti senti nel sangue e non puoi farne a meno, talmente è presente la figura del maestro. Formalmente però è proprio il blues ha diventare una forma di poesia acida e cattiva, distorta, oscura e densa di contenuti nella sua forma recitativa, continuando la tradizione afro-americana che dal delta del Mississippi ha contaminato tutta la tradizione a stelle-e-strisce, dalla Grande Depressione fino ai giorni nostri, nella sua forma parlata. Ed è proprio la parola che diventa protagonista, tanto quanto basta per essere seguita da un insieme di suoni e di ritmi adatti allo scopo: due chitarre perfette nel loro dialogare, un basso a una batteria che non lasciano scampo, e tanta passione, tanto sudore da sputare.

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NADINE SHAH – Holiday Destination

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Quando qualche anno fa scoprii questa interprete britannica, con origini mezze pakistane e mezze norvegesi, mi venne un tuffo al cuore: straordinaria! (dissi). Ebbi la stessa sensazione di quando ascoltai per la prima volta P.J. Harvey. Quella sorta di cantautorato rock innovativo, diverso dai soliti cliché; acido, distorto, sperimentale e nello stesso tempo, ipnotico, adulto, mai banale, denso di contenuti: dal sociale al politico, all’introspezione feroce, per quanto femminile: sensuale, melodica.  Quest’insieme di termini, nonostante gli ossimori, non bastano per descrivere o per far capire l’espressività o la complessità della struttura musicale di questa trentunenne proveniente da Whitburn, sulla costa dell’Inghilterra nordorientale, perché soltanto con un ascolto attento, si riesce a percepire tutta la gamma cromatica di un talento così importante.

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SAMSARA BLUES EXPERIMENT – One With the Universe

samsara blues experiment

A questo punto è ora di alzare un po’ il volume per ridare vitalità al locale dopo una parentesi poetica, e questa band tedesca fa al  caso nostro. Gli amanti dell’ hard-rock, con influenze psych-kraut, saranno accontentati dalla valanga di suoni proveniente dalla terra teutonica, per ridare dignità a questo genere musicale spesso ancorato nelle sue  consuetudini derivative. E’ chiaro che non è facile trovare dell’originalità dentro a un’apoteosi sonica che non vuole staccarsi dal glorioso passato, eppure, la Samsara Blues Experiment è riuscita ad intraprendere un percorso di soluzioni nuove, degne di essere ascoltate con attenzione nell’era degli anni 2000.

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LAURA MARLING – Semper Femina

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Quando si riesce ad imporsi all’attenzione mondiale con la semplicità del folk e il minimalismo lirico racchiuso in una manciata di canzoni, o se volete, con una serie di lavori davvero sorprendenti, vista la giovane età: 27 anni, 6 album, tutti di pregevole fattura, fra cui gli due ultimi, “Once I Was an Eagle” e “Short Movie”, veramente da incorniciare, allora, vuol dire che siamo di fronte a un personaggio importante, una donna che ha saputo emergere attraverso capacità personali straordinarie dove, testi, rime e una manciata di accordi funzionali alla sua poesia, plasmano l’essenza di un’intelligenza artistica al di fuori della media. “Semper Femina”, prosegue questo percorso musicale fatto di canzoni apparentemente semplici, ma talmente complesse nel suo contenuto metaforico, che la maturità espressa coinvolge un eventuale fruitore ad ascoltare attentamente il messaggio in esse contenuto. I rimandi alle songwriter diventate famose con la controcultura degli anni ’60, diventa in realtà un termine di paragone che evapora appena prosegue la melodia, perché lo spessore qualitativo induce a seguire un’estetica nuova, densa di pathos emotivo e sublime accettazione di quella che sostanzialmente è una lettura di storie accompagnate da una chitarra. Ursula Le Guin diceva che sono esiste culture che non hanno inventato la ruota, ma non sono esistite culture che non narrassero storie, e come tali continueremo ad ascoltarle, così come Laura Marling ci propone le sue.

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ALGIERS – The Underside of Power

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Quando gli anni 2000 erano considerati la porta che avrebbe lanciato l’umanità verso le frontiere del nuovo millennio, probabilmente, coloro che da sempre avevano vissuto sulla loro pelle le contraddizioni e le disillusioni del presente, si saranno fatti una lunga risata, prima di ricominciare a elencare le denunce verso questa società mascherata di buonismo… e avevano ragione. Crollata come sabbia l’impalcatura di un’insopportabile bugia, si è riversata sopra tutti noi l’epilogo di una crisi figlia di un’immagine distorta in cui ci hanno cresciuto, mascherandola con un ipotetico benessere, sempre a danno delle popolazioni più disagiate, perché se esiste un ricco deve per forza di cose esistere anche un povero, nel senso che la vita dorata di chi sta meglio, è stata da sempre costruita a danno di chi sta peggio. Genocidi, colonialismo, deportazioni, schiavitù, oppressioni, sfruttamento e omissioni della Storia sono lì a dimostrarlo, anche se noi facciamo finta di niente, anche se noi non ci ricordiamo di nulla, anzi… morte agli immigrati! nonostante da millenni abbiamo distrutto le loro terre e devastato le loro risorse, le loro culture, la loro dignità. Ma ci sono gli Algiers a risvegliarci la memoria…

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THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here?

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Con la band di Steve Wynn ho sempre avuto un rapporto particolare, perché in un certo senso di sogni e di sindacalisti la mia vita ne è sempre stata piena; ma in realtà c’è stato un momento particolare in cui le loro schitarrate hanno rappresentato per la mia crescita e il mio susseguente futuro, un qualcosa d’importante. Si perché, c’è stato un momento della mia esistenza dove è avvenuta una tragedia: per qualche anno non ho ne più ascoltato e ne comprato dischi. Vuoi situazioni familiari, vuoi situazioni ambientali, vuoi altri fattori e soprattutto un abbassamento della qualità musicale stessa di quel preciso momento, in cui ho avuto uno stacco radicale da questo mondo. Poi un giorno, come risvegliato da un coma profondo o da un sonno criogenico dove mie ero volontariamente cacciato, ecco che passando davanti ad una edicola, notai la copertina di una rivista musicale (la posso anche citare: l’allora “mitica”, e sottolineo ancora “l’allora” , Mucchio Selvaggio), ebbene, non so perché ma ne fui attirato e lessi l’articolo che parlava del primo disco solista, appunto di Steve Wynn, leader dei Dream Syndicate. Comprai il vinile e mi piacque moltissimo, a tal punto che mi precipitai a ricercare disperatamente tutti i precedenti lavori di questo gruppo che si era da poco sciolto, bootleg compresi. Fu proprio un’attrazione fatale! E’ vero i primi due loro album: “The Days of Wine and Roses” e “Medicine Show” sono straordinari, ma fu con il loro disco dal vivo: “Live at the Raji’s” che personalmente raggiunsi l’estasi dell’orgasmo per anni abbandonato. Impazzii letteralmente e il bell’addormentato (beh.. bello, insomma) da quel giorno fatidico non si è più fermato. Non ci sono stati baci di principesse o belle gnocche a risvegliare quel fatidico sonno, ma le note di questo gruppo californiano, alfieri del Paisley Underground.

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